Polvere di cacao Giulia B. Selene T. Lorenzo L. Loris S. Della 2aC È una fredda mattina invernale e un tuono rompe il silenzio della classe ancora addormentata. Fuori c’è un temporale infernale. La grande aula di artistica è immersa nel buio e nel rumore della pioggia contro i vetri. Solo alcuni neon illuminano con luce fioca i tavoloni. I minuti sembrano non passare mai e a quanto pare se ne sono accorti tutti: un ragazzo si pulisce gli occhiali, un altro mangia la matita, ma nessuno ascolta i discorsi della prof. Dopo una lunga lunga attesa suona la campanella che segna la fine della prima ora e Marco chiede: - Prof., posso andare nell’aula di religione a prendere delle fotocopie che mi mancano? La prof. annuisce poi domanda: - Selene, Giulia, potreste andare a fare delle fotocopie degli appunti? Mentre le due ragazzine vanno alla cattedra per prendere il libro, Giacomo chiede di andare in bagno rispettando la regola che alla prima ora non si può uscire. Le alunne escono insieme a Giacomo e vanno nell’aula delle fotocopie. Mentre Massimo, il bidello, raccoglie i fogli usciti dalla fotocopiatrice, Giulia e Selene sentono un urlo. - Hai sentito? - chiede Selene alla sua amica. - Si! Veniva dal teatrino! Andiamo a vedere! - rispose lei. Si precipitano nel teatrino e trovano un corpo esanime: la prof. di italiano! È stesa per terra, priva di sensi e vicino a lei c’è una borsa di plastica e alcuni oggetti sparsi sul pavimento. Disperate e scioccate le due ragazzine tornano nell’aula di artistica per riferire l’accaduto alla prof., che raduna gli altri professori della 2aC. Quando arrivano nell’aula magna vedono che i ragazzi sono incuriositi e chiedono ai bidelli di tenerli nelle aule. Solo due alunni riescono a sfuggire alla sorveglianza dei bidelli: Lorenzo (detto anche Live) e Loris. Mentre arriva l’ispettore, i due ragazzi riescono ad intrufolarsi nel teatrino e ad osservare i vari oggetti: un fazzoletto che serve per pulire gli occhiali con due lettere scritte in nero, una corda e il foulard che la professoressa indossava la mattina stessa con delle righe simili a quelle della corda. Trovano sulla fronte delle tracce di cacao e sul collo segni di un tentativo di strangolamento. Tornano nell’aula magna per ascoltare l’ispettore che sta domandando ai professori chi, fra gli alunni e gli insegnanti, si trovava fuori dalle aule in quel momento e vengono pronunciati solo due nomi: Giacomo e Marco. Sono gli unici ad essere usciti nel momento del delitto, oltre a Selene e a Giulia che però sono tra i testimoni e non tra i sospettati. - Dove eravate?- domanda l’ispettore. - Ero a prendere delle fotocopie nell’aula di religione. È stata la prof. a consegnarmele e i miei compagni ne sono testimoni!- afferma con sicurezza Marco. - E tu Giacomo?- chiede l’ispettore voltandosi verso l’altro ragazzo. Giacomo, al contrario di Marco, è agitato e le mani sono sulle ginocchia tremanti. L’ispettore si ferma: - Non ho bisogno di interrogarti! Puoi andare! Poi si gira verso un uomo che ha tutta l’aria di essere il suo aiutante e gli dice a bassa voce :- E’ troppo esile. Non potrebbe mai strangolare una persona da solo! Lorenzo e Loris dal teatrino concordano sull’affermazione dell’ispettore mentre Giacomo ringrazia e ritorna in classe. L’ispettore si rigira verso Marco e gli fa altre domande: - Ho saputo che l’altro giorno hai discusso animatamente con la vittima. Cos’hai da dire in proposito? - Si! Ero andato dal dentista e quando sono tornato non mi ha fatto finire la verifica, cosa che io non ritenevo e non ritengo giusto!- risponde il ragazzo. - Ok. Grazie. Puoi andare per ora!- dice l’ispettore. Ma Lorenzo e Loris non pensano che sia stato lui a cercare di strangolare la prof. Anche se potrebbe avere un buon movente, ha comunque un buon alibi e un testimone. - Hanno rubato i soldi dell’uscita di studio! Li hanno rubati!!! - urla il bidello entrando nell’aula magna. - Cosa? Non ci posso credere!- si dispera l’ispettore. L’ispettore, Lorenzo e Loris pensano:“Non può essere stato un alunno. Questo è un reato a scopo di rapina!”. La preside che è tra gli insegnanti esclama: - La segretaria andando in ferie ha lasciato le chiavi della cassaforte alla professoressa Zonzini perché ha fiducia in lei! Lorenzo e Loris ascoltando queste parole cercano di escludere qualche sospettato. Hanno trovato un fazzoletto per occhiali perciò il colpevole potrebbe portare un paio di occhiali. - Loris, il cerchio si restringe. Rimangono solo Pasquinelli e la Giovannini. La Cecchetti è andata a Londra per una settimana perciò non può essere stata lei! Guido Zonzini non può essere stato perché è a casa per via del figlio ammalato. In più dobbiamo ascoltare l’interrogatorio del figlio della Preside che ci può dare delle spiegazioni sul cacao trovato sulla fronte della prof.- riassume Lorenzo. - Professor Pasquinelli, ho saputo che lei ha avuto una lite con la vittima perché la segretaria aveva avuto più fiducia nella vittima che in lei. E questo l’aveva fatto infuriare perché credeva che con tutti gli anni passati a lavorare insieme, le avrebbe affidato le chiavi invece di darle alla professoressa Zonzini!- spiega l’ispettore. - Si, certo! Ma a quell’ora ero in 2aD e non sono mai uscito dall’aula.- afferma il professore. Nello stesso momento arriva la professoressa Giovannini che non era nell’aula magna, ma nessuno si era accorto della sua assenza. - Alla buon’ora professoressa. È arrivata al momento giusto. So qualcosa anche su di lei, sa? Ho saputo che ha grandi problemi economici. Cosa faceva prima? E perché è arrivata solo adesso?- chiede l’ispettore. - Avevo un’ora libera e ho deciso di andare dal figlio della Preside a farmi dare alcune informazioni sul cacao per poi fare una lezione ai miei studenti.- risponde frettolosamente la professoressa. Poi continua: -E scusate il ritardo, il fatto è che ero andata un attimo al bar a prendere una brioche. Questa mattina non ho fatto colazione! - Credo che dobbiamo andare a fare una chiacchierata con il figlio della Preside!- sostiene l’ispettore. Arrivati in presidenza, l’ispettore inizia a interrogare. - È vero che la professoressa Giovannini è venuta da lei per prendere appunti sul cacao?- domanda l’ispettore. - Si. Le ho fatto anche toccare del cacao per farle sentire com’è prima di diventare cioccolata. E ne ha presa un po’ per portarla al professor Pasquinelli. Però non so perché, non mi ha spiegato a quale attività le sarebbe servita!- risponde Nicola Muccioli. L’ispettore ringrazia e se ne va seguito da Lorenzo e Loris che lo pedinano dappertutto. - Ehi Loris! Che ne dici di andare a vedere la cassaforte? Giusto per cercare qualche indizio!- propone Lorenzo. Controllano la cassaforte, ma invano. Fino a che… - Live! Qui sulla chiave ci sono delle tracce di cacao simili a quelle trovate sulla fronte della prof. Guarda!- esclama Loris. - Ora ho capito! Andiamo!... Cavolo Loris! Sei più intelligente di quello che pensavo!- scherza Lorenzo. L’ispettore va dai ragazzi e chiede loro chi può essere stato. - Secondo me, è stato Pasquinelli perché ho avuto modo di vedere le sue mani e mi sono sembrate adatte ad un strangolamento. Inoltre il prof. ha anche una bella forza!- esclama Federico. - Per me, invece, è stata la prof. Giovannini perché negli ultimi giorni mi è sembrata particolarmente strana! A volte nervosa, altre addirittura distratta, come soprappensiero! Dimenticava spesso la borsa, il registro, il portafoglio… non è da lei!- afferma Valentina. - Grazie ragazzi! Ne terrò conto. – ringrazia l’ispettore. Tornano nell’aula magna dove l’ispettore sta rivelando la soluzione. - Dopo molte indagini ho finalmente capito chi è il colpevole: il professor Pasquinelli! - Mi scusi se la contraddico ispettore!- lo interrompe Loris - ma noi pensiamo che il colpevole sia qualcun’altro! E senza lasciare il tempo all’ispettore di parlare, Lorenzo inizia con la sua spiegazione. - Come ha detto il mio amico Loris, il professor Pasquinelli non è il colpevole. E la Giovannini ce lo può confermare. Vero prof.? Tutti i professori si girano verso la professoressa di matematica. - Non è vero! Non avete le prove!- esclama la professoressa. - Si che le abbiamo! E anche molte! Sappiamo che lei ha grandi problemi economici e sapendo che la professoressa Zonzini aveva le chiavi della cassaforte, lei ha ben pensato di strangolarla per poi poterle rubare le chiavi. E c’è quasi riuscita! Mentre eravamo tutti tranquilli in classe lei è andata dal figlio della Preside e vedendo che la prof. Zonzini era nel teatrino ha pensato “Perché aspettare?”. Voleva farlo silenziosamente, ma per sfortuna la prof. ha urlato facendosi sentire da Selene e da Giulia. Noi però abbiamo capito che era stata lei esaminando le prove. Infatti, sappiamo che è andata dal figlio della Preside per avere qualche informazione in più sul cacao e che lui le ha fatto toccare del cacao per farle sentire com’è prima che venga trasformato in cioccolata. Questo da solo non avrebbe senso, ma insieme alle prove che abbiamo trovato vicino alla vittima, un senso ce l’ha! Infatti, abbiamo trovato delle tracce di cacao sugli oggetti sparsi vicino alla prof. di italiano. C’è un foulard con delle tracce di cacao e delle righe simili a quelle di una corda trovata li vicino. Anch’essa aveva delle tracce di cacao. Ciò vuol dire che lei, con le mani sporche di cacao, ha preso la corda, e ha cercato di strangolare la prof. Quando essa è caduta priva di sensi, le ha tolto il foulard, sempre con le mani sporche. Delle tracce di cacao sono state trovate inoltre anche sulle chiavi della cassaforte.- spiega Lorenzo. - Ottimo ragionamento, ma non sono stata io! Può essere stato il professor Pasquinelli! Ho portato del cacao anche a lui!- dice in discolpa la professoressa. - Non abbiamo finito! In più nel teatrino abbiamo trovato un fazzoletto per occhiali con due iniziali: L.G., che stanno per Loredana Giovannini! La storia del cacao per il professor Pasquinelli è solo una storia. Infatti se guardate nella borsa della professoressa Giovannini troverete un sacchetto di cacao e… i soldi dell’uscita di studio rubati dalla cassaforte! Per questo è arrivata in ritardo! Doveva a tutti i costi rubare quei soldi!- incolpa Loris. - Va bene! Sono stata io! Avevo bisogno di quei soldi e quando la segretaria ha dato le chiavi alla Zonzini io passavo di lì e ho deciso di fare tutto questo!- ammette la professoressa, in lacrime. - Prendetela!- ordinò l’ispettore. Poi si gira verso i due ragazzi e dice:- Grazie mille! Non sappiamo come avremmo fatto senza di voi!-. - Non si preoccupi ispettore! Non c’è bisogno di nulla!- ringraziò Lorenzo. - Eh! Modestamente sono bravo in queste cose!- scherza Loris. E mentre arriva la notizia che la prof. si è ripresa, la 2aC scoppia in una fragorosa risata, un po’ per la gioia, un po’ per togliere la paura, ma soprattutto per la battuta di Loris. 
Un'insolita giornata Lucilla B. Catalina S. Federico S. Kevin G. classe 2C È una mattina come tutte le altre. La sveglia suona, mi alzo, mi lavo i denti e il viso, faccio la colazione e via a scuola, accompagnato dalla mamma. A scuola tutto tranquillo, come sempre: c’è chi fa il bullo e chi lo subisce, le ragazzine di terza con il cellulare in mano scrivono messaggini e poi tutti gli altri; suona la campanella e via, tutti in classe. Dopo l’appello si esce tutti assieme per andare al teatrino. Appena arrivati sentiamo alcune compagne di classe urlare di paura. Ci raduniamo tutti in cerchio e, con sorpresa, vediamo la prof. di italiano stesa a terra. Sembra morta, ha dei segni attorno al collo ed è sporca in fronte, sembra cacao. Rimaniamo tutti senza fiato per alcuni minuti che sembrano non finire mai, poi mi balena in testa un’idea e prendo in mano la situazione, spiegando ai miei compagni cosa si deve fare. Prima di tutto li faccio allontanare dal luogo in cui si trova la prof. e quindi chiamo la mia aiutante, la signorina Lucilla B. Ah, scusate! Non mi sono presentato: io sono Kevin G. e vi condurrò all’interno di questo incredibile mistero, tentando di risolverlo. Torniamo sul luogo del delitto, cercando di valutare i fatti il più obiettivamente possibile. Abbiamo un corpo, anzi, una prof. stesa a terra, con evidenti segni di tentato strangolamento e del cacao sparso sul suo viso. Potremmo dedurre che la prof. mentre è stata aggredita forse stava mangiando una torta al cacao. Oppure anziché cacao, possono essere delle tracce di trucco, quello che usano le signore per essere più belle. Cercheremo di non trascurare nessun indizio. Chiamo la mia aiutante e le dico di chiedere ai ragazzi se qualcuno avesse visto quanto accaduto poco prima che arrivassimo al teatrino quella mattina. Mentre la signorina Lucilla B. svolge il suo compito, faccio alcuni passi indietro per meglio capire se qualcuno effettivamente avesse notato qualcosa di utile per le indagini. Cerco di valutare quindi se all’interno del teatrino ci possa essere ancora l’aggressore, oppure se sta aspettando la prof. fuori. Mi dirigo sulla scalinata dell’ingresso dell’aula magna e cerco il luogo dove si può nascondere un ipotetico aggressore. Guardando attentamente da ogni angolazione deduco che è impossibile che nessuno abbia notato il fatto, e che ci fosse un estraneo all’interno della scuola. Quindi, secondo me, il colpevole si doveva senza dubbio nascondere all’interno del teatrino. Però mi sorge un dubbio: se per caso l’aggressore fosse stato in compagnia della prof. perché magari era un suo conoscente? Un pensiero da non scartare… ci penserò su. Mi sento chiamare, è Lucilla B. che mi invita a seguirla nella sala professori dove ha fatto accomodare il primo testimone. È Marco S. al quale rivolgo la mia prima domanda: - Cosa hai visto questa mattina prima di entrare in classe? - Mi risponde che è ancora un po’ spaventato dall’avere visto la prof. per terra e aggiunge: - Mi sembrava di aver visto Federico S. che parlava con lei poco prima che suonasse la campanella e si trovavano vicino al distributore di caffè. - A questo punto faccio uscire Marco S. perché mi sembra molto scosso e poi perché sembra non aver più nulla da dire. Il secondo testimone è la signorina Catalina S. a cui pongo la stessa domanda, ma lei risponde con una maggiore certezza dicendo di aver visto Federico S. poco prima del suono della campanella discutere animatamente vicino al distributore di caffè con la prof. di italiano. Faccio uscire anche Catalina S. dall’aula dei professori. Il terzo testimone è Lorenzo L., un ragazzino tutto d’un pezzo, atletico, non molto alto, con occhi vispi e scuri. Gli pongo una la solita domanda a cui però non sa rispondere perché mi dice che al suono della campanella lui si trovava in bagno. Purtroppo quest’ultimo testimone non è utile all’indagine. A questo punto cerco di raccogliere tutti gli indizi, penso però che sia presto per giungere a delle conclusioni: mancano le prove schiaccianti per incolpare qualcuno. È giunto il momento di fare una bella chiacchierata con quello che sembra l’ultima persona ad aver parlato con la prof. Chiamo così Federico S. nella sala dei professori assieme alla mia assistente. Sembra molto calmo, evidentemente è molto sicuro di sé. Lo faccio accomodare e comincio a fargli alcune domande, guardandolo dritto nei suoi grandi occhi neri. Ma non lascia trasparire nulla. Gli chiedo cosa abbia fatto prima che suonasse la campanella e lui mi risponde che ho avuto una piccola discussione con la prof. di italiano prima di entrare in classe, ma è sicuro di averla lasciata davanti alla macchinetta del caffè viva e vegeta. Effettivamente, guardandolo meglio, non sembra in grado di averla aggredita. Federico S. non si può dire che abbia un fisico da atleta, anzi, è molto magro e normalmente i suoi modi sono sempre tranquilli e mai bruschi. Così lo faccio uscire e chiedo alla mia assistente Lucilla B. che ne pensa; lei mi risponde che, Federico S. può essere considerato un colpevole, ma dentro di sé non lo pensa veramente perché, conoscendolo, non lo considera capace di fare una cosa del genere. Cerco allora di capire il movente che possa aver causato l’aggressione: non si può escludere nulla. Chi può avercela così tanto con la prof. di italiano da arrivare a commettere un fatto del genere? Uscendo dalla sala dei professori per caso incontro la prof. di matematica, la signora Giovannini, e dopo i saluti cominciamo a parlare dell’accaduto. Ella mi dice cose che secondo me sono molto importanti per proseguire le indagini. Ad esempio mi confida che la prof. di italiano ha uno spasimante all’interno della scuola, ma che lei non gli dà nessuno spiraglio di speranza visto che è già sposata e vuole bene a suo marito. Purtroppo non mi dice chi è quest’uomo. Quindi devo scoprirlo da solo. Comincio a parlare con il bidello Enzo e gli chiedo se per caso ha visto negli ultimi tempi la prof. in compagnia di un professore o qualcun altro con più frequenza del solito. Lui mi risponde che normalmente la prof. si fermava prima della campanella a bere una cioccolata calda e che di solito c’erano anche gli altri professori. Questo di sicuro non mi è di aiuto. Cerco allora di parlare con la segretaria, la signora Nadia: vado in segreteria e la trovo seduta alla scrivania, indaffarata al telefono. Quando la segretaria mi vede sull’uscio della porta, riattacca immediatamente la cornetta del telefono: ha un’espressione sconvolta ed io le chiedo cosa sia successo. Rimango sconvolto dalla risposta: i soldi versati dagli alunni per l’uscita di studio sono stati rubati dalla cassaforte della scuola. Le chiedo allora l’importo del denaro: circa duecento euro. Ecco un motivo per cui il colpevole potrebbe aver aggredito la prof.! È il momento di raccogliere le prove: l’unica cosa che non mente. Ci rechiamo sul luogo del misfatto e cominciamo a cercare degli indizi. Troviamo vicino alla prof. una borsa contenente un DVD, il portafoglio aperto con dei soldi sparsi sul pavimento ed un oggetto insolito: una corda. Forse abbiamo trovato l’arma del delitto. Per giunta sul portafoglio abbiamo scovato un capello, stranamente di colore rosso. Subito, alla mia aiutante viene in mente che sarebbe potuto appartenere a Marco S., il quale ha la capigliatura di quell’insolito colore rosso. Decidiamo così di chiamare il sospettato nell’aula insegnanti e confrontiamo il colore e la lunghezza del capello. È uguale. Mettiamo inoltre a confronto anche un filo bianco sintetico, trovato anch’esso vicino al portafoglio, con una maglia a cui sembra essere appartenuto, guarda caso quella di Marco. Tutte le prove conducono a lui. Interroghiamo dunque il nostro compagno, cercando di farlo confessare, ma lui si proclama innocente. Ritorniamo perciò nel teatrino e dopo aver ispezionato attentamente la stanza notiamo uno strano oggetto: è un coltellino. Su un lato del manico ci sono incise le iniziali “F.S.”. L’aiutante Lucilla, però, nel vedere l’oggetto lo riconosce subito: è quello di Federico S. La persona di cui sospettavamo di meno. Lo interroghiamo immediatamente per l’ennesima volta e alla fine… confessa: il motivo per cui aveva compiuto il gesto era che dietro la figura dello spasimante si nascondeva suo padre per cui voleva eliminare la prof. perché non sopportava la situazione. Al suono della campanella dell’ultima ora con sollievo vediamo la prof. che si riprende e conferma che Federico S. è il colpevole. Il caso della 2°C è risolto! 

