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Gli stravaganti e poetici nomi indiani, tradotti molto spesso assai
male dai bianchi, potevano avere varie origini e non erano definitivi: nel
corso della vita una persona passava tre tappe in occasione delle quali
poteva cambiare il nome, e queste tre tappe venivano spesso celebrate con
riti e feste.
Un primo nome veniva dato al neonato: poteva semplicemente essere
condizionato dai regali ricevuti dalla famiglia nell’occasione, poteva
essere il nome del nonno o della nonna, poteva ricordare un’azione
coraggiosa del padre, poteva collegarsi a qualche sogno fatto dai
famigliari o ricordare un avvenimento particolare legato ala nascita (si
racconta che quando nacque Cavallo Pazzo l’accampamento fu messo in
subbuglio da un cavallo imbizzarrito che si mise a correre fra i tepee
provocando spavento e disastri).
Presso alcune popolazioni la cerimonia dell’assegnazione del nome aveva la
stessa importanza del battesimo nella tradizione cristiana. Fra gli Hopi
avveniva venti giorni dopo la nascita del bambino: questi veniva lavato,
gli si imbiancava il volto con la sacra farina di mais e poi, avvolto
nella coperta più bela, veniva portato fuori per la prima volta
dall’abitazione per essere presentato al sole nascente, che lui non aveva
ancora visto. |
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Gli anziani della
comunità erano i custodi di tutte le tradizioni, dei canti, delle
storie, dei miti, e per questo erano ascoltati e venerati. Dato che tutto
veniva tramandato oralmente, un anziano era, forzando un po’ il paragone,
ciò che per noi è una biblioteca. Il ricettacolo del sapere della società.
E il suo compito era trasmettere ai giovani tutta la sua conoscenza,
affinché la tradizione, e quindi la tribù stessa, potesse sopravvivere. |
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Dato che il Grande
Spirito è ovunque, basta semplicemente ‘guardare’, ‘ascoltare’: la
pratica del silenzio e della meditazione sono considerate
importantissime per la crescita e la conoscenza umana. Dice Orso In
Piedi: “L’educazione al silenzio iniziava molto presto. Veniva insegnato
ai nostri bambini a sedere in silenzio e a esserne contenti. Si insegnava
loro a usare i propri sensi, a riconoscere i diversi odori, a guardare
anche quando sembrava non ci fosse nulla da vedere, ad ascoltare
attentamente anche se tutto appariva tranquillo. Se un bambino non sa
sedere in silenzio vuol dire che è rimasto indietro nel suo sviluppo…”
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