GLI ANNI DECISIVI
Il periodo in cui si consoliderà fermamente la volontà di riconvocare l’assemblea dei capifamiglia sammarinesi inizia nel 1902. Prima di quest’anno non era in effetti emerso il desiderio di ripristinare un organismo politico considerato arcaico e non più confacente ai tempi.
Vi era stata, è vero, qualche voce anche favorevole a questa ipotesi e ad un ritorno alla tradizione democratica dei mitici patriarchi della Repubblica, come quella del giovane Pietro Franciosi, per esempio, che già negli anni ’80, quando era ancora studente universitario a Bologna, aveva ventilato il sogno di ripristinare l’arengo dalle pagine del Resto del Carlino su cui teneva una piccola corrispondenza. Tuttavia nessuno pensava seriamente di rinnovare il sistema politico e sociale sammarinese tramite il ricorso ad un’assemblea medievale, né tanto meno di introdurre il suffragio universale, che era l’innovazione più desiderata e richiesta dai vari riformisti locali, moderati o radicali che fossero, domandandone il permesso prima ai capifamiglia sammarinesi. Gli avvenimenti invece indussero proprio a combattere per un Ritorno all’Arringo, come si gridava all’epoca, perché altre strade capaci di condurre a mutamenti costituzionali o sociali non venivano ammesse dai governanti che detenevano il potere, e che erano fermamente persuasi che qualunque ritocco al sistema costituzionale in vigore potesse significare il definitivo tramonto della piccola Repubblica.
Veniamo in breve ai fatti. Si è già sottolineato lo stato di grave disagio economico e sociale tipico di San Marino in questi anni, così come si è anche parlato succintamente delle tante tendenze politiche e ideologiche che affascinavano i giovani in questo dinamico inizio di secolo. Questi fattori portavano puntualmente a critiche o richieste di vario genere avanzate all’onnipotente Consiglio oligarchico, il quale con altrettanta puntualità tendeva a gettare acqua sulle focose polemiche, o addirittura a snobbarle, pensando che la situazione potesse normalizzarsi da sola, e che a sbraitare fossero solo alcune teste calde animate più da spirito di emulazione per quello che stava accadendo in Italia ed Europa, che da altro.
Si arriva insomma al 1902, dopo svariati anni di contestazioni più o meno velate, senza aver fatto molto per migliorare il malessere sempre più diffuso, e disdegnando il malumore della cittadinanza che cominciava a coinvolgere anche alcuni consiglieri aderenti alla cultura riformista, o comunque convinti che fosse l’ora pure per San Marino di introdurre innovazioni alla sua costituzione risalente ancora al XVII secolo. Sarà proprio l’iniziativa di tre consiglieri riformisti ad avviare il processo che produrrà l’arengo del 1906 : nell’aprile del 1902 Telemaco Martelli, Ignazio Grazia e Remo Giacomini si rendono promotori di una richiesta tesa ad introdurre a San Marino l’istituto del referendum. Tale istanza, ispirata direttamente ad un’analoga proposta di cui si stava discutendo all’interno del parlamento italiano, scaturiva dai problemi economici e sociali della Repubblica e mirava a ricostituire l’accordo tra governanti e popolo, accordo che i tre istanti sentivano ormai seriamente compromesso. Il referendum veniva considerato il mezzo con cui permettere ai cittadini di partecipare fattivamente alla vita politica del paese, tramite cui evitare le contestazioni e le polemiche che sempre più lo stavano dilaniando.
L’iniziativa provocò animata discussione all’interno del Consiglio ; alla fine venne stabilito di chiedere in merito un parere a diversi consulenti di cui la Repubblica già si era servita in altre occasioni. Nei mesi successivi gli esperti, tra cui l’influente Pietro Ellero, opinarono che la Repubblica non aveva bisogno di introdurre istituti nuovi nella sua costituzione, perché poteva all’occorrenza utilizzare come referendum un organismo che era sì stato accantonato dagli statuti del Seicento, ma che non era mai stato abrogato : l’arengo, ovvero l’assemblea di tutti i capifamiglia sammarinesi. Da adesso in poi tutte le forze riformiste sammarinesi, numericamente scarse ma dalle fisionomie ideologiche assai diversificate, ebbero finalmente un obiettivo unitario da raggiungere, una meta capace di farle superare le divergenze che le separavano e fondare un’alleanza : il ritorno all’arringo.
Nei primi mesi del 1903 s’incontrarono ripetutamente, per fissare alcuni punti programmatici, rappresentanti di tutte le forze progressiste. Il 15 marzo si ebbe all’interno di una pubblica assemblea la nascita ufficiale della nuova Associazione Democratica Sammarinese, e la presentazione del suo programma che prevedeva il ripristino della sovranità popolare, la riesumazione dell’arengo e l’applicazione del referendum, l’elezione periodica dei consiglieri, la soppressione dei ceti e la democratizzazione dello stato, la netta separazione tra stato e chiesa, e altro ancora che andava a riformare in profondità la realtà economica e sociale sammarinese. Si stabilì inoltre di dar vita ad un periodico dell’Associazione con cui informare e sensibilizzare la popolazione sui problemi del paese e sui comportamenti e le azioni del governo. Il Titano, così venne chiamato il giornale del gruppo progressista, uscì col suo primo numero il 1° aprile dello stesso anno.


Negli anni successivi il gruppo si adoperò strenuamente in una sistematica opera di opposizione al Consiglio, sempre in mano a forze conservatrici non disposte a cedere il loro potere, né tanto meno a sottoporsi ad un giudizio popolare come quello che sarebbe sicuramente scaturito dalla riunione di un arengo. Il governo, in definitiva, tergiversò il più possibile, cercando nel contempo di sistemare le locali finanze attivando un prestito di 200.000 lire, cifra sufficiente a colmare il deficit di bilancio, ed aspettando l’entrata in vigore della riforma tributaria Gostoli grazie a cui si sarebbero pareggiati definitivamente i precari conti statali. Si pensava così di disarmare i riformisti, che proprio sul fronte economico portavano i loro più cruenti attacchi al governo, e di ripristinare una situazione di relativa tranquillità che avrebbe sicuramente evitato sconquassi politici, e permesso di lasciare la situazione costituzionale inalterata.
Nel frattempo, però, vennero alla luce alcuni scandali finanziari, abilmente evidenziati e ingigantiti dal Titano, che aumentarono nella popolazione il malumore verso i governanti. Così come il gruppo dei consiglieri riformisti andò ampliandosi con l’adesione di nuovi elementi. Si giunse così all’otto settembre 1905, giorno in cui sette progressisti presenti in Consiglio diedero le dimissioni perché il governo si dimostrava assolutamente impermeabile a qualunque volontà riformistica, e per la situazione di quasi collasso a cui era arrivato il paese senza che si dimostrasse la seria volontà politica di farvi fronte.
Questo fatto fece precipitare la situazione: nei giorni successivi i progressisti si impegnarono ad iniziare l’agitazione a favore della convocazione dell’arengo; il 29 ottobre fu indetta un’assemblea pubblica aperta a tutta la cittadinanza sia per verificare il riscontro popolare suscitato dall’iniziativa, sia per mettere a punto le azioni seguenti. L’assemblea vide la partecipazione di tantissimi cittadini, e fece capire ai capi dell’Associazione Democratica che era senz’altro opportuno continuare l’agitazione fino alla convocazione dell’assemblea dei capifamiglia