Furto nel teatrino Scritto da: Greta C. Chiara B. Federico P. M. Giacomo S. classe 2C La campanella delle otto suonò, i ragazzi della 2°C come una mandria di bufali si diressero verso l’entrata. Salirono le scale, si sedettero nei banchi, aprirono con calma i libri e attesero la professoressa d’italiano. L’insegnante arrivò dieci minuti dopo e annunciò alla classe che sarebbero andati a vedere “La finestra sul cortile”, un film giallo. Detto questo uscì dalla classe e scese le scale: doveva andare a dire alla bidella di preparare il cd. Mentre scendeva incrociò Fulvio, il bidello, che la salutò con un cenno della mano; quindi entrò nel teatrino. Non c’era nessuno all’interno e così volle controllare che nella cassaforte ci fossero i soldi consegnati dai ragazzi della 2°C per la gita. Digitò svelta il numero della combinazione, la aprì, guardò tra le varie buste che essa conteneva e quando trovò quella della sua classe tirò un respiro di sollievo: fino a che non avesse trovato la busta non sarebbe stata tranquilla, dal momento che non si ricordava dove l’aveva messa. Fatto questo, stava per richiuderla quando si sentì passare sotto al collo qualcosa che si strinse fino a che la professoressa cadde a terra svenuta. La campanella della seconda ora suonò e la bidella addetta al teatrino lanciò un urlo penetrante; accorsero subito Fulvio e Nadia, la segretaria, che quando videro l’insegnante accasciata al suolo capirono subito perché la bidella avesse gridato in quel modo così agghiacciante. Nadia chiese con voce acuta: - Respira, vero?- - S…i…si - confermò la bidella con voce tremante. Presto arrivarono anche i ragazzi della 2°C: vedendo la loro insegnante tramortita, stesa sul pavimento freddo, le varie parlantine e risatine si frenarono. Un ragazzo si avvicinò: era Giacomo Squadrani, soprannominato James o Jack: capelli neri e occhi marrone scuro; indossava jeans a vita bassa e una maglia a maniche corte nera, alla vita aveva legata una felpa arancione. Una ragazza lo seguiva, Chiara Bocci, soprannominata dai compagni Bocci e dalle amiche Kira: capelli corvini e occhi verdi; indossava una tuta blu, i pantaloni di questa erano larghi e la felpa era legata in vita; lei indossava una t-shirt rosa. Una volta vicini alla professoressa si unirono nuovamente ai loro compagni. Più tardi, quando erano in classe, molte supposizioni si erano fatte, ma due ragazzi stavano ragionando come due veri investigatori. Lei gli chiese: - A che pensi? - - Hai visto le macchie di cioccolato sulla fronte della prof.? - - Yes. - -Secondo me, dovremmo farle analizzare.- -Come pensi di fare? La polizia non è ancora arrivata e non si può uscire di qui finché il caso non sarà stato risolto! - - Già. - Poi a Kira venne in mente che avrebbero potuto chiedere a qualcuno di aiutarli a risolvere le indagini, questo infatti era quello che entrambi avevano in mente sin dall’inizio, ma a chi avrebbero potuto chiedere? Diede un occhiata alla classe e così le venne in mente: - Potremmo chiedere a Greta, la nostra amica. - - Perché proprio a lei? Ne sei sicura? - - Sicurissima, al centouno per cento: lei è una persona molto discreta e ci aiuterà ad uscire dalla classe per osservare il corpo della prof. - - Ok.- Si avvicinarono a Greta, lei si girò: capelli biondo-cenere e occhi azzurri; indossava jeans e una maglia azzurra. Loro le chiesero: - Ci puoi aiutare?- - A fare cosa? - Così le raccontarono cosa avevano in mente di fare e le spiegarono che lei avrebbe dovuto in qualche modo aiutarli ad uscire dall’aula senza dare troppo nell’occhio. Lei ci pensò un attimo e poi disse: - Ci sono! - E spiegò loro il suo piano. Due minuti dopo Greta andò dalla bidella del piano e le domandò: - Scusi, la prof è rinvenuta?- - No. - rispose lei molto agitata. - Capisco, la polizia dovrebbe arrivare a momenti, vero? - - Si, fino a quando il caso non sarà risolto non potrete uscire dalla scuola. - - Ma i miei genitori non lo sanno, mi verranno a prendere all’una. - - Non ti preoccupare, la preside ha già avvertito tutte le famiglie. - - Guardi, due ragazzi si stanno picchiando! - disse Greta all’improvviso fingendosi allarmata. La bidella guardò a destra a sinistra intanto però Greta stava facendo segno a Kira e a James di uscire e così fecero. Quindi i due ragazzi corsero lungo il corridoio lasciandosi alle spalle le varie aule e la voce della bidella che diceva di non vedere niente perché in effetti nessuno si stava menando. Scesero di corsa le scale, videro Fulvio intento a chiamare qualcuno, lui vide loro e disse: - Venite, vi farò entrare io nel teatrino. - Li accompagnò e li lasciò sulla soglia della stanza. I due entrarono. La stanza era piuttosto buia, la professoressa d’italiano giaceva, stesa per terra con i capelli stesi a ventaglio; le due macchie di cioccolato sulla fronte dell’insegnante non erano scomparse. Su una sedia vicino alla prof. c’era la bidella Loredana, che sorrise loro per poi tornare a guardare con sguardo preoccupato la professoressa. Chiara girovagando per la stanza trovò la cassaforte: era aperta. Kira disse subito: - James, una cassaforte!!! È aperta ed è pure vuota. - -Bene, poi chiederemo a Fulvio cosa conteneva, finiamo di osservare la stanza. - La bidella in quel momento alzò la testa, ma poi la riabbassò come lasciando capire che non era interessata alle indagini dei due ragazzi. Giacomo dopo un attimo chiamò Kira: - Guarda, una borsa di plastica, chissà cosa contiene? - Giacomo stava per aprirla quando Chiara disse allarmata: - Aspetta, se non lo risolviamo noi il caso lo risolverà la polizia! Non toccare gli oggetti con le mani o vi lascerai sopra le tue impronte e poi finirai magari per essere l’indiziato numero uno! - Non sapendo cosa utilizzare per sollevare gli oggetti Chiara si rovisto nella tasca della tuta e vi trovò due carte di quelle che avvolgono le caramelle: - Tieni, usa queste! - Giacomo afferrò quelle insolite salviette e vi aprì la borsa in cui trovò il foglio con la lista dei ragazzi che avevano consegnato i soldi per l’uscita di studio, dei fazzoletti, un rossetto, l’astuccio e il DVD del film che avrebbero dovuto vedere quella mattina insieme ai compagni. Ma cosa ci facevano quegli oggetti in una busta? Una volta usciti da lì, chiesero a Fulvio cosa contenesse la cassaforte e lui rispose: - I soldi per le varie uscite di studio, perché? - domandò stupito. - Mancano i soldi!!! - - Devo avvertire immediatamente la preside. - E digitò furiosamente il numero di telefono. Salirono le scale e si misero in un angolino della loro aula a riflettere; dopo poco arrivò Greta che chiese loro: - Tutto ok? - - Si, Fulvio ci ha dato una mano ad entrare. - Per non perdere tempo i due decisero di interrogare qualcuno per cercare di capire se la professoressa, quando era entrata, avesse già le macchie di cioccolato oppure no. James decise di chiedere a Federico Pedrella Moroni, soprannominato Pedro, un ragazzo molto alto, con capelli corti e occhi marroni, che indossava dei jeans e una felpa con molte scritte: - Pedro, ti ricordi se la prof. quando è entrata aveva delle macchie di cioccolata sulla fronte? - - No, non le aveva. - Chiara aggiunse: - Oltre alla sua borsa di pelle ne aveva con sé anche una di plastica?- - Ma che cavolo dite!!! Aveva la sua solita borsa di pelle. - - E allora perché aveva tutto nella busta di plastica? - Greta, che aveva ascoltato tutto, disse: - Probabilmente abbiamo a che fare con una persona che ha bisogno di soldi, si vede che voleva rubare pure quelli del portafoglio della prof., così ha preso una busta di plastica e ci ha messo dentro il resto degli oggetti mentre si è fregata i soldi e le carte di credito. - Bocci e Jack decisero allora di interrogare i compagni Lucilla e Kevin: loro raccontarono: - Beh, quando è arrivata in classe la prof. era preoccupata, non aveva macchie di cioccolata, e, come ha detto Pedro, aveva con sé la sua solita borsa di pelle nera. - James e Kira uscirono nuovamente dall’aula e passarono ad interrogare i bidelli dei vari piani su quale professore nella prima ora avesse chiesto loro una busta di plastica: venne fuori che i sospettati numero uno erano Guido Zonzini, Loredana Giovannini e Lorella Merli. Andarono direttamente dal professore di musica, Guido Zonzini. - Prof, sappiamo che lei ha preso una borsa di plastica dal bidello Elver.- Ma non gli spiegarono il motivo di quell’affermazione, anche perché se lui fosse stato il colpevole avrebbe cercato di nascondere la busta da un'altra parte. - Ma come! Io non ho preso proprio niente. - disse l’insegnante in tono vago. - Prof., ma Elver ha detto…- - Si, adesso che mi ci fate pensare ne ho presa una… si, ora ve la mostro.– E prese la borsa. Guardate, ho infilato il nuovo cd di San Remo proprio in questa borsa. -Qualcuno l’ha vista?- -Si, si, Elver mi ha visto! - Andarono quindi dal bidello, glielo chiesero e lui confermò immediatamente quanto detto dal prof. di musica. Salirono fino al piano delle fotocopie, dove incontrarono la Giovannini: - Prof., ha con sè la busta che ha chiesto a Loredana? - - Si, certo, ma perché me lo chiedete? - - Così. - Risposero in tono molto vago. - Comunque eccola – E la tirò fuori: conteneva alcuni libri di aritmetica. - Sapete, mi si è rotta la cartella. - Ma i ragazzi si erano già volatilizzati, stavano andando dalla professoressa di inglese. - Hello children! - salutò sorpresa. - Buongiorno. - Risposero loro sbrigativi - Lei ha preso una borsa di plastica da Loredana? - - Si.- Rispose diventando bianca in volto - Come mai me lo chiedete? - - Cosa contiene? - La professoressa era imbarazzata - Un…un… cellulare! - - Un cellulare?!!! - Risposero con sguardo interrogativo. - Si. - disse lei poco convinta. - Ce lo può mostrare? - - Siete impazziti?- Rispose impaziente - Cioè, volevo dire, no. - - Perché? - E se ne scappò via. Si avviarono rimuginando, l’atteggiamento della prof. era alquanto sospetto. Arrivarono dalla prof. di francese :- Bonjour les enfants. - - Buongiorno prof., nella busta che ha chiesto al bidello cosa ha messo?- - Alcuni cd di francese che devo dare alla mia collega. - - Ce la può mostrare? -Domandò Kira. - Certo, perché no?- La borsa conteneva davvero quello che l’insegnante aveva appena detto. Poi Giacomo fu colto da un colpo di genio, si mise a correre giù per le scale e quando arrivò nel teatrino prelevò un poco di cioccolato dalla fronte della prof., il resto lo lasciò per la polizia e se lo assaporò attentamente, dicendo poi a Chiara: - Sembra cioccolato fondente, in ogni caso, se così fosse, è il cioccolato preferito della prof. d’inglese, ce lo ha sempre detto, ricordi? - - Uao! Bella memoria! - - Grazie. - Poi ancora, preso da un raptus, entrò nell’aula degli insegnanti e aprì il cassetto della prof. d’inglese che conteneva libri e… un foulard rosso. Uscirono e chiesero a Fulvio: -Lei si è mai mosso di qui?- chiese Giacomo -No- disse lui - Neanche per andare in bagno? - Chiese Chiara sempre più ansiosa. - Neanche. - ribadì lui ridendo. - Mentre noi eravamo in classe, è entrato qualcuno nell’aula degli insegnanti? - - La prof. d’inglese, per ben due volte. - - Kira, vai a cercare la prof. d’inglese! – Esclamò Giacomo euforico. Dopo quindici minuti Chiara tornò con la professoressa che ancora non sapeva nulla della loro scoperta; intanto la polizia era arrivata per interrogare il bidello. - Signori agenti, è stata l’insegnante qui presente a tentare di strangolare la prof. Zonzini. - - È un accusa grave, come fate a esserne così sicuri? - - Beh, questo foulard, che è quello che è stato utilizzato per tentare di strangolare la vittima, era nel suo cassetto e Fulvio, che giura di non essersi mai mosso dal suo banco, afferma di non aver visto nessuno entrare nella sala insegnanti se non la prof. Cecchetti; inoltre - continuò Giacomo - il cioccolato sulla fronte della professoressa d’italiano, è fondente, il preferito dell’insegnante di inglese e lo può confermare l’intera classe, se non ci credete analizzatele quelle tracce sulla fronte della vittima, ci saranno anche le mie però, per scoprirlo l’ho dovuto assaggiare. - - Come fai a sapere che il bidello non ha mentit…- - Ha i testimoni. - - Bene, ma il movente?- A quel punto Chiara disse una cosa che le era venuta in mente in quel momento: - La prof. Cecchetti mi aveva detto che forse non sarebbe potuta venire in Irlanda per problemi economici e io scommetto che i soldi servivano proprio per pagarsi quella vacanza. - In quel momento si sentì aprire la porta del teatrino, l’insegnante d’italiano sbucò fuori barcollando come un’ubriaca. - Hanno ragione, è stata lei. - Ella fu soccorsa da tutti, le diedero un bicchiere d’acqua e raccontò le vicende. La polizia poi disse alla professoressa d’inglese: - Lei viene con noi. - Ma il maresciallo volle assicurarsi -È quello il movente?- - Ebbene si. - confessò lei, ormai rassegnata al destino. L’insegnante tese le mani, gli agenti l’ammanettarono e la portarono via. Intanto i genitori dei due ragazzi erano lì ad aspettarli, ma la professoressa Zonzini disse: - Loro vengono un attimo con me a prendere un gelato, se volete venire anche voi… - Giacomo però chiese: - Prof., non è che siccome abbiamo trovato il colpevole, mi può dare un bel voto in grammatica, vero? - - Ma la tua verifica è andata bene!- - Davvero?!!! Allora evviva, ci può offrire il gelato. - - E no, il tuo desiderio era un bel voto. - James la guardò per capire se stesse scherzando oppure no. - Certo, venite! - E assieme ai genitori si avviarono a prendere un gelato. I ragazzi poi aggiunsero: - Se la bidella le dice che ci siamo comportati male non le creda: non è vero! - - Perché? Cosa avete combinato? - - Oh, niente ‘sta volta. - GIALLO IN TEATRO di Valentina C. Marianna Z. Marco S. Christopher M. classe 2C La sveglia ha suonato. Era un giovedì qualunque, ma una cosa mi rendeva particolarmente felice: l’eclissi che si sarebbe dovuta manifestare verso le nove. Una colazione veloce, un saluto alla mamma ed ero già pronta per andare alla fermata dell’autobus che doveva passare a momenti. A scuola, prima del suono della campanella non si parlava d’altro. Evidentemente non eravamo dello stato d’animo giusto per affrontare una “pesante” lezione di storia. Erano le otto e mezza: tutti guardavano la prof. con occhi dolci come per chiederle: - Possiamo andare a vedere l’eclissi? Per favore!!!- ma lei… niente, non riuscivamo a convincerla. Più tardi, mentre lei stava spiegando il nuovo capitolo, le è venuto in mente che avrebbe dovuto prenotare il video per il lunedì successivo, altrimenti non saremmo potuti andare a vedere il film. Noi abbiamo sfruttato questo momento per guardare l’eclissi. Marianna, una mia compagna, non era interessata a ciò così continuava a fare i compiti per le ore successive (che secchiona!!!!). Ad un certo punto proprio lei ha sentito un urlo e preoccupatissima ci ha informato di quello che aveva appena udito: - C’è stato un grido! Un grido di donna! Proveniva dal piano di sotto. Ma nessuno le credeva, la prendevamo per pazza. Allora Marianna ci ha ignorato ed è andata a vedere lei stessa. Arrivata laggiù, ha visto la nostra prof. di Italiano stesa per terra nel teatrino, vicino all’ingresso. Con lei c’era Loredana, la bidella, che le teneva una mano sotto la testa e l’aiutava a stendersi mentre cercava di chiamare l’ambulanza, ma purtroppo il cellulare non aveva campo. Marianna allora ha fatto una corsa in classe per prendere il suo telefonino ed ha avvisato noi compagni del fatto. Eravamo tutti increduli. In un battibaleno quella giornata stupenda e felice si era trasformata. La classe seconda C al completo si stava dirigendo al piano inferiore, quello dello in cui si trovava la prof. Marianna è stata la prima ad arrivare ed ha provato a chiamare la Croce Rossa e la polizia. La prima le ha risposto subito, sarebbe arrivata a momenti, mentre i Carabinieri avevano detto la stessa cosa, ma al contrario dell’altra non si è visto nessuno. Appena è arrivata l’ambulanza gli infermieri hanno caricato la prof. sulla barella, la nostra compagna ha chiesto ed ottenuto il permesso dalla scuola di accompagnarla. Il dottore aveva detto che aveva perso i sensi e se Marianna non fosse intervenuta avrebbe rischiato la vita, però adesso non era più in pericolo. L’hanno portata in sala rianimazione e lei ha dovuto aspettare fuori per tutto quel tempo, pensando a com’era ridotta la prof. Aveva il viso pieno di brugole e con qualche segno livido, in più Marianna aveva notato che sulla sua fronte aveva dei segni di cacao in polvere. Non pensava di certo che fosse caduta o che si trattasse di un semplice incidente: le era successo qualcosa di molto, ma molto più pericoloso. Intanto a scuola si respirava un’aria di paura, io stavo consolando la bidella che piangeva a causa della sua preoccupazione per la prof.: Loredana è una signora molto sensibile e buona. Gli altri compagni nel frattempo avevano diversi compiti da svolgere: un gruppo doveva avvisare la preside di ciò che era accaduto e farlo sapere a tutti mentre l’altro cercava in tutti i modi di chiamare la polizia che inspiegabilmente continuava a tardare. Sembravamo un branco di polli in un pollaio. Che confusione. Intanto Marco era entrato nel teatrino per vedere come fosse potuto succedere. All’inizio ha trovato solo la borsa della prof., ma questo non lo stupiva perché lei non si fidava così ciecamente di noi perciò ogni volta che si muoveva portava con sé tutte le sue cose più “preziose” (tranne quelle volte in cui andava in bagno! Tra l’altro molto raramente). Marco leggeva tanti, anzi tantissimi libri gialli: ma questa volta non si trattava di un racconto inventato, era tutto vero… Ora aveva l’occasione di diventare lui stesso l’investigatore. Mentre lui faceva tutto questo ragionamento, mi è arrivato un sms: era di Marianna. C’era scritto che lei era preoccupatissima per la prof e mi ha descritto alcuni particolari del suo viso. Poi Marco è venuto da me e ci siamo “dati il cambio”: io sono andata nella “stanza del delitto” mentre lui cercava di confortare la bidella. Appena entrata ho cercato con gli occhi la borsa, vicino alla quale c’era il suo solito foulard che non lascia mai a casa. Ho provato ad aprirla e dentro ho trovato vari oggetti: un sacchetto con dei sassolini di cui una volta ci aveva raccontato la storia, un disegno fatto dai suoi figli, dei trucchi e del cioccolato in polvere. In seguito ho ripercorso il tragitto che avrebbe dovuto fare la prof, ho guardato e riguardato, ma non ho trovato niente di interessante. Nel frattempo Loredana si era calmata, Marco allora l’ha accompagnata su in classe e lei ci ha raccontato tutto quello che aveva visto. - Maria Elena (così si chiama la prof.) mi ha salutato come sempre, non era affatto preoccupata, anzi era spensieratissima. Mi aveva spiegato che stava andando a prenotare il video per la seconda C; io le ho detto che non c’era la bidella del piano e che se voleva, poteva ugualmente prenotarsi scrivendo su un sull’apposita agenda il giorno e l’ora in cui voleva andare e di lasciarlo nel teatrino. Oh, è stata tutta colpa mia! Se non gliel’avessi detto tutto questo non sarebbe successo! Io intanto mi stavo annotando su un foglio tutto quello che la bidella diceva. Poi abbiamo “interrogato” anche gli altri bidelli, ma loro hanno risposto di non aver visto nulla. Abbiamo preso tutti i registri dei nostri insegnanti più quello di classe (in realtà è stato il mio “collega” a decidere così perché secondo me non sarebbero serviti a nulla). Con tutto quello che abbiamo sentito si può dedurre con certezza che non è stato un incidente, proprio come ha detto Marianna. Ed è proprio da lei che volevamo andare; allora io ho chiamato mio babbo per chiedergli se ci poteva portare all’ospedale. Appena arrivati abbiamo chiesto alla nostra compagna cosa aveva visto. - Mentre voi eravate incantati alla finestra a vedere l’eclissi, ho sentito un grido e sono corsa subito a vedere. C’era la prof. per terra nella “tribuna” del teatrino e Loredana la stava aiutando. Era ridotta malissimo, ma non aveva ancora perso totalmente i sensi. Poi quando è arrivata la Croce Rossa è svenuta. Oh povera prof.! mi dispiace davvero tanto! Oh cavolo! Era mezzogiorno e cinquanta quando ho guardato per la prima volta l’orologio. Tutti quelli della mia classe sono andati a casa, ma io, Marco e Marianna siamo rimasti là con il permesso della preside. Nel pomeriggio è arrivata Nadia che lavora in segreteria. Ci ha salutato molto gentilmente ed è andata a lavorare nel suo ufficio. Nel frattempo, io e i miei compagni siamo andati a mangiare al bar li vicino. Magiare per modo di dire: abbiamo pensato per tutto il pranzo a chi potesse essere stato. Ma è veramente assurdo. Intanto la bidella è andata in ospedale per rimanere con la prof, ogni tanto usciva il dottore e lei gli chiedeva se stava bene o se era ancora così grave. Lui la tranquillizzava dicendole che era solamente svenuta. Appena finito di mangiare noi ce ne siamo ritornati a scuola a proseguire le nostre indagini. Nadia è corsa verso di noi dicendoci preoccupatissima: - Aiuto, i soldi per la gita sono spariti! I soldi delle classi seconde! Tutti noi siamo rimasti pietrificati. C’è qualcosa di strano in questo, di molto strano: prima la prof. viene trovata praticamente priva di sensi, poi i soldi della gita sono scomparsi. Dopo aver chiesto a Nadia se potevo vedere il luogo dov’è avvenuto il furto sono entrata in segreteria ed ho guardato attentamente tutta la stanza. Non ho trovato niente di strano tranne il cassetto dei soldi aperto e un foglio disegnato per terra. Mentre io osservavo ciò, Marco e Marianna si sono fatti accompagnare in ospedale per vedere e sapere come stava la prof. Lungo il tragitto per tranquillizzarsi i due hanno tentato di parlare d’altro e ne è venuto fuori un discorso all’apparenza normale: - Chissà come starà andando la partita di calcio della squadra di Loris contro il Bologna. Mi piacerebbe saperlo… ma perché Live (un altro mio compagno di classe) non è andato anche lui a giocare ed è venuto a scuola? Anche lui è in quella squadra e di solito non si lascia mai sfuggire una partita. Arrivati lassù, hanno chiesto al dottore le condizioni dell’insegnante e la risposta non era affatto cambiata: - Non vi preoccupate, è sempre uguale, non è peggiorata la situazione. Poi hanno chiesto anche gli orari di visita per poter vedere l’insegnante. Fortunatamente erano arrivati nel momento indicato perciò sono entrati nella sua stanza. Da una parte c’era una televisione spenta. E dall’altra un letto singolo appoggiato al muro. Era lì la nostra insegnante, nel letto con una flebo nel braccio. Le pareti tutte colorate da una vernice sull’arancione davano allegria, ma con lei dentro era solo tristezza. Stranamente ci eravamo affezionati molto a lei, quasi troppo… Poi si sono fermati vicino al letto per guardarla e hanno notato, oltre ai lividi e alle brugole, un segno sul collo che le circondava la gola, una specie di graffio. Come se qualcuno avesse cercato di “strangolarla”. Io nel frattempo ho riguardato un attimo l’aula e poi mi sono recata nel teatrino per cercare qualche altra prova… È stato allora che dietro allo schermo con la coda dell’occhio ho visto qualcosa che luccicava. Mi sono avvicinata e ho trovato un bamboccio di carta grande all’incirca una decina di centimetri. Ho notato che era vestito con una cintura da karatè. Mi è subito venuto in mente che questi disegni li realizzavano Christopher e Loris e che la prof. quando li sorprendeva a fare quel genere di lavori si arrabbiava non poco. Chissà come mai neanche Christopher era a scuola… Ora non credevo più che Loris fosse andato alla partita, così dopo un po’ di ragionamento ho chiamato Marco e gli ho raccontato del mio nuovo ritrovamento e ho scoperto che anche lui aveva le stesse mie percezioni. Così siamo arrivati alla conclusione: abbiamo capito che erano stati loro due a strangolare la prof. con il suo foulard e le avevano rubato i soldi, ma ancora non ci era chiaro il movente. Oh, erano le tre del pomeriggio e noi eravamo ancora là. Caspita, passa in fretta il tempo quando si ha così tanto da fare! All’improvviso ci è arrivata una chiamata da parte di Loredana che ci diceva che la prof si era svegliata. Allora abbiamo chiamato un taxi che ci ha portato da lei. Li, le abbiamo chiesto se si ricordava qualcosa di ciò che era successo. Non stava molto bene ancora, ma era sicura che due bambini, non sapeva bene chi, perché non aveva fatto in tempo a girarsi verso di loro e vederli in volto, le avessero detto qualcosa del tipo: - Oggi ce la pagherai. Ce l’hai con noi… sempre voti ba… E poi non ha più capito niente. E così abbiamo risolto il caso: Christopher e Loris non stavano né male né erano ad una partita di calcio, in realtà non c’era nessuna partita di calcio 8non si spiegava infatti che Live non vi avesse partecipato!); erano semplicemente pronti per fare il colpo, cioè strangolare la prof. e rubare i soldi della gita per rifarsi dei brutti voti che aveva dato loro. Ecco la soluzione del caso. Dopo tutto non è stato poi così difficile! Tutta la scuola ha ringraziato me e Marco e fatto i complimenti per il lavoro svolto. Oh caspita! Erano le cinque di sera! Allora, tutti abbiamo chiamato i nostri genitori per venirci a prendere e così si è conclusa la nostra giornata. Quel giorno non avrei mai creduto che potesse essere così movimentato!!


UN AMORE RITROVATO CON UN DELITTO Eleonora C. Viola P. Arianna D. P. Alex M. Classe 2D
Ero lì quando fu trovato il corpo del signor Jonh Stevenson. Quella sera, insolitamente, aveva organizzato una festa in occasione del suo compleanno a cui parteciparono la famiglia e alcuni amici. Stava andando tutto per il verso giusto quando ci fu un’ inaspettata visita da parte di alcuni finanziatori che, nei giorni precedenti avevano cercato invano di mettersi in contatto con lui. Dovevano infatti riscuotere una grossa somma di denaro. Seguì poi un’imbarazzante lite fra Jonh e i finanziatori che gli diedero, vista la situazione, un appuntamento per il giorno dopo. Dopo questo increscioso episodio, la festa continuò. Stava scarseggiando il vino, perciò Jonh si avviò verso la cantina e… in quel luogo fu rinvenuto il suo cadavere. Dal mio punto di vista c’erano gia dei sospettati: i finanziatori, Eddy Jhonson, Nigel Brown e Pedro Alvaretz che avevano un loro movente e il suo caro amico Jack Greenfield che aveva litigato con la vittima la notte prima della festa. Per quanto riguarda il cadavere, si trovava in una posizione anomala ed era morto dissanguato, per il colpo di una pesante bottiglia di vetro in testa, proprio dietro l’ orecchio. Il colpo non era stato particolarmente forte, ma molto preciso. Osservando attentamente la scena del delitto notai uno strano baule in legno. Lo aprii e, spostando vecchi libri e sfogliando un album, fui attirato da una foto che ritraeva la vittima insieme ad una donna; nel retro della foto erano scritti i nomi: “Jonh e Mary” cerchiati da un cuore. Notai sul grembiule che indossava la donna il nome di un supermercato della zona, chiamato “The Lion” . Dopo pranzo andai in giro per il paese alla ricerca di questo supermercato. Quando lo trovai chiesi a un commesso, che si trovava all’ingresso, di poter parlare con il direttore. Egli mi rispose, però, che non era presente e così mi diede il suo indirizzo. Quel pomeriggio mi incamminai verso via Farabegon n° 203, per poter parlare con il direttore del negozio, il Signor Gerard Picaku. Quando mi accolse, rimase un po’ stupito della mia visita e subito mi disse: “Se non sbaglio lei è Padre Mill, parroco della chiesetta di San Pierpaul”. “Certo”risposi. Mi conosceva indirettamente, sapeva che avevo contribuito alla risoluzione di alcuni casi complessi. Dopo una piacevole conversazione, esclamai: “Bene, avrà capito che c’è un motivo per la mia visita. Le vorrei chiedere notizie riguardo una delle sue ex commesse, la signorina Mary….” “ Mary !?!? “ mi chiese il signor Picaku “non sapendo il cognome non posso aiutarla, mi dispiace tanto”. “Ma proprio in nessun modo ?” chiesi disperatamente; “ Beh…,forse un sistema ci sarebbe. Bisognerebbe controllare tutti i vecchi archivi dove ci sono le cartelle delle ex commesse”. “ Perfetto ! La ringrazio tantissimo signor Picaku” e lui mi rispose: “ Oh… la prego mi dia del tu” imbarazzato, dissi “Va bene, come vuoi !!!”. Ci avviammo verso il supermarket, con la speranza di trovare ciò che stavamo cercando. Arrivati, mettemmo tutto sottosopra nel tentativo di recuperare la cartella. Ad un certo punto esclamai felice: “ Eccola !!!”. L’avevo riconosciuta perché dentro c’era la sua foto, identica a quella che avevo trovato nel baule, ma priva dell’immagine del signor Stevenson. Il direttore mi disse: “ Benissimo ora che abbiamo trovato quello che cercavamo possiamo andarcene” gentilmente risposi :”Eh, sì,- e stringendogli la mano conclusi – Mi ha fatto molto piacere conoscerti e spero di rincontrarti presto, arrivederci.” Poi salutandolo, me ne andai. Trenta minuti dopo ero nella mia chiesetta, mi diressi nello studio, ripensando a tutti gli avvenimenti accaduti fino a quel momento; poi presi la cartella che avevamo trovato e chiamai il numero che era scritto lì di seguito. Mi rispose una vocina dolce e timida così mi presentai e poi le spiegai come stava la situazione: subito scoppio in un pianto irrefrenabile. Io lì per lì le chiesi se avevo detto qualche cosa di errato e lei, singhiozzando mi rispose di no. Mi disse che piangeva perché conosceva molto bene la vittima. Allora a quel punto capii che la discussione sarebbe continuata per molto ancora, così le chiesi di incontrarla, invece di parlare al telefono. La signorina Mary mi domandò se andava bene incontrarci il giorno dopo a casa sua e alla fine rimanemmo d’accordo così.
Il giorno dopo, di buon mattino mi incamminai verso la casa della signorina Mary… appena arrivato mi accolse con le lacrime a gli occhi. Mi fece entrare e ci sedemmo su delle poltrone. Incominciammo a parlare e arrivai al punto di chiederle: “Lei sapeva che Jonh era sposato?”. “No” rispose singhiozzando, e poi le domandai: “Ma.. che rapporti aveva con lui?”. “Noi eravamo solo fidanzati, ero all’ oscuro che Jonh fosse sposato!”. La conversazione finì quando le dissi: “Lei è stata molto cortese nei miei confronti! Le consiglio di stare tranquilla, le cose si risolveranno molto presto! Arrivederci e grazie, le auguro una buona giornata.”.
Dopo la conversazione con la signorina Mary informai il commissario e gli proposi di convocare tutte le persone che erano nella mia lista dei sospettati e chiesi loro di riunirsi nella mia canonica perché volevo porre loro delle domande. Il commissario accettò di buon grado perché precedenti collaborazioni avevano ottenuto risultati fruttuosi, portando alla soluzione di casi particolarmente complessi e intricati.
Arrivarono puntuali e iniziai con i finanziatori, che interrogai tutti insieme. Loro dichiararono di essere innocenti subito perché si erano chiariti con la vittima prima che accadesse il delitto, inoltre avevano un valido alibi. Poi di seguito la moglie di Jonh si mise a sedere al mio fianco, e incominciammo a parlare; mentre la interrogavo notai sulla sua mano sinistra uno strano taglio e spontaneamente le chiesi come se lo era procurato; lei mi rispose titubante: “Mmhh….bè…ecco…ieri ho tritato le verdure e il coltello mi è scivolato, ferendomi.” Questa risposta non era affatto convincente e così aggiunsi la moglie Emily nella lista dei sospetti. Poi fu il turno del suo amico, Jack, che era disperato. Mi raccontò che il giorno prima avevano litigato per uno stupido motivo; ma ormai avevo capito chi fosse il colpevole. Alla fine degli interrogatori riunii tutti i miei sospettati e la polizia nella casa della signora Stevenson: “Dopo aver trovato vari indizi sulla scena del crimine e aver svolto diverse indagini sono arrivato a una conclusione: ”Innanzi tutto, il colpevole sapeva che la vittima aveva una relazione con un’altra donna, perchè aveva scoperto una delle tante foto dove lui era con la sua amante. Durante gli interrogatori ho notato sulla sua mano , un taglio abbastanza profondo, probabilmente causato da un vetro rotto. Da qui sono arrivato all’ esito finale: il colpevole è…… la moglie, la signora Emily Stevenson. Può essere solo lei perché ieri sera ho scoperto sulla scena del crimine un suo capello che ho fatto analizzare”.
La moglie confessò di aver ucciso suo marito per gelosia, così la polizia soddisfatta quasi incredula della “risoluzione del caso”, mi ringraziò e la condusse alla centrale.


LO STRANO DELITTO DELLA VILLA DE VERGÈS Era una piovosa mattina d’estate. Io e la mia classe, 2°D, eravamo in gita in una vecchia villa, che la nostra prof. di lettere considera un gran monumento storico: la Villa De Vergès. Sul retro del maniero si estendeva un vasto giardino, ben curato e ornato da alberi da frutta e cespugli di rose con una maestosa fontana al centro. Noi eravamo rimasti stupefatti dalla bellezza del prato, però all’entrata della villa rimanemmo stupiti per la trascuratezza in cui si trovava: c’erano crepe sui muri, ragnatele negli angoli del soffitto, mobili impolverati , tendaggi malridotti ; ad un certo punto arrivò la nostra guida, una strano personaggio: capelli bianchi, pelle rugosa e cadente, incartapecorito, con dei denti giallastri che si abbinavano al colore delle pareti della stanza, vestito in smoking. Ad un certo punto la prof. , Sara, Cristian e la guida si allontanarono per osservare una stanza della Villa, mentre noi eravamo rimasti a vedere dei quadri nell’atrio. Improvvisamente si udì un urlo la cui eco si espanse in tutta la dimora. Impauriti corremmo subito verso il punto della villa da dove era provenuto l’urlo. Arrivati vedemmo Sara, Cristian e la guida immobili, impietriti e a terra… un cadavere. Era con tutta probabilità un omicidio, la vittima era la nostra prof. Noi provammo immediatamente a telefonare ma i cavi del telefono erano staccati; eravamo rimasti da soli in una villa sperduta con un cadavere dissanguato sul pavimento. -“Chi sarà l’assassino?”- mi chiesi, e incominciai ad indagare con la mia aiutante, Alice.
Sara:-“ Io ero andata in bagno, che si trova nel giardino dietro la Villa, e ho lasciato la prof. nella stanza con Cristian.
Cristian:-“ Io sono uscito a cercarvi perché pensavo che voi foste in giardino e poi mi ero stancato di stare lì”
Guida:”- Ah, eravamo infreddoliti, e così sono uscito per andare a prendere della legna per il caminetto, e quando sono rientrato la vostra professoressa era già morta.
Stavo ispezionando la stanza del delitto; e notai vicino alla vittima delle impronte di fango: sfortunatamente questo non mi era di aiuto, perché tutti i sospetti erano usciti. Mi sporsi verso l’ insegnante e vidi un capello bianco. Mi insospettii: un’ipotesi mi frullava per la testa e, trovato l’ultimo indizio, riunii tutti in una sala. -“ Bene, bene vi voglio informare che ho scoperto, insieme al mio aiutante chi è l’assassino: la guida. Come prima cosa ho trovato delle orme di fango ma non ero riuscita a capire a che scarpa apparteneva, e questo non mi ha aiutato molto; poi ho trovato il primo indizio significativo: il capello bianco sopra la sua giacca della prof che probabilmente è scivolato lì mentre lei si proteggeva poi.....Mi faccia vedere le sue mani signore! questa è la prova schiacciante: come potete vedere nell’unghia c’e una piccola traccia di sangue che ho notato quando mi ha dato una penna per appuntare gli indizi” A quel punto la guida cadde a terra in ginocchio e, disperato, confessò tutto: “ E’ vero l’ho uccisa ma per un buon motivo: una sera la vostra prof. probabilmente un po’ ubriaca, investì mia moglie uccidendola.”… Dopo con il cellulare della guida chiamammo la polizia che l’arrestò. E così si concluse lo “strano” delitto della Villa De Vergès.


Cadavere a Natale Fabio S. Mattia M. Lorenzo G. Silvia G. Caterina B. Classe 2D Eravamo sotto Natale nell’anno 1999. Il signor Petracelli, ignaro della fine che lo aspettava, si recò in chiesa per la messa di Natale. Quando tutti se ne andarono, rimase lì a pregare e il peggio accadde… Nel buio dell’altare l’uomo intravide una sagoma sinistra. «Chi va là ?»chiese un po’ allarmato. Ma nessuno rispose. L’ombra fu attraversata da un filo di luce che penetrava da una piccola finestrella color rosso acceso. Era un uomo incappucciato che si dirigeva minacciosamente verso di lui. Petracelli spaventato si alzò, cercò di correre verso l’uscita, ma l’uomo gli era già addosso e, prima ancora che potesse dimenarsi, un coltello da cucina gli penetrò nella schiena tre volte prima che il suo corpo stramazzasse a terra privo di vita. Quella mattina, alle 7:30, un uomo entrò in chiesa per confessarsi. Entrò nel confessionale, ma non era vuoto … il cadavere del signor Petracelli giaceva immobile pieno di sangue e con tre evidenti ferite mortali alla schiena. Il pover’uomo rimase agghiacciato e, appena tornò in sé, prese ad urlare. A quelle grida, sopraggiunse precipitosamente un prete che, a quella vista, ordinò all’uomo«Presto, avverti la polizia!!» Sul posto si recarono due autovetture della polizia con a bordo il famoso detective della zona, Ranocchini Benedetto, il quale prese in mano la situazione, tirò fuori la classica lente d’ingrandimento da detective e incominciò ad investigare.«Non sarebbe meglio rivolgersi ai RIS?» chiese un poliziotto.«No. preferisco fidarmi del mio terzo occhio». «Portate qua i possibili indiziati» disse il detective. Arrivarono allora il prete, la signora delle offerte che era rimasta in chiesa fino a tardi, l’uomo che aveva scoperto il cadavere e un ubriaco che aveva messo a soqquadro il bar a fianco della chiesa. Benedetto allora riesaminò con attenzione il corpo. «Ognuno di voi dovrebbe mostrarmi la propria firma». Porse un foglio ad ognuno di loro i quali lo firmarono un po’ perplessi. «Interessante» Osservò. «Cosa?» Chiese il prete. «I tagli sulla schiena del cadavere si trovano a sinistra, quindi l’assassino è mancino, dunque la signora delle offerte è innocente, mentre tutti gli altri, visto che hanno firmato con la sinistra, sono ancora possibili sospettati.» «Come!?! Ma come si permette!! Guardi che io sarò pure imbevuto di alcool ma non potrei mai uccidere una persona! E perché ce l’ha tanto con noi!?! Cosa le abbiamo fatto!?!» prese ad urlare l’ubriaco. «Si calmi signore, non ce l’ho con lei» disse il detective. Ma l’ubriaco continuò imperterrito la sua protesta. «Si plachi o la faccio arrestare!» A quelle parole si “congelò”. «Vedo che le manette la spaventano.» In quel momento entrò in chiesa il medico legale che sussurrò qualcosa al detective. «Bene, ho scoperto che il signor Petracelli è deceduto tra l’una e le due di questa notte, perciò le sole due persone che possono aver commesso il delitto sono il prete e l’ubriaco del bar a fianco. Andate a chiamare il proprietario del locale.» ordinò il famoso detective. Dopo qualche minuto arrivò. «C’è qualche problema? Ho visto delle macchine della polizia.» Chiese il barista. «Purtroppo questa notte c’è stato un omicidio e credo che la sua testimonianza potrebbe rivelarsi utile. Spero che non le dispiaccia se le faccio qualche domanda. Innanzitutto vorrei sapere se qualcuno è uscito dal suo bar verso l’una di questa notte.» «Adesso che mi ci fa pensare, quel signore laggiù» indicando l’ubriaco «e un suo amico, di nome Vercetti, sono usciti all’incirca in quell’ora e sembravano molto agitati.» Affermò il barista. «E le due persone, che lei sappia, conoscevano la vittima?» «Sì. Il signore Petracelli veniva al mio bar molto spesso e a volte aveva accese discussioni con diversi clienti, tra i quali anche le due persone di cui abbiamo già parlato.» «Dunque entrambi avevano un movente e la possibilità di uccidere la vittima. Quindi anche loro sono sospettati.» Il detective sussurrò qualche cosa nell’orecchio di un poliziotto, il quale scattò fuori dalla chiesa e se ne andò via con una macchina della polizia. «Tra poco dalla centrale di polizia arriverà un mandato che ci consentirà di controllare se nelle vostre abitazioni c’è qualcosa di sospetto. Nel frattempo vi chiedo gentilmente di non allontanarvi dalla chiesa poiché l’assassino potrebbe essere ancora qui dentro.» Ma state tranquilli, le indagini non dovrebbero molto.» Dopo poche ore Ranocchini Benedetto tornò soddisfatto dai sospettati. «Signor Vercetti … è lei il colpevole» «No! Sono innocente! Mi hanno incastrato!» È colpevole di spacciare sostanze stupefacenti. Sono stati trovati due chili di cocaina nella sua residenza. Ma non ha ucciso lei il signor Petracelli... perché è stato il prete!!!» «Non ne avete le prove!» obbiettò il sacerdote. «E invece sì, mio caro. Nella sua casa c’era un set di coltelli dal quale ne mancava uno, che è stato ritrovato in un prato lì vicino, insanguinato e con alcune impronte che sicuramente ci condurranno a lei, vero? Ma non è finita qua. Abbiamo interrogato dei suoi vicini, i quali hanno affermato che lei conosceva bene il signor Petracelli. Se non erro le aveva prestato anche dei soldi. La sera prima del delitto lei e la vittima vi siete incontrati e diverse persone affermano di avervi sentito litigare. Quindi la mia ipotesi è che Petracelli l’abbia minacciata perché voleva indietro i suoi soldi. Ma lei, avendo gravi problemi finanziari per via della chiesa, non era in grado di estinguere il debito. Perciò gli ha chiuso la bocca per sempre. Mi sto forse sbagliando?» Questo lungo monologo fu seguito da un tragico silenzio… «Non si sbaglia detective. E’ tutto vero. Ma non avevo altra scelta, mi aveva chiesto degli interessi altissimi pur sapendo che non potevo dargli soldi.” «Si ricordi. C’è sempre un’altra scelta. Arrestatelo.» Il prete venne ammanettato e Ranocchini Benedetto lo accompagnò in cella, felice di aver risolto un altro caso.


Il ladro di merende... È ormai più di un mese che nella scuola media di Serravalle avvengono dei furti misteriosi: quasi ogni giorno nella 2aC prima della ricreazione spariscono dagli zaini le merende e gli spiccioli dei ragazzi. Questi, per quanto ci abbiano provano, non sono mai riusciti a scoprire il responsabile dei furti e ora, stanchi e molto arrabbiati, si sono rivolti ad un detective.
Immedesimati in un famoso investigatore tra quelli che hai conosciuto durante le attività effettuate sul giallo e risolvi l’intrigante caso del ladro di merende.
Testo Lunedì Era un grigio pomeriggio invernale a Milano e me ne stavo a sonnecchiare mesto sulla mia cara poltrona in pelle. Ad un tratto uno squillo spezzò la tranquillità. Allungai la mano lentamente per alzare la cornetta, me la portai all’orecchio e intonai con voce solenne: - Ufficio Investigazione Privata di Stefano Barocchi. Posso aiutarla? - Dall’altra parte del filo una voce femminile piuttosto pacata disse: - Parlo con il signor Stefano Barocchi? - - Certamente! - Replicai con una punta di altezzosità. - Mi esponga il suo problema.- - Innanzitutto il mio nome è Maria Elena Cancellini e insegno nella Scuola Media di Serravalle a San Marino, in una classe dove da un mese vengono rubate merende e spiccioli ai miei alunni. La situazione è diventata insostenibile, i miei ragazzi stanno diventando nervosi e iniziano a chiudere a chiave le loro cibarie. Io non so più cosa fare: nessuno si fida più del compagno e le mie lezioni, come quelle dei colleghi, sono diventate per lo più interrogatori. Così l’ho chiamata, perché non riusciamo a pescare il colpevole!” - Quando ebbe finito di parlare attaccai a dire: - Beh, non so che dire… sono molto impegnato, la mia agenda è piena, poi la mia famiglia abita qui e il caso potrebbe richiedere anche settimane e…- - Non riuscii a terminare la frase che la prof. dall’altro capo del telefono iniziò a dire in tono leggermente malinconico: - La prego, signor Barocchi, vedrà che non perderà molto tempo e la ricompenseremo adeguatamente per il suo servizio… - Per la verità, l’unico motivo per il quale non avrei accettato l’incarico era solamente la pigrizia, riflettei, solo perché non volevo viaggiare, ma… diamine: ero davvero così egoista? Finalmente mi decisi, lisciai il pizzetto incolto che si ergeva sul mio mento e dissi in tono quasi marziale: - Carissima signora Cancellini, accetto di venire in aiuto della sua sciagurata classe e di smascherare il colpevole di questi furti indignasi. Partirò domani e cercherò di risolvere il caso prima possibile. Arrivederla e buona giornata! - Chiusi la cornetta e mi sedetti sulla mia beneamata poltrona e iniziai a pensare che l’unica cosa che non mi sfagiolava era il fatto che nella scuola ci fosse un criminale così abile da riuscire ad ingannare anche i poliziotti. Boh, ora non mi dovevo crucciare, ci avrei pensato quando sarei stato là!
Mercoledì Ero appena arrivato davanti alla Scuola Media di Serravalle, mi guardai bene intorno, alzai la manica della giacca e squadrai l’orologio quadrato che avevo al polso: le 11,30. Perfetto orario d’arrivo, puntuale come sempre, ma mi stavo vantando troppo, era ora di entrare in azione! Mi diressi verso l’entrata della scuola dove mi aspettava la prof. Cancellini e dopo esserci formalmente salutati, iniziò a dire: - Io e gli altri prof. pensiamo che il ladro sia un membro della classe, o almeno qualcuno interno ad essa, senza esclusione dei miei colleghi e i bidelli del piano, ma sospettiamo più degli alunni che degli adulti. - - Si, certo, ma non può essere escluso nessuno, lo rammenti sempre! - Aggiunsi io. – Ora possiamo passare alla scena del crimine? - - Certamente, mi segua… - Entrammo in un’aula di media grandezza, dove, disposti ordinatamente, si trovavano i banchi degli alunni, vuoti; agli angoli dell’ambiente vi erano dei cestini e in fondo al locale vi era una porta semiaperta, probabilmente lo sgabuzzino. Vi entrai e dopo pochi minuti fece altrettanto la prof. Cancellini, che ansimò: - Mi scusi per la lentezza, ma è da due giorni che non mangio né dormo: sa, il fatto dei furti…- - Oh, non si preoccupi, faccia con comodo! - Dissi io e subito dopo iniziai ad ispezionare la classe. Non mi sembrò di notare molto, tranne delle piccole macchie di cioccolata sotto la cattedra, il che non mi faceva escludere la teoria della colpevolezza dei prof… Poi, ispezionando la finestra, vidi al di fuori, nel piccolo giardinetto sottostante, una cartaccia che svolazzava leggermente, probabilmente agganciata a qualcosa. Dopo aver controllato bene l’aula, chiesi con tono deciso alla prof, che era stata lì ad osservare: - Lei ha qualche sospetto? - - In verità ne avrei anche due: Filippo Allegroni e Simone Parlotti, entrambi irriducibili mangioni…, ma punto più su Simone, che è uno stramaledettissimo chiacchierone, interrompe sempre le lezioni e… - - Quindi lei accusa questo ragazzo solo per antipatia? Questo certo non le fa onore! - La interruppi. - No, no, certamente, ma punto più che altro su di lui; inoltre di questi tempi è più agitato del solito! - Aggiunta la frase si guardò l’orologio e disse ancora: - Si è fatto tardi, mi scusi, ma devo andare. Arrivederla! - Nell’atto di prendere la borsa, questa le scivolò e cadde a terra rivelando una cartaccia stropicciata. - Mi scusi! - E detto questo se ne andò.
Giovedì 12:00 in punto. Ero davanti alla classe, sentivo le parole d’accusa, ma forse potevo ancora evitare ad un innocente di finire nei guai. Entrato senza nemmeno bussare, vidi la fatidica scena: Conti, davanti allo zaino traboccante di merende, in preda alla disperazione, e tutti i compagni attorno a lui, che stavano per saltargli addosso. - Fermi! State commettendo un errore! È innocente! - Tutti si voltarono e la prof. Cancellini, che era di turno quelle ore, disse indignata: - Innocente? Ma cosa sta dicendo?! L’abbiamo colto sulla scena del reato con la refurtiva nello zaino! - In quel momento le risposi con leggera sagacia: - Non metto in dubbio che qui ci sia un colpevole, ma non è quel ragazzo. In verità il colpevole è lei, professoressa Cancellini! - - Ma cosa sta insinuando! E dove sono le prove? - Disse con una punta di rabbia. - Glielo mostro subito. Il primo indizio sono state le macchie di cioccolata sotto la cattedra, il che mi portava ad indagare su un prof. che mangia di nascosto. Il secondo è sto quando le è caduta la borsa ed ha rivelato una cartaccia che apparteneva ad una merenda, che poi ho confrontato con quella del piccolo giardinetto sotto la finestra, che lei ha buttato al vento quando stava per essere scoperta, tanto più che pochi minuti prima aveva affermato che lei non mangiava da diversi giorni. Ma se fosse stato vero ciò che diceva, come faceva ad avere una cartaccia di merenda dentro la borsa? Alla fine si è contraddetta da sola. Di seguito ha insinuato che non riusciva più a sopportare Conti, e quale modo migliore per sbarazzarsi di lui se non accusandolo di furto e mettendogli le prove che aveva rubato nello zaino? Ma, mi chiedo, perché si è abbassata a commettere questo crimine? - Lei, allora, mi rispose con la voce rotta del criminale smascherato: - Non riuscivo più a sopportarlo, Conti! Interrompeva continuamente la lezione e, se l’avessero sospeso, come minimo l’avrebbero sospeso, e così ho chiamato lei, per inscenare tutto, ma alla fine la faccenda mi si è rivolta contro! - Ed io con un sorrisetto le risposi: - Ha il diritto di rimanere in silenzio! - Ho sempre sognato di pronunciare queste parole! Simone C. (2C) 

“Inventa un racconto horror che abbia per protagonisti i tuoi insegnanti.”
LA SCUOLA DEGLI ORRORI
Era notte fonda. L’orologio segnò mezzanotte con un lugubre rintocco. Nella grande aula sedevano quasi assopiti Giorgio Righelli, il prof. di tecnica, Maria Elena Cancellini, di italiano, Loredana Coseni, di matematica, e Anna Pencil, di inglese. Erano rimasti svegli fino a quell’ora della notte per correggere le verifiche d’esame dei propri alunni. Ad un tratto la prof. Cancellini si alzò con un movimento quasi convulso e disse con una voce opaca e sonnacchiosa, che lasciava trasparire un pesante sonno ed una punta di nervosismo: - Cari colleghi, credo che per stasera abbiamo finito. Ci riuniremo martedì prossimo. Buonanotte. - Tutti annuirono e si recarono verso l’uscita, ma appena il prof. Righelli tentò di aprire l’uscio si girò e con volto funereo annunciò: - È chiusa! - In quel momento la prof. Coseni con voce irata disse: - Lei non sa neanche aprire una porta! Faccia spazio! Usciremo da qui in pochi istanti! - E si avventò sul pomello, cercando di aprirlo in tutti i modi, ma con un nodo alla gola proclamò: - È veramente bloccata! - Dopo poco la prof. di italiano replicò furiosa, l’ira aumentata dal sonno: - E quindi noi saremmo bloccati qui tutta la notte ???! - Annaspò su tutta la porta, ma non esisteva serratura, così si rassegnò e si sedette in terra, distrutta, paralizzata da una stanchezza unita ad una paura claustrofobica che le invadeva il cervello, annebbiandole la ragione. Ad un tratto una risata malefica e innaturale echeggiò per l’atrio, un vento mefitico si sollevò nella stanza, e dopo pochi secondi il tutto scomparve nel freddo vuoto dei corridoi desolati della scuola. Un brivido di terrore si levò sulla schiena dei professori, impietriti dalle incontenibili e lugubri risa che si erano sentite pochi secondi prima. In quel momento mentre tutti cercavano di riprendersi dallo shock, ancora paralizzati, il pavimento iniziò a tremare e dal sottosuolo cominciarono a fuoriuscire scarafaggi e cimici, una moltitudine dai carapaci lucenti che zampettavano ovunque trovassero appiglio, insetti demoniaci bramosi di carne e sangue, piccole reincarnazioni della morte. Ancora frastornati e impauriti, i professori cercavano convulsamente di schiacciarli, ma più ne uccidevano più ne comparivano. Il panico si leggeva sul viso di tutti e quattro, incapaci di arrestare l’orda che stava per annientarli. La prof. Pencil gridò atterrita: - Saremo divorati, fuggiamo, presto! - E detto questo corse verso la biblioteca e quando tutti i prof. vi furono dentro barricarono le porte e si sedettero esausti in terra. Tutti erano pallidi, gli arti quasi paralizzati, i volti spompati e mortiferi, la mente annebbiata dal terrore e dai presagi di morte. Ad un tratto la prof. Cancellini disse con voce spezzata: - È impossibile! - Lo sguardo perso nel vuoto - È impossibile. Com’è potuto accadere una cosa simile? - In quel momento intervenne la prof. Coseni, che, ancora parzialmente lucida, disse: - Ma tutti lo abbiamo visto. È reale, Elena. Ho sentito quelle bestiacce che mi correvano su una gamba. Dobbiamo uscire da questo posto! - In quell’istante iniziò a parlare il prof. di tecnica che replicò: - Concordo, ma hai una vaga idea di come… - Non riuscì a terminare la frase che la stanza diventò oscura. Le luci si abbassarono improvvisamente. I tavoli iniziarono a creparsi ed a spezzarsi sotto la pressione di una forza fantasma, gli scaffali caddero sospinti da un vento fetido e malefico, il computer della biblioteca andò in tilt ed il monitor iniziò a sprizzare scintille che si dissolvevano nell’aria con un fumo acre. Ai lati della stanza cominciò a divampare un fuoco di furore demoniaco che avvolgeva le pareti, impedendo la fuga. I libri iniziarono a deformarsi ed a cambiare parole, come scritti dalla mano di un pazzo, frasi sconosciute prendevano il posto di quelle convenzionali, le pagine cominciarono a volteggiare in aria ed a essere ripetute, come in una litania oscura, da una voce che echeggiava per la stanza. Allora la prof. Pencil, che era rimasta in silenzio per tutto quel tempo, strillò presa dal terrore: - Oh, mio Dio! Non può essere vero!! Non può essere vero!!! - E così si avventò su una delle porte agguantandone il pomello rovente di fuoco oscuro, ma la mano, al contatto con le brucianti fiamme, iniziò a carbonizzarsi e divenne cenere in pochi secondi; il viso le si contrasse in una smorfia di dolore, la professoressa si mise a correre per la stanza, annebbiata dalla sofferenza atroce, quando le pagine di libro svolazzanti si ripiegarono su se stesse, diventando lunghe e appuntite frecce di carta, che individuato l’umano bersaglio, si avventarono su di lei come uno sciame di locuste impazzite, trapassandola da lato a lato. In quel momento il corpo crivellato crollò a terra, inerte in una pozza di sangue. Dopo pochi secondi attorno ai tre prof. sopravvissuti tutto si spense: le fiamme si estinsero e tutto ciò che prima volava sospinto da forze innaturali cadde in terra, inerte. I restanti non commentarono e si limitarono ad uscire semipietrificati dalla paura, quasi piangendo di disperazione. Dopo aver vagato a lungo per corridoi oscuri, i rimanenti si trovarono in una stanza buia, completamente vuota, probabilmente la stanza situata nel piano più basso dell’edificio. E lì si fermarono, per riflettere sull’accaduto. La prima a parlare fu la prof. Cancellini, che con voce tremante disse: - Una collega morta. Vi rendete conto??? Una collega morta !!!! - Iniziò a strapparsi i capelli dalla disperazione e mentre lei piangeva sola in un angolo, gli altri due prof. restavano in silenzio, fissando il vuoto. In quel momento un sibilo tetro si levò nell’oscurità e sul soffitto una miriade di occhi rossi si aprirono e si scatenò una tempesta di bulbi oculari mortiferi. E in quello stesso istante dal nulla calarono enormi ragni pelosi: le otto zampe uncinate picchiettavano sul terreno, le fauci bavose e velenose schioccavano velocemente, il pungiglione pronto a colpire ignare vittime. Continuamente altre orrende creature fuoriuscivano dall’oscurità, circondando i tre professori, che tentavano di respingerli con calci e pedate, senza sortire nessun effetto. In quel momento una enorme mostruosità a otto zampe si calò dal soffitto, alle spalle della prof. Coseni. Dalla sacca velenifera della creatura comparve un lungo aculeo cosparso di una sostanza verdognola, e lo conficcò con fulminea velocità nella schiena dell’insegnante, quasi trapassandole il petto: un fiotto di sangue iniziò a scorrere dalla ferita, ricoprendo il pavimento sottostante, mentre il veleno della creatura stava iniziando a fare effetto, facendo comparire dalla bocca della prof. una saliva biancastra. Pochi secondi dopo il ragno risalì nelle profondità del suo nido, dove si sarebbe nutrito della carne della sua vittima. Dopo aver mietuto carne umana ed aver riscosso il loro tributo di sangue, le creature si ritirarono nel vuoto degli oscuri meandri della scuola. I due prof. rimanenti fuggirono terrorizzati, mentre nel lungo corridoio nel quale correvano, che pareva infinito, dalle pareti iniziò a fuoriuscire un fiume di sangue. Impazziti da questa crudele visione, spronarono le gambe a fuggire con più velocità, ma erano appesantite da una forza sovrannaturale. Ad un certo punto, delle mani apparse dal pavimento afferrarono il prof. di Tecnica per le caviglie, impedendogli il movimento, mentre delle braccia fuoriuscirono dai muri e agguantarono i suoi arti, strappandoli con brutalità, di seguito dal soffitto comparve una enorme bocca mostruosa che divorò la testa del malcapitato insegnante, finendolo in un colpo solo. L’unica prof. rimasta viva era la Cancellini, resa pazza dagli orrori della scuola, terrorizzata dalle oscure apparizioni degli spiriti assetati di sangue. E mentre correva per i corridoi senza meta, vide, come un raggio di luce nella tempesta, l’uscita. Vi corse velocemente, ma era tanto ottenebrata da quella visione che non si accorse della gelatina mostruosa che pendeva dal soffitto. Raggiunse la porta e girò la maniglia. L’uscio si aprì con uno scricchiolio sinistro, respirò l’aria fresca della notte buia, mosse un passo e… la creatura deforme le cadde sulle spalle, a poco a poco la avvolse completamente, corrodendole la carne e lacerandole gli organi interni, spezzandole ossa e tendini. E in quel momento la porta si chiuse. Simone C. (2C) 
LA PAURA DIETRO LA PORTA
Non so se questo testo verrà mai letto, se chi lo leggerà crederà in quello che ho scritto, ma posso giurare che tutta la storia che sto per raccontare è vera. Tutto è iniziato quando, mentre stavo navigando su Internet, sono incappata in uno strano sito; parlava di un castello abbandonato, da poco adibito a locanda per gruppi numerosi. Si trovava nel nord Italia, in mezzo alle Alpi, proprio dove avevo deciso di portare le mia classe per la gita di fine anno. Siccome costava poco, aveva un bello spazio aperto tutto intorno dove poter lasciare i ragazzi e visto che anche gli interni sembravano belli (almeno stando alle foto presenti nel sito) decisi che sarebbe stata la dimora perfetta per quei tre quattro giorni di vacanza. Il giorno della partenza eravamo tutti estasiati; soprattutto i ragazzi che durante il viaggio non facevano altro che chiacchierare creando una gran confusione. Arrivati al paese, dal quale saremmo partiti per arrivare fino al castello, fummo accolti molto calorosamente. Credo che molti sapessero che sarebbe arrivata una classe perché, anche se era molto presto, numerose bancarelle erano già aperte e molti occhi ci guardavano speranzosi. Una cosa che mi colpì fu il fatto che molti souvenirs avevano un qualcosa che rappresentava la fede cristiana: portachiavi con una piccola croce d’oro, penne con sopra l’immagine dei Gesù crocifisso, rosari, ecc… Non potei quindi fare a meno di comprare un portachiavi per ricordarmi di quello strano paesino. Risalimmo sull’autobus e, dopo molti tornanti, arrivammo al castello. Sulla soglia c’era già un alto e magro maggiordomo vestito all’antica al quale affidammo le nostre valigie. Entrammo anche noi e quasi all’improvviso ci colpì un forte odore che non riuscimmo subito a decifrare, ma che capimmo provenire dalle cucine. L’arredamento era piuttosto stravagante: pavimenti rivestiti da moquette, muri spesso ricoperti da tendaggi rossi dietro ai quali c’erano ampie finestre, il mobilio era formato da cassapanche, armadi e librerie che mi sembrava strano che non fossero ancora stati attaccati dalle tarme tanto erano vecchi. In ogni camera c’era un letto a baldacchino che, insieme ai ritratti e ai quadri alle pareti, rendeva il tutto molto ambiguo, ma nell’insieme anche piuttosto interessante e inquietante, soprattutto alla sera quando si accendevano gli antichi lampadari che pendevano dal soffitto. Ci furono consegnate le chiavi delle nostre stanze e dopo aver sterminato una famigliola di ragni che albergava nel mio armadio, sistemai le mie cose e tornai nell’atrio. Fui la prima a finire e dedicai il tempo che avevo a disposizione per curiosare nelle stanze del piano e per conoscere meglio gli inservienti e il direttore. Dal facchino, che prima aveva portato i bagagli nelle nostre stanze, compresi che nessuno conosceva bene il proprietario perché usciva dalla sua stanza solo di notte per sbrigare certi affari importanti e quindi, di giorno, era sempre stanco e preferiva riposarsi. Quando tutti furono pronti partimmo per il museo con il quale avevamo l’appuntamento. La gita fu molto interessante e durante il pic-nic chiesi alla nostra guida il motivo dello strano fatto dei souvenirs. La ragazza mi disse che nel passato, come anche di recente, c’erano state strane sparizioni di persone che, purtroppo, non furono mai ritrovate. Naturalmente intorno a queste misteriose scomparse si sono create delle leggende su creature demoniache alle quali solo i vecchi prestano attenzione. Rimanemmo fuori tutto il giorno e quando rientrammo al castello decidemmo di concludere la giornata in bellezza guardandoci il film “Dracula” al video dell’albergo, dopo di che andammo a letto. Mi ero quasi dimenticata delle stranezze della giornata quando, mentre stavo camminando nel corridoio mi accorsi di una porta semiaperta dalla quale proveniva una luce fioca. Sapendo che non era la stanza di uno dei miei alunni decisi, contro le mie solite abitudini, di sbirciarvi dentro: vidi un uomo alto, un po’ grassoccio, con una lunga barba arancione che gli copriva la bocca. Lo strano tipo camminava avanti e indietro con un’andatura un po’ ondeggiante, evidentemente indeciso sul da farsi, e quando si girò verso di me (per fortuna non mi vide!) gli notai di sfuggita gli occhi: erano grandi e gli iridi erano di un colore giallo fluorescente, quasi come quelli di un uccello notturno, ma la cosa più spaventosa era il fatto che esprimevano un odio terribile. Mi costrinsi a credere di aver solo sognato quegli occhi e tornai a letto dove, forse per i troppi pensieri, impiegai parecchio tempo prima di addormentarmi. Dormii profondamente e non mi accorsi che, durante la notte, aveva piovuto abbondantemente e molti alberi erano caduti sulla strada a causa del temporale. Saremmo rimasti prigionieri di quel luogo sinistro ancora per una settimana e il temporale non accennava a smettere. I primi giorni in quel lussuoso castello passarono veloci, ma continuavo a notare alcune stranezze (soprattutto strani rumori durante la notte, come di vetri in frantumi) alle quali nessuno, oltre a me, sembrava fare caso. Una notte però, mentre passavo nel corridoio, notai per la seconda volta la famosa porta aperta. Non seppi resistere alla tentazione e volevo andare a fondo nella faccenda dell’uomo misterioso dagli occhi gialli (che credo fosse il proprietario) quindi, dopo essermi accertata che l’inquilino non ci fosse e armata di tutto il mio coraggio, entrai. L’arredamento era simile a quello delle nostre camere, ma c’era una piccola porticina da un lato e, spinta dalla curiosità, la aprii. Rimasi paralizzata dallo spavento: le pareti erano rivestite da ragnatele, il soffitto era abitato da pipistrelli e il pavimento era coperto dai loro escrementi che emanavano un odore acre, ma la parte più orrenda erano i cadaveri; ce n’erano di putrefatti, ma anche di recenti e tutti, dal primo all’ultimo, erano stati mutilati, dilaniati da quella che sembrava essere stata una lama molto affilata. - Benvenuta - Disse una voce alle mie spalle. Sapendo bene cosa mi aspettava, mi girai lentamente. L’uomo mi sovrastava ed era nel bel mezzo della sua trasformazione: grosse piume che parevano coltelli gli stavano crescendo sul petto e su tutto il corpo, la barba si era indurita e tramutandosi un lungo becco affilato, le braccia divennero ali lunghe quasi quanto un uomo steso e le gambe si fecero zampe con artigli che avrebbero potuto tagliare di netto persino le ossa. Era altissimo e nero come la notte. Contorse la faccia in quello che doveva essere un sogghigno: - Devo complimentarmi! Ha scoperto la mia vera natura. Peccato che non vivrà abbastanza a lungo per poterlo raccontare in giro. - Dopo aver pronunciato queste parole si preparò al balzo e, con uno schiocco del becco si avventò su di me. Non potete immaginare l’agilità e la prontezza di riflessi che la paura della morte vi mette in corpo. Così, non so bene come, schivai l’uccellaccio balzando in avanti e, strisciando verso la porta, riuscii a recuperare un vecchio fucile che mi diede qualche speranza. Uscita dalla stanza mi chiusi la porta alle spalle, ma senza la chiave non sarebbe servita a molto, quindi mi misi a correre a perdifiato; giù per le scale, nel corridoi, ancora scale, poi la porta d’ingresso e infine il prato. Volevo andare il più lontano possibile da quel mostro e dalla sua tana, ma intanto avevo sentito che aveva rotto il vetro della sua stanza e che con un balzo aveva spiccato il volo per inseguirmi. Continuai a correre a più non posso verso il bosco, che più correvo più mi sembrava allontanarsi: purtroppo io non avevo più tanto vantaggio dal mostro. Mi sentivo come un topolino che cerca disperatamente di salvarsi anche se sa bene di non avere scampo anzi, ero il topolino, ma almeno avevo un’arma per difendermi, quindi decisi: mi buttai a terra e con una capriola mi ritrovai a guardare il cielo dove c’era il mostro. Presi la mira, sparai e riuscii a colpirlo, ma solo ad una zampa e questo non fece altro che farlo arrabbiare ancora di più. Perdeva molto sangue e questo lo rallentò un poco. Mi nascosi nel bosco e mi fermai dietro un albero poco lontano. Mentre ansimavo sentivo le sue forti grida, sempre più forti. Una parte di me voleva uscire per aiutarlo pensando che mi avrebbe risparmiata, ma l’altra parte (che certo prevaleva), pensava all’orrore che avevo provato nella stanza dove teneva le sue vittime e rimasi nascosta tendendo al massimo le orecchie nel caso che si fosse avvicinato, ma per lunghi e interminabili minuti il silenzio fu interrotto solo dai suoi strazianti lamenti che mi facevano gelare il sangue nelle vene. Poi un botto, così forte che mi sembrava essere scoppiata un bomba. Mi girai lentamente e capii che quel botto era stato provocato dalla caduta del mostro. Ora giaceva immobile in un lago di sangue che gli era sicuramente uscito dalla ferita che gli avevo curato. Non sembrava stesse respirando e molto cautamente mi avvicinai. Gli stavo tirando su una palpebra per assicurarmi che fosse morto quando, in un ultimo impeto di rabbia, mi ferì col becco alla faccia e con un urlo di dolore, caddi a terra svenuta. Quando mi ripresi si era già fatto giorno e vicino a me non v’era più il terribile uccellaccio che mi aveva quasi uccisa, ma il paffuto proprietario dell’albergo che quella sera fu accolto fra le braccia dell’inferno, il vero luogo dove i demoni regnano incontrastati. Ilaria S. (2C) 

IL NONNO RACCONTA Racconta l’intervista con una persona di un'altra generazione (come un parente anziano), descrivendo un mondo di eventi, di abitudini (anche alimentari), tecnologie e ritmi di vita così diversi dai tuoi Erano gli anni in cui il mio mondo rotolava attorno alla curiosità, volevo e toccavo tutto, mi calmavo solo quando nonna Mariangela che ora non c’è più, mi cantava una ninna nanna speciale per farmi addormentare. Sorridente, espansiva, piccola e grassottella, trotterellava accanto a me e per magia spuntavano sempre dalle enormi tasche del suo grembiule quei biscottini che interrompevano d’incanto i miei capricci. Sarebbe stata la persona ideale da intervistare perché le piaceva tanto raccontare il suo passato e io mi incantavo ad ascoltarla! Per fortuna ho un'altra nonna, più riservata di carattere, che ora ha novant’anni. Nonna Peppina è piena di vita e nonostante gli acciacchi trova sempre un sorriso da regalare a me e a mia sorella Camilla. Vado volentieri a casa sua perchè mi piace farle compagnia. Quel pomeriggio autunnale osservavo il suo volto rugoso intento a “calare” le carte mentre facevamo la solita briscola e mi è venuto voglia di farle delle domande, di scoprire tra i suoi ricordi le storie di un tempo lontano. La nonna sembrava che non aspettasse altro e ha cominciato a raccontare di quando, più grande dei suoi fratelli, aiutava la mamma a fare il pane che poi veniva dato alle persone più bisognose di Chiesanuova, durante la ricorrenza dei morti. Il babbo, ricco possidente, commerciava bestiame e ogni tanto andava alla fiera per vendere e comprare animali. Ci impiegava un giorno ad arrivare e la nonna aspettava con ansia il suo ritorno perché le portava sempre un lecca lecca di zucchero filato o un bamboccino di cioccolata che lei nascondeva golosa, sotto il cuscino. Cercavo di immaginarla mentre faceva le scorribande e i ruzzoloni tra i campi e si divertiva tra i polli e la polvere dell’aia. La sera, dopo una giornata di lavoro le famiglie si riunivano nella stalla per la veglia. Era una festa per grandi e piccini, qualcuno raccontava una “folla” cioè una fiaba mentre gli adulti ascoltavano silenziosi, bevevano il vino caldo con la cannella e i piccoli giocavano tra le sottane delle mamme con palle e bambole di pezza. Ogni tanto la nonna si fermava come per assaporare quel passato che era così vivo nella sua mente. Non le piaceva tanto andare a scuola, la “signora maestra” le metteva soggezione in quella grande aula riscaldata solo da una piccola stufa rotonda. C’erano bambini di età diverse che frequentavano la stessa classe, il pomeriggio aveva solo pochi compiti così poteva aiutare la mamma nelle faccende domestiche. La domenica, dopo la messa, la famiglia si riuniva attorno alla grande tavola di ciliegio per mangiare maccheroni (diversi dalla pasta in casa degli altri giorni) e pollo arrosto e spesso dolci caratteristici come il “sanguinaccio e il casatello”. Diventata più grandicella, i genitori l’avevano mandata da una parente ad imparare a cucire ed era diventata una brava sartina. La vita scorreva tranquilla e serena, ma poi arrivò la guerra e la miseria. Tante persone dovettero emigrare e nonna Peppina andò a Roma dove conobbe nonno Manlio, anch’egli Sammarinese, e formarono la loro famiglia insieme alla speranza di vivere dignitosamente, dopo le macerie della guerra. Le piaceva vivere a Roma, così diversa dalla sua terra, c’erano tante comodità e con i sacrifici i miei nonni avevano subito comprato uno dei primi televisori BrionVega, un lusso per quei tempi, infatti il sabato sera la loro casa accoglieva i vicini che venivano a vedere “Lascia o raddoppia,” uno dei primi eventi televisivi. Poi c’era stato il frigorifero, la lavatrice, la prima Fiat 600, tappe importanti che hanno segnato il progresso tecnologico e che mi hanno fatto capire che tante cose che noi oggi diamo per scontate sono state invece frutto di immensi sacrifici. Giorno per giorno si andava avanti assicurando il necessario ai figli e appagando il desiderio di farli studiare perché potessero avere un futuro migliore. Negli anni settanta, il ritorno a San Marino nella sua terra natia. La nonna continuava a parlare e i ricordi si sormontavano l’un l’altro. A tratti dai suoi occhi traspariva la tristezza e la gioia, sorrideva poi si faceva subito seria e questo fatto mi ha colpito molto: riusciva a ridere delle miserie passate, quelle di una vita fatta di sacrifici e di duro lavoro. La sera a casa, avevo il cuore colmo di quella serenità che la nonna era riuscita a trasmettermi. Dai suoi racconti, in un pomeriggio come tanti, ho ricevuto un grosso insegnamento: ho capito che bisogna imparare a cogliere la gioia nelle piccole cose, accontentarsi di quello che si ha e trovare la forza per andare avanti nelle avversità appoggiandosi agli affetti dei propri cari, perché la vita, anche se attraversata da dolori, va sempre vissuta intensamente come un dono. P. Fabrizio classe II F 

IN GITA! La gita in Toscana è stata un’occasione importante per condividere con la tua classe, gli amici e gli insegnanti un’esperienza significativa di tre giorni durante i quali hai avuto modo di conoscere meglio te stesso e gli altri compagni di viaggio, di visitare luoghi suggestivi e ricchi di storia. Erano le dieci e qualcosa e mi agitavo come un pesciolino rosso nel mio letto, attendendo con ansia le sei e trenta della mattina dopo, ora prevista per la partenza per la gita di terza media , la prima gita di tre giorni lontana da famiglia e amici; un po’ mi dispiaceva ma non vedevo l’ora di cambiare aria. E’ suonata la sveglia alle cinque e trequarti e velocissima mi sono vestita e sono andata a prendere Lara, una mia compagna di scuola . In piazza ci siamo messe a chiacchierare con altre compagne, piene di felicità per l’attesissimo viaggio. Appena partiti ho ascoltato la musica pensando alla persona che mi sarebbe mancata più di tutte, ma dovevo cercare di non pensarci e di godermi la vacanza. Dopo molte ore di viaggio e le prime tappe a San Galgano e alla centrale geotermica di Larderello, siamo finalmente arrivati all’hotel che credevo bello e lussuoso ma…le cose non sono mai come te le immagini: era un brutto recidence con camere piccole e sporche. La doccia era freddissima, ho dovuto urlare a squarciagola per qualche minuto per farmi una sana doccia in pace, ma non ero sola…tanti insettini mi guardavano dall’alto. La sera è stata stupenda tranne per il fatto che le veneziane si aprivano verso l’esterno e ogni cinque secondi un maschio tentava di aprirle per sbirciare nella speranza che qualcuno si stesse cambiando. La mattina ci siamo svegliate presto, Giulia voleva lavarsi i capelli ma l’ho sconsigliata perché l’acqua era davvero freddissima. Dopo la colazione siamo partiti per imbarcarci alla volta dell’isola d’Elba. Il viaggio è stato abbastanza traumatico, molte persone hanno sentito il bisogno di andare in bagno ma io sono stata bene, mi sono divertita con tutti gli ondeggiamenti e sballottamenti e ho mangiato un sacco. La nostra meta, la villa di Napoleone era bellissima! La mattina successiva siamo andati a passeggiare al parco naturale della Maremma accompagnati da una guida un po’ strana: parlava con le piante. Il prof di tecnica nel viaggio di ritorno ha imitato questo buffo e strano uomo e siamo tutti scoppiati a ridere. Mi è dispiaciuto tornare a casa ma le cose della vita, belle o brutte che siano, come sono nate devono purtroppo anche finire comunque mi sono divertita un sacco e non ci penserei due volte a tornare… Sofia 3°A  
UN'ESPERIENZA FORMATIVA Il percorso didattico intrapreso con Marco M. si è mosso in due direzioni: mi ha permesso di confrontarmi con i miei compagni e di conoscerli meglio; mi ha dato l’opportunità di approfondire e di riflettere sul problema dell’alcol e delle droghe di cui avevo informazioni superficiali e inesatte. Questa esperienza formativa mi ha arricchito a livello personale tanto che mi sento più consapevole e competente su un fenomeno così preoccupante ma tanto diffuso nel mondo giovanile. Non conoscevo Marco M., non sapevo quale fosse il suo mestiere ma pensavo che fosse uno psicologo o qualcosa del genere. Ne avevo sentito parlare per quanto riguardava il “Progetto Calimero” realizzato da una classe della mia scuola elementare ma non sapevo né di che cosa si trattasse né tantomeno avevo idea di cosa c’entrasse Marco. Il suo lavoro, per chi non ne prende direttamente visione, è avvolto nel mistero e non può essere spiegato neanche da chi lo conosce perché lui ogni volta si presenta e opera in maniera differente ed è quindi difficile definirlo. Eppure la figura di quest’ uomo mi incuriosiva. E cosi quando ci hanno detto che noi ragazzi di terza media avremmo frequentato un corso sul tema “Ragazzi e sostanze” ero un po’ perplessa perché non sapevo cosa aspettarmi da questa nuova esperienza che quasi mi intimoriva, ma il fatto che sarei comunque stata con i miei compagni di classe mi tranquillizzava molto. Quando un mercoledì mattina di marzo Marco ci ha tenuto la sua prima lezione, ha subito cercato di metterci a nostro agio perché vedeva che la maggior parte di noi era spaesata e nei primi due incontri abbiamo perciò svolto attività che ci permettessero di rompere un po’ il ghiaccio. E’ stato molto interessante perché sono venuti fuori lati nuovi del carattere di ognuno anche se, come era prevedibile, pochi sono riusciti ad aprirsi e a raccontare se stessi e parti significative e importanti della propria vita. Sono rimasta leggermente spiazzata quando mi sono accorta che a Marco basta guardarci negli occhi per capire come stiamo, quello che proviamo e mi è venuta la tentazione di non incrociare più nemmeno il suo sguardo per non espormi più di quello che volevo. Mi sembrava sciocco però non comportarmi come sempre, non essere me stessa e sprecare questa opportunità, così mi sono buttata superando quella timidezza che spesso mi blocca. Negli incontri successivi abbiamo iniziato a parlare di alcol, droghe e fumo; sono rimasta sconcertata più che dagli effetti che queste sostanze hanno sul corpo umano, che forse in parte già si conoscono, dai messaggi subliminali che le varie aziende diffondono tramite spot pubblicitari e testimonial per vendere questi prodotti. Nonostante la serietà di questi argomenti con Marco non ci siamo annoiati; prima di tutto perché lui è davvero simpaticissimo e parla con noi ragazzi come se fosse uno di noi, quasi fingendo di dimenticare di essere in una scuola e di svolgere un ruolo di pseudo-insegnante ( il suo modo di fare molto alla mano provocava spesso un po’ di imbarazzo fra noi alunni che all’inizio lo consideravamo un altro prof); inoltre non ci ha fatto lunghe spiegazioni ma ci ha mostrato molti filmati e video-clip e ci ha dato lo spunto per molte discussioni, alcune delle quali sono diventate molto animate per lo scontro di posizioni sul fatto che sia giusto o meno fumare, bere o addirittura prendersi cura del proprio ragazzo che è talmente ubriaco da non reggersi in piedi. Personalmente anche prima di partecipare a questo corso, organizzato appositamente per dissuadere dai possibili futuri ( o presenti) consumi di sostanze, ero assolutamente contraria a questo tipo di trasgressione molto di moda fra noi giovani. Il bello di Marco, è che lui è speciale, non fa le solite prediche di alcuni genitori, ci fa vedere quello che potrebbe succederci se siamo sfortunati. Lui non ci dice che non dobbiamo e basta, siamo liberi di farlo ma dobbiamo essere consapevoli dei rischi a cui andiamo incontro. Sono convinta che neanche chi ad esempio, spesso si ubriaca, odia Marco perché è impossibile odiare una persona che non ti giudica ma semplicemente ti informa. Sarei ipocrita se dicessi che mai e poi mai nella vita fumerò una sigaretta o che non avrò voglia di provarci perché non posso prevedere il futuro; però so che posso controllare me stessa e prima di accendermi una sigaretta, prima di decidere di ubriacarmi, prima di pensare anche solo di farmi una dose di qualsiasi droga, leggera o pesante, mi ricorderò di Marco e di una delle frasi che più spesso ricorreva nei suoi discorsi:” La vita è stupefacente, non serve fare uso di sostanze” Sara 3A 

PAURA ... E PAURE PAURA! Sul vocabolario significa “Intenso turbamento misto a preoccupazione per qualcosa…”. Ma questa è una descrizione oggettiva della paura. Perché non proviamo a pensare a una descrizione soggettiva? Va bene, va bene, inizio io, OK? Tutti abbiamo delle paure che possono sembrare stupide, ma non lo sono. Dal più piccolo al più anziano, dal più minuto al più muscoloso… Ad esempio, quando sei piccolo hai paura dei cani perché sono più grandi di te, poi quando cresci ti fanno paura altre cose, tipo gli insetti che hanno più paura loro di te! Vedete? Anche loro hanno delle paure! Lo ammetto! Penso che le formiche siano spaventose. No! Sto scherzando! Solo che le formiche mi fanno un po’ schifo, non le sopporto. Anche i ragni o le farfallone o gli scarafaggi (quelli poi!) o le cimici o le cavallette… Le coccinelle o le farfalline mi piacciono, ma l’importante è che non mi camminino sulle mani o sul viso o sulle gambe. Poi ho anche paura dei ladri (un po’). Così poco che mia sorella mi chiama “la sigillatrice”, perché la sera quando vado a dormire chiudo tutte le finestre e inchinavo la porta. Non è colpa mia! Mi viene spontaneo. Una volta ho provato a non farlo, ma per tutta la notte ho sentito ogni minimo rumore. Nella mia camera ho le finestre che portano ad un terrazzo sul tetto. Ho sempre paura che qualcuno possa entrare di li perciò quando sento un rumore, esco piano piano dalla camera e vado al piano di sotto. Da piccola avevo paura che uscisse qualcuno dall’armadio, da sotto il letto o, appunto, dalla finestra, che mi imbavagliasse, mi mettesse in un sacco e mi portasse via. Cose da bambini, ma io ci credevo! Uhm… altre paure? Ah si! Quella di farmi male! Mi spiego. In questi ultimi giorni mi ha fatto male una caviglia e non potevo mettere le punte, a danza. Venerdì quando mi è passato il male, ho dovuto rimettere quelle scarpine e avevo molta paura di farlo! Pensavo “E se ora mi cede la caviglia mi cede? E se cado e mi faccio male?”. Credetemi non è la prima volta che mi succede di avere questa paura! Forse sono insicura di me! Molti hanno paure che noi crediamo stupide, ma proviamo a metterci nei loro panni! Forse hanno avuto un brutto incidente e non riescono e non riescono a superare quel trauma. Poi c’è la paura del buio. Questa è la paura più difficile da superare e io ne so qualcosa: la notte tengo sempre la lampada accesa, tranne d’estate perché sennò le zanzare sono tutte per me! Quando c’è un blackout o sono nel buio, penso sempre a cose strane che poi mi mettono così paura che vedo oggetti strani dappertutto! Serpenti (che poi sono calze!), presenze strane (giubbotti appesi!), fantasmi (la tua bellissima lampada nuova con un telo sopra!)… Cambiamo habitat! La scuola! Qui ci sono varie paure. La paura della scuola stessa (che io non ho perciò non posso descrivere!), la paura delle interrogazioni, quella di sbagliare, quella di perdere gli amici… Prendiamone una alla volta. La paura delle interrogazioni. Per quanto mi riguarda non ho questo tipo di paura o meglio ho un po’ di ansia quando i professori dicono il mio nome, ma dopo passa: dopotutto è tre mesi che cerco di farmi interrogare!!! Ma non per questo dico che è una paura stupida! Anzi, credo che sia molto comprensibile. Passiamo a quella di sbagliare. Si… a volte ce l’ho! Ho paura di dire qualcosa che può ferire un’altra persona. Oppure quando dico qualcosa ho paura che gli altri mi ridano dietro o che mi prendono in giro. Ma sono dei compagni veramente eccezionali, questo si. Comunque… cavolo! Ho scoperto di avere più paure di quanto credessi! Continuiamo! Ho paura di dimenticare le cose, di non portarle dietro o di perderle per strada. Ad esempio, prima di andare a scuola controllo sempre tre o quattro volte se ho preso tutto. E quando vado via in vacanza o semplicemente a fare un giro, controllo sempre che la borsa o la valigia sia chiusa. Strana paura, eh? Eppure? Il mondo è bello perché è vario. Queste sono le paure che ho! Almeno quelle che mi sono venute in mente. Ora tocca a voi! E per parlare delle proprie paure ricordate che sono quelle che, riflettendo, vengono fuori dal cuore e non dal vocabolario! Selene T. 2C 


SE IL PIANETA POTESSE PARLARE…ECCO COSA DIREBBE:
Un giorno passeggiavo in riva al mare e osservavo tutte le onde spumeggianti, ma una in particolare non produceva spuma, era come se fosse morta; arrivata sulla spiaggia, le chiesi come stesse e lei mi replicò: <<Sono in fin di vita. Aiutami umano>> io le risposi che il mio nome era Jessica e subito lei mi replicò: <<È tutta colpa vostra se sono in questa condizioni. Sono nera e non azzurrina come dovrei essere. Voi producete sostanze tossiche che vanno a finire nel terreno, dopo nei fiumi e, infine, nel mare. Queste sostanze contengono grandi quantità di materia organica in decomposizione e soprattutto non sono biodegradabili. Poi ci sono anche gli scarichi industriali e agricoli che si infiltrano nel sottosuolo e mi inquinano. Per evitare tutto questo potreste controllare i composti chimici, riciclare le acque di scarico, inserire depuratori, bonificare i terreni su cui sorgevano grandi industrie ormai tolte, chiudere le discariche abusive e nel vostro piccolo, limitare l’uso di composti chimici, utilizzare soprattutto detersivi biodegradabili>>. Allora io le risposi che siamo dei “superinquinanti” e spesso non ci rendiamo conto di quello che facciamo alla natura. Le promisi che avrei seguito il suo consiglio e che lo avrei trasmesso a tutti i miei parenti e loro ai loro amici, sperando che qualcosa sarebbe migliorato. Appena finito di pronunciare le ultime sillabe, una forte ventata mi scaraventò a terra. A quel punto l’acqua, che si chiamava Acquatica salutò il fratello Ventoso e mi Scaraventò a terra dicendogli: <<Eccoti, non riuscivo più a trovarti, ma dove eri finito?>> e lui: <<Ero andato a fare un giro con i miei amici; loro sono andati a fare una gara ed io ho rinunciato>> e lei: <<Bravo fratellone. Ti presento la signorina Jessica, le devi dire qualcosa a proposito dell’inquinamento che ha fatto male a te e ai tuoi amichetti?>> <<Sì, a me viene una grande malattia quando torno da un paese meno inquinato di questo, però fate del male anche a voi stessi perché dopo tutto questo va ad influire sulla vostra salute. Rovinate anche le foreste perché i gas si uniscono al vapore acqueo e poi ricadono sotto forma di piogge acide. E i CFC? Tu sai bene che cosa sono. Rovinano la fascia dell’ozono che protegge la Terra dai raggi ultravioletti del Sole. Potreste ricorrere a fonti di energia pulita, diminuire l’uso di impianti per il riscaldamento domestico, trovare misure per il trasporto automobilistico. Anche tu puoi fare qualcosa per la tua, vostra, la nostra vita, come usare il più possibile i mezzi pubblici, controllare le emissioni degli impianti di riscaldamento, non usare le bombolette spray che contengono CFC, smaltire freezer che contengono refrigeranti>>. Gli risposi che, pur di salvare la natura, io avrei fatto di tutto, questo lo avevo già promesso ad Acquatica. La sera stessa andai a passeggio con i miei parenti, ma appena mi separai da loro, una luce mi disse:<<Ehi tu, mi hai dato un calcio!>> e io: <<Scusami non intendevo farlo apposta però le tue ossa sono molto dure!>>. A quel punto una pianta parlò dicendomi:<< Voi e soltanto voi non mi fate dormire perché con tutte quelle luci alterate la mia vita, ma dopo neanche voi vedete la volta celeste notturna e le stelle. Vi sta bene se il vostro rapporto tra giorno e notte non è regolare. Potreste diminuire l’illuminazione artificiale e limitare la dispersione diretta della luce. A proposito io mi chiamo Alberina, piacere di conoscerla>> <<piacere anche a me, sig.na Alberina>>. Quando sono tornata a casa ho pensato a lungo a ciò che mi avevano detto Acquatica, Ventoso e Alberina. Ho fatto tutto quello che potevo (sto facendo ancora quello che posso). Ma purtroppo non so cosa cambierà… e questa è la realtà.
Jessica P. 2B 

-Immagina di essere un operatore della Rai che compie un viaggio in Antartide.
Sono partita con tutto il cast della Rai, il 13 Dicembre 2004 con destinazione Antartide. Ovviamente ho dovuto affrontare numerosi e “faticosi” viaggi aerei prima di raggiungere in pratica l’ altra parte del mondo. La partenza è prevista alle isole Falkland, isole poste sopra l’ Antartide e di possedimento britannico. Appena arrivati a Port Stanley (un famoso porto) dove c’è la nave russa da 5000 tonnellate, inizia la crociera per le terre polari antartiche. Si tratta di terre raggruppate intorno al polo sud e di un numero imprecisato d’isole, sparse intorno ad esse. È, perciò, un’ estensione di terre grandi quanto l’Europa, in pratica spopolate, poiché dal firmato di Washington del’ 59 l’ Antartide è utilizzata solo per scopi pacifici e ricerca scientifica. Ma questo anche perché il clima molto rigido non favorisce insediamenti. Perciò, non nascondo una forte emozione per questa nuova esperienza che sarà ricca di sorprese ma anche di qualche sacrificio. Sono le sei del mattino del 14 dicembre, quasi all’inizio della breve estate antartica, e la nave prende il largo. Pensate che già dal 1773 l’ uomo si era interessato a questa terra dove il complesso delle spedizioni e dei viaggi è meno numeroso che quelle artiche, ma anche molto più difficile. A tre-quattro giorni dalla partenza abbiamo deciso di fare un’ escursione in gommone per esplorare più da vicino le terre. Nonostante la temperatura molto rigida, come del resto immaginavamo, l’ escursione è molto piacevole: le grandi masse di ghiaccio si saldano tra loro creando corridoi, cunicoli, grotte, ponti e guglie che si riflettono in modo molto bizzarro nell’acqua calma e trasparente. Sono passati circa otto giorni dall’ ultima escursione e oggi 26 Dicembre la nave arriva nel canale Le Marie, a 64 gradi di latitudine a sud, a poca distanza dal circolo polare antartico. Il paesaggio è veramente stupendo anche se a questo punto cominci a sentire la desolazione del luogo, dove finora abbiamo ” incontrato“ solo igloo abitati da scienziati. Stiamo vedendo cose veramente incredibili: oggi il sole è sorto alle tre di mattino e tramontato quasi a mezzanotte e per chi non ne è abituato è una cosa molto strana, considerando che le ore di sonno sono tre e mezzo. Quando mi sono svegliata, un incredibile e fantastico panorama mi si è presentato; un’infinita calotta di ghiaccio su cui animali bellissimi come foche, pinguini, albatri e altre migliaia d’uccelli si muovono nel cielo e popolano i ghiacci. Ma la magia di questi luoghi non ha limite: immaginate un silenzio impassibile rotto solamente dallo sciabordio delle onde e dai versi degli uccelli. Un’ altra particolarità sono le notti, così buie e di un blu così intenso e nitido, che un abitante di città non riesce neanche ad immaginare. Il nostro viaggio ormai volge al termine, l’ ultima sorpresa sono gli iceberg, che, pur essendo un pericolo costante per gli esploratori (come noi) sono affascinanti e misteriosi, come questa meravigliosa terra.
Beatrice B. 2B 

Dal diario di un immigrato ... Immedesimandoti nei panni di un giovane immigrato di oggi, esprimi il tuo stato d’animo, le ansie, le aspettative, le varie “accoglienze” – positive o negative – che hai ricevuto e che continui a sperimentare.
12/01/’07 Caro diario, solo oggi ho incominciato a scriverti perché dove andrò non avrò amici, così, quando mi sentirò solo, amareggiato, frustrato, a volte stanco o annoiato, rileggerò le pagine scritte ripensando ai momenti tristi e belli di questa “avventura”.
13/01/’07 Caro diario, oggi sono partito; partito dalla mia casa, dai miei ricordi più belli, dai miei amici più cari, e dalla vecchia cara San Marino, che sarà nel mio cuore come un parente che mi è venuto a mancare. C’è ancora un giorno di viaggio, su questa decrepita nave che spero mi porti verso la salvezza, e con me anche mia mamma e mio fratello. Mio babbo non è partito con noi, i miei si sono separati sin da quando io ero molto piccolo. Ora lui vive a Miramare, frazione di Rimini, dove la situazione economica è ancora stabile. Noi invece abbiamo dovuto vendere tutto per procurarci i soldi del viaggio, e ti assicuro che non è facile dare via tutte le cose con cui hai condiviso tempo e spazio per molti anni. Ora puntiamo tutto sulla speranza di trovare lavoro e casa nella nostra nuova meta: Bismarck nel nord Dakota.
20/03/’07 Caro diario, perdonami se non ti ho scritto per un mese, anzi due, ma eri al corrente della situazione… In questi giorni in cui non ti ho scritto sono successe molte cose. Mamma dopo numerosi sforzi con l’aiuto di Fabri (Fabrizio), mio fratello (almeno lui l’inglese lo sa parlare!), è riuscita a trovare lavoro, e sempre grazie a lui siamo riusciti a rimediare un fatiscente appartamentino nella parte periferica della città. Non è bellissimo, ma è sempre un tetto sulla testa e un posto dove rifugiarsi dal freddo e dalla pioggia. Oggi a pranzo si discuteva del lavoro di mamma e di come è riuscita ad averlo con un piccolo aiuto. Parlando ricordavamo che il capo del piccolo alimentari, dove lavora ora, tentennava nel decidere se darle il posto di lavoro e ripeteva tra sé e sé: -Sono stranieri…-e di nuovo: -Ma mi servirebbe una persona che lavori al banco!?!– Era stato proprio in quel momento che Fabri aveva tirato fuori l’arma che ci aveva fatto vincere la guerra: il curriculum di mamma, con le referenze come caporeparto di una catena non tanto piccola di supermercati; solo allora, infatti, il capo si era alzato e aveva stretto la mano alla mamma porgendole le sue congratulazioni per aver ottenuto il posto. Il discorso sul lavoro si è prolungato per molto tempo, fino alla notizia bomba di oggi: Fabri ha deciso che per il bene della famiglia è bene che trovi lavoro anche lui, così per cominciare mamma chiederà al suo capo se ha bisogno di una persona in più. Per il mio momento la mia istruzione è l’ultimo argomento di cui si parla; prima c’è il cibo ed il lavoro necessario per procurarselo, poi il fabbisogno generale della famiglia…. Comunque, la prima volta che siamo arrivati qui la gente parlando alla persona più vicina ci guardava in malo modo e diceva: -Guarda come sono messi male!–; poi, c’era anche chi, quando ci vedeva vestiti così alla buona, sorrideva e magari pensava che non si sarebbe mai ridotto in questo modo, lui che era avvolto in quel lungo cappotto di pelle. E ora? … ora mi sento male quando ricordo i tempi in cui stavo bene, e pensavo anch’io che questo momento non sarebbe mai arrivato!
B. Cristian 

Dal diario di un immigrato ... Per questo tema non c'è bisogno che io mi immedesimi molto perchè ho avuto in questo senso delle vere esperienze personali. Circa cinque anni fa, sono giunta in Italia dall’Albania con il traghetto. I miei genitori dicevano che questo sarebbe stato un passo molto importante per la mia vita. Quando sono arrivata nella nuova abitazione e ho visto una villa di tre piani, allora ho creduto che, forse, sarebbe stato bello, ma con il passare del tempo non ho continuato a pensarla sempre in questo modo. Mi è bastato andare a scuola per sentirmi un pesce fuor d'acqua: quasi tutti mi guardavano come un'aliena venuta qui sul pianeta terra per distruggere ogni cosa. Mi sono rallegrata solo quando ho incontrato delle persone a cui non importava se ero cinese, albanese o africana, ma sono state rare queste occasioni! Mi sono sentita dire "Albanese di m....", "che cosa ci fai qui, ritorna dalla m.... da cui sei venuta "; allora ero più piccola e prendevo tutto molto più tragicamente, insomma...davo troppa importanza alle parole! Quando poi mi sono ritrovata alle Scuole Medie, ero cresciuta sia fisicamente che mentalmente, e pensavo che non ci sarebbero più stati questi problemi, ma mi sbagliavo: dovevo sopportare più di prima! Comunque, non ci sono stati solo questi avvenimenti negativi; per fortuna, ho conosciuto qualcuno che ha un vero cuore, e mi ha aiutata, mi ha sostenuta e incoraggiata a continuare ad andare avanti con la mia vita perchè io sarei diventata molto meglio di coloro che si abbassano al livello del razzismo. Un giorno ero di buon umore, quando, come sempre, ho sentito uno di quei soliti insulti ed essendomi arrabbiata più di quanto abbia mai fatto prima, "coraggiosamente" ho reagito e sono andata a difendermi a parole. Non mi ero mai sentita così "forte", così capace di andare avanti, di fregarmene! Certo ... le mie esperienze non si possono neanche confrontare con quelle degli adulti che devono sopportare molto di più; sì, perché se si è più grandi non significa che non si facciano discriminazioni. Fino ad oggi con tutti i traslochi e le scuole cambiate ho conosciuto molte persone nella mia vita e ognuna di loro aveva un suo pregio e difetto. Io sicuramente ho imparato ad apprezzare tutti nella loro diversità, e non mi sono mai permessa di dire nulla né sul fatto che l'Italia potesse non piacermi, né che alle volte provassi “odio" (…forse è un termine molto forte) per gran parte degli italiani che ho conosciuto e che mi hanno maltrattato, e neppure che se fosse stato per me non avrei mai messo piede in questa terra, ma sarei rimasta insieme alle persone che mi hanno cresciuta ed insieme agli amici che conosco da quando ero piccola e che mi stimano solo per quello che sono. Liv 

Tu e gli altri: un dialogo facile o difficile?
Prendendo spunto da quanto scritto da Virginia Satir e dalla traccia data, immagina di scrivere una lettera ad un tuo amico di penna: esponi le tue idee in merito, sostenendole con esempi tratti dalla tua esperienza di vita, e cogli l’occasione per parlare del rapporto che in questi tre anni hai potuto instaurare e ti ha dato la possibilità conoscere meglio il tuo compagno S.
Stabilire il contatto
Il più grande dono che possa pensare di ricevere da qualunque essere umano è di essere vista, compresa e toccata da lui.
Il più grande dono che possa fare è vedere, sentire, comprendere e toccare un’altra persona.
Quando ciò avviene, sento che il contatto è stato stabilito.
Virginia Satir
tema n°1
Caro xxx, vorrei porti una domanda che non ho mai fatto a nessuno: Ti è mai capitato di sentirti solo? A me tante volte; con amici, parenti, gente da poco conosciuta… È una sensazione strana. Ti senti a disagio e fuori luogo e pensi che dovresti trovarti in qualunque posto tranne che in quello in cui sei. Non è bello essere considerato diverso dagli altri; ma chi è veramente l’altro? L’altro è “chiunque la pensa in maniera differente da me” e, dunque, qualsiasi individuo. Questo a parer mio è un bene perché altrimenti saremmo tutti uguali; ognuno la copia esatta dell’altro. Molto spesso chi manifesta di avere rispetto ad altri una diversità più evidente, ad esempio chi è differente per razza, religione, colore della pelle o semplicemente perché portatore di handicap, viene per questo considerata anche inferiore. Questo avviene perché non esiste la tolleranza. Qualcuno si sente superiore rispetto agli altri ed è convinto che abbia sempre ragione su tutto e che gli altri siano in torto. Non è così. Bisogna avere rispetto per tutti, e per farlo il punto fondamentale è: ascoltare e capire le esigenze di chi ci sta accanto. Nella nostra classe c’è un ragazzo, S., che ha un handicap fisico e cognitivo. Con lui è difficile dialogare ed allo stesso tempo, capirlo. Alle volte, però, penso che si possa comunicare meglio con lui che con alcuni individui del tutto “normali”. Certe persone, infatti, sono talmente concentrate su se stesse che non percepiscono i problemi altrui. Sono come chiusi in una sfera di cristallo dalla quale distinguono solo il loro riflesso. Penso di aver instaurato un bel rapporto con S., anche se è stata la prima volta che sono entrata in contatto con una persona con dei problemi come i suoi. Ad essere sincera, al primo impatto, quando l’ho visto, mi ha fatto uno strano effetto. La mia reazione potrà sembrare stupida, ma, a dirla tutta, ero anche un po’ spaventata. All’inizio cercavo di tenermi lontana da lui perché non sapevo com’era, quali erano le sue reazioni o se potesse essere un tipo violento. Poi ho imparato a conoscerlo e ho scoperto che è un ragazzino dolcissimo e simpatico che ha tanta voglia di divertirsi e di stare insieme ai suoi coetanei. Questo può essere possibile solo se lo aiutiamo ad integrarsi tra noi. Certo, non potrà mai essere come noi, però un tentativo si può fare. A mio parere, tutti dovremmo impegnarci a rendere questo mondo un posto migliore aiutando chi ha bisogno e prima di tutto tollerando gli altri. La tolleranza, infatti, vuol dire meno guerre, meno povertà, meno sofferenza, più pace e uguaglianza tra tutti. Spero che questo discorso ti abbia fatto riflettere sul significato delle parole “diversità” e “tolleranza” e che, qualora ti capitasse di parlarne con qualcun altro, ricorderai quello che ti ho raccontato. Tanti saluti. Eleonora
tema n°2 Caro amico “altro”, non so se se questa espressione possa essere accettata, ma oggi ho deciso di esporre a qualcuno le mie opinioni sulla persona cosiddetta “altra”. Io ho sempre pensato che questi fossero gli individui di colore diverso dal mio, quelli diversamente abili o quelli che sono di religione diversa, ma facendo una più attenta analisi con la mia professoressa di italiano, ho veramente capito il significato di questa parola: tutte le persone diverse da me sono altre! Sono certa al 100% che tante, tante persone avranno opinioni differenti, appunto perché sono diverse! Un valore fondamentale che sento mancare sia a me, sia al mondo, è quello della tolleranza. A parer mio se nel mondo ci fosse più tolleranza, tutti si sentirebbero meno diversi e ci sarebbe più pace. Per me tu sei altro, il mio vicino di banco è altro, una persona che parla una lingua diversa è altra… a questo punto, però, emerge un vero e proprio problema: la comunicazione. Comunicare è il modo migliore per vivere. Senza contatto non si risolve nulla, né i problemi, né le guerre, né quindi si avrà una vita serena. Il linguaggio verbale è il più comune e diretto modo di trasmettere sensazioni, perché è quello più usato. I problemi arrivano quando la persona, con cui interagisci, ha idee molto mirate e non ne vuole sapere di altre; questo accade perchè ha una mentalità ristretta, non è tollerante! Un’altro ostacolo alla comprensione tra gli individui può essere esprimersi con un codice non uguale: a questo punto è utile usare una comunicazione gestuale, anch’essa molto espressiva. In alcuni casi anche io mi sono trovata in situazioni insolite. Una volta mentre mi trovavo in piscina durante una crociera ho conosciuto una bambina inglese, ma siccome frequentavo la terza elementare e di quella lingua ne sapevo ancora ben poco, per comunicare con lei mi sono aiutata con i gesti. Quest’inverno, invece, ero in Austria a sciare e mia mamma si è rotta un legamento del ginocchio. Quando sono entrata nel primo bar per chiedere aiuto, ero talmente agitata che non riuscivo a dire una parola neanche in inglese; fortunatamente lì c’era un signora che parlava un po’ italiano e poteva tradurre in tedesco. Più o meno situazioni simili possono capitare a chiunque! In tutto questo mio discorso, però, non ho accennato molto ad un altro tipo di diversità: l’handicap. In classe con me c’è un mio compagno di nome S.; è dolcissimo e simpaticissimo, ma ha un difetto fisico-cognitivo che gli rende la comunicazione difficile anche se non abbastanza da trasmettere con una carezza, un bacetto o i suoi occhini dolci, tutto il suo affetto, o da tirarti con forza la maglia rivelando così il suo lato dispettoso e furbetto. Spesso le insegnanti di sostegno M. e C. creano insieme ai prof. attività per farlo integrare nella classe. S. ha una memoria impressionante, si ricorda di tutto e di tutti, ma quando è ora di fare i compiti ne approfitta e fa il vagabondino. Certe volte comunico meglio con lui che con altre persone! Ogni tanto succede, che venga respinto da alcuni miei compagni che non lo vogliono fra i piedi perché dà un po’ fastidio. S. però lo fa per sentirsi al centro dell’attenzione. Siccome alle volte è un po’ emarginato, credo che anche lui stesso sia consapevole di essere diverso da noi persone normo-dotate. A questo punto mi viene naturale pensare e pormi delle domande per quanto riguarda il suo vicino futuro: come potrà fare quando sarà grande? Nel mondo ci sarà più tolleranza? Più comprensione nei confronti di queste persone? E tu dopo queste mie riflessioni, sei d’accordo con me? Se non fosse così, puoi semplicemente obbiettare. Aspetto la tua risposta. A presto.
L’ALTRA
P.S. Se non ti piace questo modo di nominarci, io sono semplicemente Anna. Scrivimi. tema n°3 Caro Matteo, sai, il mio stereo è sintonizzato sulla canzone di Umberto Tozzi “GLI ALTRI SIAMO NOI”. La melodia invade la stanza, ma io vengo colpita dalle parole e dal significato di questa canzone. Così, prendo carta e penna e scrivo... Gli altri chi sono? Penso che non sia importante il chi sono, ma il come sono. Nella vita, bisognerebbe avere sempre la fortuna di conoscere le persone giuste, ma, siccome non accade così, bisogna essere gentili anche con quelle che ci stanno meno a genio. Nonostante tutto devi sapere, caro Matteo, che mentre scrivo penso che sia più facile a dirsi che a farsi. Io credo che la tolleranza sia un termine tanto prezioso quanto vago e difficile da comprendere. Sarebbe opportuno andare oltre la tolleranza visto che ci troviamo di fronte ad un mondo sempre più “multicolor”, e pieno di emigranti provenienti da ogni luogo. In fondo, però, non dovremmo pensare al diverso come all’emigrato, al portatore di handicap o ad una persona con difficoltà di comunicazione verbale, perché il diverso è rappresentato da tutto quello che non siamo noi e con cui, quindi, diventa fondamentale comunicare, nel senso di capire e rispettare. Questo, però, accade raramente. Anche nella nostra piccola società di San Marino c’è difficoltà di comunicazione e questo può essere dimostrato anche da degli articoli usciti pochi mesi fa riguardanti noi giovani e il fenomeno del bullismo. A mio avviso anche questa è una forma di intolleranza estrema. È il voler dominare a tutti i costi sugli altri. Infondo in un gruppo si può crescere se ognuno esprime le proprie opinioni, così c’è dialogo e confronto di idee. Quando uno solo vuole prevalere su tutti gli altri di certo non c’è nessun genere di arricchimento, ma solo annullamento e un atteggiamento irrispettoso delle persone. Se vogliamo scavare più a fondo ci accorgiamo che, anche se non ne siamo coscienti, persino nella nostra vita di scuola c’è difficoltà di comunicazione. Sarebbe bene chiudere gli occhi e pensare che in questo mondo non ci siamo solo noi, ma tante altre persone che come noi (gruppo classe) non aspettano altro che essere amate, ascoltate, viste e comprese o a cui, semplicemente basterebbe che tu, come uomo, ricordassi la sequenza alfabetica del loro nome, non per le prediche o i rimproveri, ma unicamente per l’affetto, che già solo con questa piccola e attenta azione si può trasmettere. Io ho imparato ad amare il prossimo come me stessa ed ho capito che a volte sarebbe bene pensare con il cuore e non solo con la mente, grazie a S.: una persona molto particolare, purtroppo non così fortunata come noi. S. è un mio compagno di classe diversamente abile che nel momento in cui ti tocca vuole solamente manifestarti il suo affetto ed anche quando, nel farlo, ti fa male in realtà vorrebbe solo accarezzarti. In lui vedo un ragazzino con due grandi occhioni che luccicano di gioia, e che tramite il suo sorriso sprigiona ugualmente sensazioni, le stesse che vorrebbe trasmettere con quelle poche parole che fanno un po’ fatica ad uscire e con quella risata fragrante che infonde allegria in tutta l’aula. Penso che in futuro la vera virtù dell’uomo sarà quella di saper riconoscere negli altri storie, tradizioni, religioni, che possono essere anche nostre, per un maggior scambio di idee e per un mondo sicuramente migliore. tema n°4 Cara Monica, mi ha fatto molto piacere ricevere la tua lettera, ma devi sapere che in questi ultimi mesi non sono molto felice, perché sto riflettendo sul rapporto che ho con gli altri e mi accorgo che spesso mi risulta molto difficile il farmi capire. Quando mi soffermo a considerare questa mia difficoltà a comunicare, mi pongo delle domande a cui non sempre riesco ad attribuire una risposta. Io penso, anzi sono sicura, di non avere un carattere facile e sono anche certa che se potessi usare una bacchetta magica per modificarlo, il primo aspetto che cambierei è il mio continuo preoccuparmi troppo degli altri. Sì, è proprio così, infatti, ogni volta che succede qualcosa oppure c’è un problema, io mi sento coinvolta. Io ho sempre ritenuto che se due persone vogliono instaurare un buon rapporto debbano nutrire fiducia reciproca ed essere sincere anche quando ciò che si ha da dire non è piacevole. Oggi però non sono più così tanto convinta della validità di questa teoria. Infatti, ogni volta che dico qualcosa non vengo capita e dunque, riflettendoci attentamente, forse è meglio stare zitti e tenersi tutto dentro, senza correre nessun rischio. In questi tre anni di scuola, più volte mi sono accorta che ciò che volevo dire non era compreso. Forse la causa di questo è da ritrovarsi nel mio modo di esprimermi probabilmente troppo impulsivo; il fatto è che ci sono delle volte che non riesco proprio a trattenermi! Oltre a questo, però, penso anche che sia giusto quello che afferma mia mamma, che ritiene che quando non si riesce a comunicare, il problema non è di una sola persona, ma anche dell’altro. Quello che mi fa diventare una “iena”, è quando la gente dice che sono una “pettegola”, perché devo dire sempre la mia opinione! Forse hanno ragione a chiamarmi così…forse… Capire e farsi capire sicuramente è molto difficile eppure vedo che con mia mamma o con la mia migliore amica, certe volte mi basta uno sguardo per comprendere ciò che pensano o provano. Secondo me quando gli altri non mi capiscono, o io non capisco loro, non è solo una questione di difficile comunicazione, ma si tratta di non avere la voglia e la pazienza di conoscersi meglio. Dico così perché, se due persone si danno il tempo di conoscersi diventano ben consapevoli di com’è fatto il carattere dell’altro e quindi, in un momento di tristezza o gioia anche senza che si dica niente sanno già il perché di un particolare stato d’animo. Fin ad ora ti ho parlato del comunicare tra noi persone normo-dotate, ma non della comunicazione che ci può essere con persone diversamente abili. All’interno della mia classe c’è S., un mio compagno portatore di un handicap fisico-cognitivo. Conosco S. da tre anni e, detto molto sinceramente, il primo anno che l’ho visto non sapevo come comportarmi, perché non ero cosciente di come avrebbe reagito ad ogni mio semplice gesto. Lui sta spesso fuori dalla classe con M. e C. (le sue insegnanti di sostegno), quindi non comunico molto con lui però, le poche volte che lo faccio, mi rendo conto che riesco a capire forse più lui che qualche altro mio compagno. Scusa, con tutti questi discorsi non ti ho chiesto neanche come stai, aspetto una tua risposta e se hai voglia commenta tutto ciò che ti ho detto, così confrontiamo le nostre opinioni. Ciao. Andrea I quattro elaborati sono della CLASSE 3D 

In gita
10/4/06
memo del 1° giorno
5.35: sveglia drastica e “imbottimento” finale della panino-valigia. 6.40 (dovevano essere le 6.30 ma i ritardatari…): partenza da Piazza Bertoldi 11.00: visita all’abbazia di San Galgano, da noi rinominata “la chiesa senza tetto” 14.00: visita alla centrale “geo-noiosa-termica” di Larderello con suddetto “soffione spaccatimpani” 18.30 (in verità erano le 19.20 quando siamo entrati in camera): dopo aver eseguito i comandi della signorina “trinciabue 2” e aver seguito il folletto Andrea ci siamo sistemati nelle nostre stalle d’eccellenza con l’erba alle finestre del secondo piano. 20.30 cena: più o meno abbiamo cenato, cioè alcuni hanno mangiato per tutti. 21.15/01.30: passeggiata nel freddo e foto notturne
11/04/06 memo del 2° giorno
6.35: sveglia 8.00: colazione a base di fette sbriciolate e rabbia repressa 9.00: trasferimento a Piombino dove abbiamo preso la vomito-nave ( condizioni del mare favorevoli), più conosciuta come traghetto. Il resto del pomeriggio visita guidata all’isola d’Elba e alla casa di Napoleone con pranzo in ristorante 18.30: rientro in hotel 20.00: pianificazione di due omicidi 22.00/01.00: ombre cinesi e chiacchierata notturna
12/ 04/ 06 memo del 3° giorno
6.00: sveglia e lavaggio impigliato dei capelli 7.00: colazione 8.30: arrivo al parco dell’Uccellina e visita con arrampicata e discesa pericolosa 13.00: pranzo in ristorante, finalmente si mangia qualcosa di commestibile! 17.15: arrivo a San Gimignano e shopping 22.30: rientro a San Marino.
Genni 3C


VISIONI
Il sole filtrava attraverso le tende, illuminandomi il viso. Aprii piano gli occhi e mi misi a sedere sulle coperte di cotone rosa. Nella stanza vicino alla mia i miei fratelli stavano giocando a chi salta più in alto rimbalzando sul materasso. Scesi dal letto e andai in cucina dove mia madre stava preparando i biscotti al cioccolato. Presi la mia tazza con una mucca in rilievo e ci versai dentro del latte caldo.” Sai, Mandy, che papà ha deciso di comprarti un pianoforte nuovo ?” disse Caroline, mia mamma. Sul mio volto apparve un mega sorrisone che parlava da solo. Abbracciai mia mamma e, dopo aver finito il latte, corsi in camera dai miei fratellini a saltare con loro. “Ma non è giusto! tu sei più alta” urlò Tom senza fiato. ”Allora sbrigati a crescere nanetto“ ribattei scherzosamente io, scendendo dal letto. A Jhos piacque talmente tanto la mia battuta che rotolò giù dal letto dal ridere. “Ehi Jhos, guarda che sei alto come me, quindi non ridere tanto!” disse Tom amareggiato. I miei fratelli sono gemelli ed hanno quattro anni in meno di me, ma sono peggio delle piccole canaglie. Per darvi un’idea: l’anno scorso mia madre mi aveva comprato un nuovo copriletto e io ne andavo pazza; loro per farmi uno scherzo mi ci hanno messo sotto una lucertola lunga 20 centimetri! Hanno riso per tutta la settimana invece io, terrorizzata, avevo voluto cambiare subito coperte. Mentre ripensavo a questo sentii il portone aprirsi e corsi trotterellando verso il salotto. Mio padre era in piedi davanti alla porta e dietro di lui si scorgevano due grossi operai che portavano il mio nuovo pianoforte. Abbracciai mio padre e guardai affascinata i due uomini che lo posizionavano accanto a quello vecchio; tirarono via il telo che lo ricopriva e come per magia il pianoforte apparve i tutta la sua bellezza. Mi sedetti sullo sgabello e provai a suonare qualche nota: era fantastico. Mentre suonavo la mia mente volava via leggera, chiusi gli occhi e… mi ritrovai all’ improvviso sul marciapiede di fronte a casa mia. Da fuori sentivo la mia mano scorrere sui tasti e la musica usciva dalla finestra aperta. Poi vidi uscire di casa la mia amica Francesca. Come potevo essere in due luoghi diversi allo stesso tempo? Questo non lo sapevo ma lo avrei scoperto presto…. Corsi verso la mia migliore amica che però, non degnandomi di uno sguardo, attraversò la strada. Mentre era a metà della corsia un camion arrivò in picchiata, richiusi gli occhi e sentii un grido, poi nella mia mente si fece il buio… “Nooo Francesca!” urlai cadendo dallo sgabellino di legno. Mio padre corse preoccupato verso di me e mi aiutò ad alzarmi. “Papà, Francesca…un camion..l’ ha investita! È morta!” balbettai. “Cosa stai dicendo Mandy?” Io non risposi, ero già catapultata fuori di casa per vedere se era successo veramente; ma non c’era traccia di Francesca sull’asfalto. Dopo qualche istante però, Francesca uscì di casa come avevo visto; le corsi incontro,urlai,mi agitai ma lei, come nella visione, mi ignorò… Dopo aver gridato, pianto, dopo essermi dimenata caddi in un sonno profondo.
************* Nei giorni seguenti avevo avuto la conferma dei miei sospetti: tutte le volte che suonavo il pianoforte nuovo avevo delle visioni devastanti che si avveravano subito dopo. Così smisi di suonare per qualche tempo e tutto filò liscio come l’olio. Provai più volte a spiegare la situazione ai miei genitori, ma loro sembravano non credermi: mi dicevano che erano fantasie di una dodicenne sconvolta dalla perdita della sua migliore amica. Un giorno però avevo voglia di suonare e, visto che quello vecchio lo avevano portato via, dovetti suonare il pianoforte “maledetto”. Per qualche istante non accadde nulla poi…ebbi la visione più terrificante di tutte. Ero dentro la Rover di mio padre, stava guidando e mia mamma era seduta accanto a lui; stavano discutendo su qualcosa ma io non li sentivo. Mio padre si voltò verso di me e mi urlò una frase che non compresi e perse il controllo della macchina; la macchina saltò in un fosso e rotolammo nella discesa lì sotto… …non ci fu nessuno ad aiutarmi quella volta perché non c’era niente da alzare, non era stata solo una visione…
Genni 3C


La mano misteriosa Tom si era svegliato di soprassalto e aveva notato qualcosa di strano: nella camera c’era silenzio, troppo silenzio. Non si sentiva più il sonoro russare di Apollo e nemmeno lo starnazzare di Zoe. Un fruscio… Non ebbe neppure il tempo di girare gli occhi che una mano lo prese per la gola e lo costrinse a letto…
* * * * *
Alanna si passò una mano tra i capelli rossi mentre con l’altra sfiorava il ciondolo che portava al collo. Era un ciondolo strano, fatto di arabeschi e spirali, che aveva acquistato il mese prima, per coprire il tatuaggio che le era comparso quella mattina di febbraio…
* * * * *
…Era una mano agile e sottile ma dotata di una forza sovrumana. Improvvisamente un lampo di luce avvolse la mano e il possessore del corpo… Pochi attimi dopo Apollo accese la luce e si stropicciò gli occhi assonnati. “Tom ma che cavolo fai alzato a quest’ora? Ci hai fatto svegliare!” “No Apollo” intervenne Zoe “Tom ci ha svegliati perché vuole ripassare legge con noi per il compito di domani” “Stai zitto secchia! Con la tua mania di prendere 10 ci hai fatto rimanere svegli fino alle tre di notte. Se Tom voleva ripassare svegliava solo te non tutto il dormitorio! “Ma…ma io non ho aperto bocca!” protestò Tom “non è certo colpa mia se visiete svegliati”. “Noo, certo che no” sbuffò Apollo “la finestra della camera si è aperta da sola vero?!” Tom era troppo sconcertato per ribattere a tono, quindi si vestì e scese in cucina per la colazione.
* * * * *
La signorina Alanna Mars guardò distrattamente l’orologio che portava al polso, quando si accorse che mancavano 5 minuti alle 6. Si era addormentata un’altra volta di fuori e se lo avessero scoperto non ci avrebbero pensato due volte a cacciarla dalla Oxford University. Stava albeggiando quando arrivò nel suo ufficio. Appena il tempo di accendere il computer che il direttore Cabbot irruppe nella stanza:” Signorina Mars è pronto il mio documento? “Non ancora signor Cabbot, glielo farò avere al più presto” rispose con tono di superiorità la studentessa. No appena il rettore se ne fu andato, girò il cartello su “OPEN” aspettando possibili utenti prima dell’inizio delle lezioni.
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Erano le sei e trenta quando Tom uscì di casa lasciando Apollo in mutande e Zoe sui libri. Si dirigeva a passo di marcia verso la sua scuola e quando passò sotto l’arco su cui era scritto a lettere sbiadite <OX ORD IVERS Y> si accorse che solo la luce dello studio della Mars era accesa. “Bene, così non avrò nessuno tra i piedi”.
* * * * *
Quando Alanna sentì bussare alla sua porta si riscosse e prese la sua posa professionale, che era un misto tra durezza e intelligenza. “Avanti” Non appena vide chi aveva varcato la porta la sua maschera crollò e un bagliore carico d’odio e di rancore le attraversò gli occhi. “Lacove” sussurrò piena di disprezzo per lui e per tutto quello che poteva rappresentare. “Già sveglia Mars?” chiese con una punta di ironia nella voce. “Non sono la sola a quanto pare” poi, ricordando chi aveva di fronte, continuò più distaccata “ Che vuoi?” “Senti Mars, abbandoniamo i nostri litigi per un attimo, se sono qui è perché questa notte mi è venuto a trovare qualcuno e vorrei che tu indagassi su questo uomo…Ah, Mars, questa mia richiesta deve rimanere segreta”. Alanna corrugò la fronte e lo guardò con un mezzo sorriso che ricordava terribilmente un ghigno. “Hai passato la notte nella TERRA DEI DANNATI? Davanti al rossore che si stava diffondendo sulle guance pallide di Tom, Alanna trovò una conferma e fu presa da una terribile paura:”Sei stato Iniziato!” Non era una domanda, era una affermazione. Tom distolse lo sguardo da quello di lei e sussurrò: ”Non credo nei fantasmi dei dannati e sono certo che qualcuno mi volesse morto”. “Hai bevuto, vero?” “E allora? non era una allucinazione, devi credermi” protestò offeso. “C’era qualcun altro con te, Apollo magari?” “Non te lo posso dire, e lo sai!. “Parliamoci chiaro Lacove, se vuoi scoprire il tuo presunto assassino ti conviene collaborare…allora, chi era con te?” “Uffa, va bene,ma ricordati, non te l’ ho detto io” Si avvicinò al suo orecchio e sussurrò “Zoe e Apollo…” “Come immaginavo! Ora fammi la descrizione di chi ti ha aggredito” “Non ho visto molto, una mano bianca mi stringeva la gola e quando ormai stavo per soffocare è semplicemente sparita.” “Apollo e Zoe cosa hanno detto di questa aggressione?” “Questa è la cosa strana: loro si comportano come se non l’avessero vista. “Magari non l’ hanno vista veramente” e sottolineò l’ultima parola con un velo di superiorità. Scorgendo la reazione di Tom però, Alanna concluse:”indagherò, ti farò sapere il prima possibile”
* * * * *
Dopo mesi di ricerche Alanna scoprì chi era il possessore della mano ed ebbe la conferma che Tom era in pericolo di vita. Aveva appena parcheggiato la macchina davanti alla casa di Tom, quando nel buio sentì un grido… Era arrivata troppo tardi..
Carlotta 3C


UOMO DEL MIO TEMPO di Salvatore Quasimodo L’autore descrive l’uomo di oggi e afferma che il suo atteggiamento e la sua personalità non sono diversi da quelli dei primi uomini. In ogni epoca, dall’antichità al medioevo alla seconda guerra mondiale, vede un uomo senza pietà, senza fede e senza amore, deciso a sterminare i suoi simili e, di conseguenza, se stesso. L’autore constata che l’uomo continua ad uccidere come prima avevano fatto i padri; da quando Caino ha ucciso Abele, l’eco della sua voce è sopravvissuta attraverso i secoli, fino ad arrivare a noi e continuerà ad istigare i futuri uomini ad uccidere. Quasimodo “ordina” di dimenticare il sangue che i padri hanno versato prima di noi; vuole che le loro tombe vengano dimenticate e soffocate dalla cenere. L’autore dal mio punto di vista ci vuole trasmettere due messaggi fondamentali: dimenticare le guerre impegnarci per creare un mondo di pace. Sono trascorsi molti anni da quando Quasimodo ha scritto “Uomo del mio tempo” ma non è cambiato quasi nulla da allora:troppe volte l’uomo è ricaduto negli stessi errori e ancora oggi, 2006, dimostra di non aver imparato dagli errori dei padri. Io penso che l’uomo purtroppo nella maggior parte dei casi, simula, nasconde le proprie vere emozioni per secondi fini. Il suo animo però non è cambiato, non ha ancora ascoltato i consigli di Cristo, di tanti uomini giusti e di Quasimodo.
Carlotta 3C 
 Il mondo dei sogni “Un giorno, sono arrivato in ritardo a scuola. L’atrio, che ero abituato a vedere colmo di ragazzi vocianti, è deserto. Anzi è molto più grande di come lo ricordo… Non riesco a vederne i confini. Cammino incerto verso la mia classe, quando a un tratto…” Continua il racconto immaginando che un luogo familiare come la tua scuola all’improvviso ti appaia come un mondo immaginario e magico, popolato di creature che esistono solo nei fantasy, in cui ti trovi ad affrontare un’importante missione da cui dipende la salvezza di …
Un giorno, arrivai in ritardo a scuola . L’atrio, che ero abituata a vedere colmo di bambini vocianti, era deserto. Anzi, era molto più grande di come lo ricordo. . . Non riuscivo a vederne i confini. Camminai incerta verso la mia classe. Con le mani sudate afferrai la maniglia di plastica nera e aprii la porta. Uno spettacolo naturale mai visto prima d’ora si impossessò del mio sguardo per qualche minuto. Non riuscivo a distaccare gli occhi da quegli splendidi alberi fioriti e i mille colori di strani fiori giganti. Solo una cosa rovinava in particolar modo questo magnifico capolavoro di Madre Natura: le montagne. Alte e imponenti ma prive di fantasia. Il mio coraggio e la mia curiosità mi spinsero ad esplorare quella terra sconosciuta. Camminando fra l’erba soffice e smeraldina di questo territorio, il mio sguardo si posò su delle piccole casette in lontananza che assomigliavano a funghi maturi, di un rosso acceso e puntinati di bianco. All’esterno, intenti a lavorare con picconi, aratri e palette, scorsi dei piccoli omini buffi, vestiti di verde, con un berrettino a punta che terminava in uno squillante campanellino. Elfi, immagino. Alcuni di loro mi videro e mi fecero cenno di avvicinarmi. Sembravano conoscermi, ma io ero sicura di non averli mai visti. A lenti passi mi diressi verso di loro. Senza fiatare mi presero per mano e mi fecero sedere insieme a loro. Offrendomi un tazza di buon tè fumante cominciarono a farmi mille domande del tipo : < Oh, finalmente è arrivata , Vostra Maestà!! Ma dov’era ? Cosa le è successo? Perché è stata via così tanto tempo, pur conoscendo il grave problema di “ Fireville” ?> < Vostra Maestà? Fireville? Ma cosa dite? Io non sono mai stata qui!!! > risposi un po’ seccata. < Ma come? Suo padre non le ha detto niente? Lei è la figlia del re di “Fireville”, Alastor. Lei, mia cara Julieta, è e sarà sempre l’erede al trono, ma soprattutto, è lei che deve salvare noi Elfi della Pianura dai Giganti della Montagna, capisce vero?> Capii subito che queste creaturine non scherzavano affatto quindi decisi di aiutarli. In fondo, io mi chiamo veramente Julieta e pure mio padre si chiama Alastor! < OK, ci sto! Come dobbiamo fare con questi Giganti della Montagna?!> chiesi con entusiasmo. Mi piacque l’idea di essere una principessa guerriera. < E’ ovvio che dobbiamo combattere e annientarli, Vostra Maestà! E , nella battaglia, ci aiuteranno i nostri amici draghi, naturalmente! E’ pronta Maestà?> rispose l’elfo più saggio con molta naturalezza. < Perfetto! Allora partiamo subito! Mah, dove troviamo i draghi?>dissi eccitata. <Basta un fischio !!!!> urlarono in coro gli elfi. E, detto questo, intonarono un sonoro fischio. In un batter d’ occhio arrivò una schiera di draghi guidati dal loro capo, un meraviglioso esemplare di colore verde oliva. Elfi e draghi cominciarono a dialogare in una strana lingua a me sconosciuta. Paco, l’elfo più giovane, vedendo che non capivo proprio quel linguaggio, mi tradusse la conversazione. In poche parole, dovevamo partire immediatamente. Un dubbio mi assalì. Ma se i giganti stavano solamente sulle montagne, come facevano a dare fastidio agli elfi ? Esposi la mia domanda e di conseguenza mi arrivò la risposta:< Tanto tempo fa, i giganti vivevano su un tranquilla montagna. Vedendo che Fireville acquistava sempre più potere, per gelosia, vollero cominciare una guerra in cui sconfissero gli elfi e, grazie ad un potente bastone, racchiusero Fireville fra le montagne. Da quel giorno, ogni anno con il bastone , racchiudono sempre più la nostra terra. Il nostro scopo è distruggere gli orchi e il bastone>. Non ebbi il tempo di ribattere che un drago rosso mi pose sulla sua schiena insieme agli elfi. Sulle montagne i giganti ci aspettavano armati di frecce infuocate e lunghe spade affilate. Iniziò il combattimento. Gli elfi con i loro incantesimi e i draghi con il loro alito infuocato. Ma erano pur sempre in svantaggio date le loro minuscole dimensioni rispetto a quelle possenti dei giganti. Mi decisi. Paco mi aveva riferito il luogo dove si trovava il bastone. Con i giganti fuori dai piedi fu un gioco da ragazzi. Ma … non sapevo come usarlo. Mi sedetti per riflettere . . . ma, certo! Paco aveva detto di distruggerlo e così feci. Lo gettai in un fiume di lava al di là delle montagne. Scintille luminose si sparsero dappertutto. Con questo segnale gli elfi capirono il mio gesto e, saliti in groppa ai draghi, si diressero a valle. (Naturalmente prima mi vennero a prendere). Grande festa quella sera. Davanti al fuoco aspettammo l’ avvenimento. Durante la notte la montagna scomparve insieme ai suoi giganteschi abitanti. Al mattino, al suo posto, tornarono le meravigliose colline di Fireville. Chiusi gli occhi per godermi l’aria fresca del mattino e, quando li riaprii . . . . . . . . Mi trovavo nel letto e la sveglia era già suonata da un pezzo. Andai a scuola in silenzio chiedendomi se avevo sognato oppure no. Mi arrivò la risposta non appena aprii la porta della classe e vidi al posto del paesaggio lussureggiante di Fireville i miei compagni di classe che ascoltavano con interesse la lezione di geometria.
Classe 1 C

 LA GRANDE BATTAGLIA Tanto tempo fa, quando creature fantastiche dominavano tutto il creato, una grande alleanza era stata stipulata tra Cavalieri di Draghi e Elfi Oscuri, niti, per combattere un grande nemico che abitava i sottofondi cupi e tenebrosi. Avevano validi motivi per essere in conflitto con i Goblin che avevano saccheggiato e sterminato senza scrupoli la popolazione scoperta e vulnerabile ad attacchi nemici. Certo questo era passato, ma i Draghi non avevano dimenticato le atrocità commesse dai Goblin ed erano già intenti a preparare un grande esercito che avrebbe sopraffatto gli invasori. Per aumentare la potenza del loro esercito, erano alleati pensando di trovare una razza che li seguisse nella loro grande impresa. Nella grande città di Dragorland si innalzavano costruzioni di ogni tipo e forma costruiti interamente di roccia lucente che risplendeva intensamente ai raggi del sole. La grande arte dei Draghi Costruttori aveva dato i suoi frutti: molte statue rappresentavano Eroi su Draghi e tantissimi prati verdeggianti aumentavano lo splendore della città, tutto questo circondato da alte mura in pietra. Un giorno però, chiamato dai Draghi Grande Tradimento, gli Elfi tradirono i Draghi e allontanandosi giurarono eterna ostilità tra le due popolazioni. I Draghi sconcertati e disorientati si chiesero come avrebbero fatto a sconfiggere i grandi nemici. Quando ormai tutto sembrava perduto, pochi giorni dopo il grande tradimento si scorse in lontananza una linea che a prima vista sembrava un’onda inesorabile che avanzava senza fine. Era una linea che successivamente riconobbero come amica, erano i Nani armati, pronti come per una battaglia. Arrivati ai piedi delle mura, sorprendendo tutti chiesero di allearsi con la potente popolazione dei Draghi e di poter parlare con il loro re. Il re giunse subito, maestoso e imponente con un’andatura solenne e imperiosa, al suo passaggio i cittadini si inchinarono. La sua sola presenza emanava sicurezza: alto, con il corpo avvolto in lungo mantello dorato con decorazioni rappresentanti Cavalieri sulle loro cavalcature alate pronte a spiccare il cielo. Avanzò anche il re dei nani con la cotta di maglia dorata, insieme si avviarono verso l’enorme palazzo del re dei Draghi. Dopo breve tempo ritornarono e il re parlando ad alta voce disse:<Ho deciso di stringere l’alleanza con la popolazione dei Nani > Subito dal popolo dei Draghi si levò un gran mormorio di disapprovazione e così il re continuò a parlare:<Sono consapevole che l’ultima alleanza si è sgretolata facilmente,ma il re dei Nani ha giurato sulla sua anima che il loro popolo non ci tradirà mai!>
Durante i giorni successivi però, si parlò di un imminente attacco al loro grande popolo, i Goblin e gli Elfi Oscuri si stavano avvicinando per radere al suolo la loro città. La notizia era giunta da una sentinella che con le ultime forze era riuscito a spiegare il fatto prima di accasciarsi a terra senza vita. Appena saputa la notizia tutto il popolo era subito corso a prendere armature, spade e armi per combattere; le persone che non sapevano combattere erano tutte indaffarate a preparare cibo, oggetti per curare i feriti e per mantenere il più a lungo possibile in vita i guerrieri. I nemici si presentarono in una mattina nebbiosa, anche se il campo di battaglia si vedeva benissimo, i nemici si erano accampati momentaneamente con tende nere. Arrivarono all’improvviso, in armature nere come la pece armati con lance, spade, alabarde e tantissime altre armi tra le più strane. Gli arcieri dei Draghi posizionati sulle mura erano in attesa del segnale per scagliare le frecce infuocate sui nemici mentre i fanti, gli alabardieri, i picchieri erano sotto le mura pronti a ricevere i nemici e combatterli valorosamente. I nemici cominciarono una lenta corsa verso le mura ma all’improvviso sbucarono come dal nulla i cavalieri in groppa alle loro cavalcature alate e infuocarono le prime due linee nemiche. Erano quattro con armature splendenti pronti alla battaglia, si posizionarono sopra le mura e attesero che gli arcieri scagliassero le frecce sui nemici che però si ripararono dietro gli scudi e continuarono ad avanzare avvicinandosi al portone della città. I guerrieri sotto le mura impugnarono con più forza le loro armi, per un po’ di tempo la battaglia continuò così, ma quando due arieti riuscirono ad arrivare sotto le mura i Cavalieri di Draghi eruttarono una valanga di fuoco che però venne deviata dalla forza magica dei Maghi Oscuri nemici che fecero la loro comparsa ai lati dell’esercito all’esterno delle mura. Un urlo di rabbia si alzò dall’interno delle mura mentre l’ariete iniziava a sfondare il portone, gli arcieri cercarono di fermare i Maghi ma fu tutto invano. L’ariete riuscì a penetrare all’interno delle mura dove i fanti e gli alabardieri riuscirono a distruggerlo, le linee nemiche avanzarono e si scontrarono con i Draconiani. Dall’esterno i Cavalieri di Drago infuocarono più linee difensive possibili e successivamente si allontanarono per scontrarsi con i maghi; alla fine però con l’aiuto dei Nani i Draconiani riuscirono a vincere le linee difensive e rabbiosi uscendo dalle mura si scontrarono con i Goblin e bramosi di vendetta attaccarono senza pietà i nemici. I due Re si scontrarono con i due nemici armati con mazze e asce, arrivarono anche Goblin sulle loro cavalcature a otto zampe e travolsero i fanti più esposti. Sbucando dagli alberi i Cavalieri di Draghi ruggirono per poi scendere in picchiata e travolgere gli ultimi Goblin,a quanto pareva i Maghi Oscuri erano stati eliminati. La battaglia fu lunga ma alla fine le forze del bene prevalsero su quelle del male.
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 “Un giorno, sono arrivato in ritardo a scuola. L’atrio, che ero abituato a vedere colmo di ragazzi vocianti, è deserto. Anzi è molto più grande di come lo ricordo… Non riesco a vederne i confini. Cammino incerto verso la mia classe, quando a un tratto…” Continua il racconto immaginando che un luogo familiare come la tua scuola all’improvviso ti appaia come un mondo immaginario e magico, popolato di creature che esistono solo nei fantasy, in cui ti trovi ad affrontare un’importante missione da cui dipende la salvezza di …
Nostalgia
“ Un giorno, sono arrivata in ritardo a scuola. L’atrio, che ero abituata a vedere colmo di ragazzi vocianti, è deserto. Anzi è molto più grande di come lo ricordo… Non riesco a vederne i confini. Cammino incerta verso la mia classe, quando ad un tratto mi è parso di scorgere una strana figura dietro alla porta della segreteria. Anche se intimorita, mi sono avvicinata, attratta da una forza misteriosa. Aprendo la porta mi sono sentita osservata alle spalle e mi sono voltata di scatto ma, pur avendo agito il più velocemente possibile, non sono riuscita a scorgere nessun movimento sospetto. Entrata nella stanza mi sono guardata attorno per cercare una traccia che mi svelasse il perché di quella strana apparizione. Stranamente la segreteria era vuota. Uscii più frastornata di quando ero entrata e mi fermai un attimo a pensare a quello che era successo. Mi sedetti appoggiata al muro e mi guardai intorno…Meraviglia! L’immenso atrio si era trasformato in un paesaggio di colline e boschetti. Mi girai indietro nella speranza di vedere la familiare porta, ma di essa non c’era traccia; al suo posto vidi una catapecchia malandata che era come una macchia scura in un verde lenzuolo di seta. Ancora incerta sul da farsi bussai tre volte alla porta e, non ricevendo alcuna risposta, abbassai la maniglia cercando di aprirla, ma era chiusa a chiave. Disperata, la tempestai di pugni e calci ma non cedette ai miei sforzi. Ero sicura che, entrando e poi uscendo nuovamente sarei tornata a scuola. Certo, il posto dove ero capitata era molto bello, ma riuscivo a sentire una strana presenza, quasi...<<Evviva! Evviva! E’ arrivata! Devo correre a dirlo agli altri abitanti.>> A parlare era stato uno strano essere del quale ancora non conoscevo il nome. In seguito appresi che apparteneva alla razza dei cloidi, docili e gentilissime persone che vivevano in armonia con la natura. Si chiamava Percy e come tutti i cloidi era di bassa statura. Aveva la pelle scura, gli occhi marroni come i capelli ricci e ci misi un po’ di tempo a distinguerlo perché si mimetizzava benissimo con il colore del tronco di una pianta a me sconosciuta. Mi salutò cordialmente, ma si poteva capire benissimo che stava reprimendo un immenso attacco di gioia nel vedermi. Io, non riuscivo più a connettermi con il mondo esterno per il torrente di novità che mi assaliva. <<Non puoi ancora entrare in quella porta, è troppo presto per te. Davi prima compiere la missione a te affidata!>> <<Missione?! Quale missione? Io non sono adatta a questo tipo di avventure!>> <<Scusate se mi intrometto ma non è affatto vero!>> Mi voltai per vedere quale altra creatura era comparsa. Pareva quasi un umano, ma, osservando meglio notai alcune piccole differenze, ad esempio due orecchie a punta e più grandi del normale. Avevo incontrato un elfo. Gli porsi alcune domande sulla mia impresa e mi rispose così:<<E’ da almeno mille anni che non si verifica un fatto storico così importane. Ogni volta che eravamo in gravi situazioni, ci appostavamo a turno davanti alla porta e, puntualmente, da essa sbucavano umanoidi che ci aiutavano a sconfiggere il nemico infame. In questa era siamo riusciti a vivere pacificamente per anni e anni fino a che, poco tempo fa, un ombra oscura si è avvicinata dal nord e, lentamente ha conquistato tutti i territori a noi destinati. Ultimamente si è rafforzato molto, i suoi poteri sono raddoppiati e sta seminando il terrore nelle terre dei nani, degli elfi e dei cloidi. Il suo potere più temibile è quello di leggere nel pensiero, per questo riesce a sapere in anticipo se gli abitanti di un villaggio si stanno preparando ad una rivolta e riesce a catturare i ribelli in anticipo. Tu ci devi aiutare!>> Ero frastornata e non sapevo come affrontare la situazione che s stava complicando velocemente. Notando che non sapevo che cosa fare mi accompagnarono a casa di Percy. Questa ultima era ricavata da un albero scavato all’interno. Dopo un pasto caldo, ci fermammo a discutere sul da farsi e decidemmo che il giorno dopo, saremmo partiti alla volta della terra dei giganti. Il giorno seguente ci mettemmo in viaggio e ci addentrammo in quelle terre sconosciute. A differenza di quello che avevamo previsto non incontrammo ostacoli e, durante la camminata chiesi alcuni chiarimenti sull’impresa. Ci fermammo a riposare in una grotta, ma non riuscivo a dormire: avevo come la sensazione di essere osservata. La mattina dopo, svegliandomi, mi accorsi che c’era un vecchietto davanti alla porta che discuteva con i miei compagni. Facendo finta di dormire ancora, ascoltai i loro discorsi e capii che il vecchio non era un messaggero del cattivo. Rincuorata, mi alzai sbadigliando. Appena mi vide il vecchio esclamò di gioia e mi venne a baciare le mani in preda a convulsioni. Dopo poco eravamo pronti per ripartire verso la terra dei troll. Il vecchio ci aveva fatto dono di un medaglione a testa dicendoci che ci avrebbe protetto dal supremo potere del Maligno. Partimmo. Nella terra dei troll ci furono diversi inconvenienti e, in una corsa per sfuggire ad un archetto mi sono storta una caviglia. Facemmo molta fatica ad arrivare a destinazione, e in altre parole a Valle Azzurra chiamata così per il colore celeste dei campi immensi. C’era anche una foresta, dove ci nascondemmo per passare la notte, in modo che, i messaggeri del Maligno imperatore, sguinzagliati in tutto l’impero per cercarci, anche quella notte sarebbero rimasti senza nessuno da catturare, anche quella notte. In lontananza, si poteva scorgere l’ oscura reggia del Maligno e sapevo che il giorno dopo avrei dovuto affrontarla da sola perché i miei compagni non sarebbero entrati. Mi avrebbero aiutato da fuori. Per prima, cosa avrebbero creato un enorme scompiglio, attirando così, l’attenzione delle guardie, che non mi avrebbero visto sgattaiolare all’interno della reggia maledetta. All’interno io avrei dovuto seguire il mio fiuto, infatti, più ci si avvicinava all’incarnazione del male più si poteva sentire l’odore acre dello zolfo. Il giorno dopo tutto andò a meraviglia: i miei compagni eseguirono il loro dovere e o mi diressi verso la stanza. Sapevo che stavo correndo un enorme rischio ma, per il bene dei miei amici, ero certa che ne valeva la pena. Avevo timore che, leggendomi nel pensiero mi avrebbe lanciato una maledizione ma contavo sull’aiuto del medaglione magico. Bussai alla porta, mi aprirono ed io entrai timorosa. Sul trono sedeva la creatura più rivoltante che io abbia mai visto. Arrivata al suo cospetto non sapevo cosa fare, ma l’ispirazione m venne all’ improvviso. Tirai fuori il medaglione e glielo puntai contro. Il mostro, cercando di leggere nel mio pensiero mando delle onde che gli si rivoltarono contro. Il Maligno finì per ritrovarsi imprigionato nella sua mente e incapace di muoversi non vide che lo stavo spingendo verso il balcone dove lo spinsi giù e lo uccisi. La reggia crollò nel preciso istante in cui uscii. Tornai a casa attraverso la catapecchia e spesso torno in segreteria per cercare di tornare in quel mondo fantastico.
Classe 1 C

 In luoghi immaginari e magici, in tempi lontani e vaghi, guerrieri, giganti, elfi, fate, maghi, coraggiosi adolescenti, draghi e bizzarre creature si affrontano, tra mille insidie, pozioni magiche e codici indecifrabili, nell’eterna lotta tra il Bene e il Male con l’aiuto di oggetti dai poteri straordinari. Questi gli elementi caratteristici del fantasy che dovrai utilizzare per inventare una storia originale.
La battaglia di Incudine
Il messaggero nanico correva affannosamente sulle gradinate di pietra di Incudine, la leggendaria fortezza dei nani, il fiato sempre più corto, i piedi tozzi incespicavano nella folta e ben tenuta barba legata da molte lunghe trecce mentre percorreva la scalinata degli Antichi,i grandi progenitori dei nani: le statue intagliate nella roccia viva della montagna ancestrale, brandivano martelli cinti fra le possenti mani guantate di ferro battuto dai mastri fabbri, rivolti verso il terreno, i corpi di pietra dei guerrieri erano stati intagliato nella loro armatura, una poderosa corazza forgiata dal più pregiato ferro del Reame Montano dei nani, ornata di diverse e intricate rune incise nel più raffinato dei modi. Il capo era cinto da un elmo cornuto di pregiata fattura battuto nel ferro dai fabbri nani. Le statue cingevano l’intera scalinata di pietra che portava al torrione del santuario degli Anziani, i capi attuali del Consiglio dei monti, i più antichi e potenti guerrieri Nanici. Il messaggero aprì con foga la porta del Santuario intagliata in puro e pregiatissimo marmo: davanti al nano si stagliava una sala circolare, lastricata di pietra e marmo bianchissimo, come neve di montagna, in fondo alla stanza si ergeva imponente una statua del dio dei nani, Durin il forgiametallo, vestito di una splendida armatura cerimoniale placcata in oro purissimo, vicino ad una piccola cappella intagliata nella pietra del santuario. Ai lati circolari della camera si stagliavano fino al soffitto colonne di marmo adornate di rune intricate che sostenevano la parete superiore della stanza, e, incastonati nella pietra si notavano dei troni di roccia complicatamente elaborati sui quali sedevano gli Anziani, rappresentanti di Durin sulla terra, antichi guerrieri adornati delle più splendenti ed elaborate armature di mithril, armati di pesanti martelli da battaglia, più micidiali di qualsiasi arma del regno montano dei nani, e alcuni nani erano armati di splendenti asce da guerra, più affilate di un dente di drago, tenute sulla schiena possente e leggermente incrinata in avanti. La cosa che più colpiva degli Anziani erano le loro lunghe barbe bianche, intrecciate ordinatamente con fili di rame finemente elaborato, che erano indice di saggezza e sapienza, nonché di anzianità. << Guerra!!!>> Urlò il messaggero << Gli elfi oscuri sono entrati nei nostri tunnel settentrionali, e si stanno dirigendo qui per impossessarsi del mithril!!!>> Detto questo il nano si accasciò a terra, spossato dalla fatica del viaggio. Da molto tempo la guerra imperversava fra elfi oscuri provenienti dalle loro cittadelle sotterranee, alla costante ricerca di metallo e mithril per armare il proprio esercito oscuro, e quindi iniziarono ad assalire le miniere dei nani, che avevano la fama di essere i migliori minatori del Regno di superficie. Inizialmente furono solo piccole scaramucce per contendersi le riserve di minerali, ma poi si passò a vere e proprie battaglie campali, e si diede inizio ad una guerra che coinvolse tutte le creature che abitavano le montagne. Gli Anziani decisero velocemente il da farsi: uscirono dal santuario e comunicarono a tutti i nani di armarsi per l’imminente battaglia. La fortezza era tutto un formicolio di attività: i fabbri affilavano le asce e preparavano i martelli, nelle armerie i nani si armavano di archibugi e balestre, pronti per difendere le spesse mura di pietra, ogni soldato si vestiva di una pregiata cotta di maglia di fattura manesca, elmo di ferro e scudo intagliato nel legno di quercia irrobustito con il metallo, gli ingegneri preparavano le baliste,i cannoni e le catapulte sulle mura di spessa e robusta roccia adamantina, si preparavano per entrare nei carri armati naneschi, terribili armi di distruzione di massa, capaci con i propri cingoli chiodati di schiacciare la fanteria e con il proprio cannone di eliminare i soldati avversari, i signori delle rune incidevano nelle proprie armi e armature di mithril potenti incantesimi runici capaci di deflettere i colpi avversari, gli Anziani si preparavano alla battaglia pregando nel santuario. La fortezza di Incudine era un vero e proprio bastione: le spesse mura di pietra adamantina erano quasi impenetrabili, il cancello di marmo ornato con potenti rune di protezione, che rendevano il portone quasi impenetrabile, gli alti bastioni di pietra viva si stagliavano verso la vetta della montagna, su cui i balestrieri avrebbero mirato e colpito qualsiasi estraneo si fosse avvicinato, le statue che ornavano l’intera fortezza contemplavano severe il campo di battaglia, che fra qualche ora sarebbe divenuto un bagno di sangue, il torrione interno conteneva le armerie, le dimore dei nani, le caserme, le officine d’assedio e le botteghe dei fabbri, nonché i tunnel minerari in cui lavoravano incessantemente i minatori nani, e, nei più profondi baratri della fortezza si trovava la sala del tesoro, sorvegliata da antichi guardiani di pietra e dalle più micidiali trappole sotterranee,e nella vetta della roccaforte si trovava il santuario, luogo di ritrovo e di preghiera nanesco. I soldati ordinatamente, dopo essere stati equipaggiati, si disposero sulle mura, pronti per la battaglia. Allora all’ orizzonte si vide l’avanguardia dell’esercito del Re Negromante degli elfi oscuri: dei cavalieri a cavallo di destrieri non morti , vestiti di armature di ferro nero, armati di spade di metallo che irradiavano energia oscura. Dopo pochi minuti si vide l’esercito degli elfi oscuri: soldati appiedati, corazzati di armature di metallo nero e armati di spade e scudi di ferro oscuro, si muovevano ordinatamente disposti in plotoni, seguiti da veloci truppe d’elite: soldati mutanti mezzi ragni e mezzi elfi oscuri, vestiti di armature di ossidiana nera, armati di letali scimitarre e doppie alabarde, gli arcieri sul retro erano disposti in file ordinate, pronti a scoccare letali frecce nere, sull’ esercito fluttuavano minacciosi draghi scheletrici, assetati del sangue dei vivi. E cosi la battaglia ebbe inizio: i balestrieri contemporaneamente agli archibugieri, alle baliste, ai cannoni e alle catapulte tirarono ai nemici, facendo strage di elfi, che continuavano a marciare, noncuranti delle perdite, arrivando alle mura e cominciando a scalarle. I draghi fluttuavano sui nani soffiando energia oscura sul campo di battaglia, facendo strage di soldati nanici, che intanto macchiavano le proprie armi del sangue nemico, selve di dardi nanici e proiettili d’assedio volavano dalle mura di Incudine, mentre gli arcieri elfi oscuri scoccavano frecce nere dal campo di battaglia. I nani furono costretti ad indietreggiare a causa dei guerrieri mutanti, ma quando in battaglia scesero gli Anziani la situazione venne ribaltata: con i loro poderosi martelli schiantarono crani e con le asce affettarono carne, ma gli elfi oscuri non arretravano, grazie al supporto aereo. Quando la fortezza stava per essere conquistata, dalle montagne calarono i grifoni, antichi alleati dei nani, e abbatterono nella loro fiera gloria alata gli immondi servi delle tenebre, che dopo molti stenti furono ricacciati nelle profondità della terra.
Simone classe 1C 
C’è un luogo, un angolo di casa che senti particolarmente tuo? In quali momenti, situazioni ti piace raffigurarti lì? Quali pensieri, riflessioni, sogni ad occhi aperti nascono in questo tuo angolo di serenità? RACCONTA…….. L'angolo più mio a casa
C’è un luogo particolare dove i pensieri mi percorrono la mente, dove posso scrivere il mio diario segreto anche potendo dire ad alta voce quello che scrivo, dove fare i compiti mi rilassa…. Questo magnifico luogo è la mia stanza: il mio posticino riflessivo. Io adoro tappezzare le pareti della camera con poster, o foto che rappresentano le mie passioni. Infatti, sulla parete “sud“, sopra la mensola della scrivania, si trovano 5 poster di “Jesse McCartney” il mio cantante preferito, 1 poster di “Zac Efron” il mio cantante e attore preferito e in fine 1 poster di “Didlel”, un topino dalle orecchie e le zampe gigantesche: la mascotte preferita da me e le mie amiche. Spostandosi verso il fianco destro della scrivania, sempre appeso alla parete “sud” c’è un pannello dallo sfondo nero con 2 fotografie del mio terzo saggio di danza classica assieme ai risultati del mio primo esame sempre di danza (ho incorniciato i risultati perché avevo preso un voto molto alto). Di fianco al pannello c’è una fotografia di un quadro rappresentante ballerine dietro le quinte di un teatro, che aspettano di entrare in scena durante un balletto dell’opera “Giselle”. Sopra alla foto è presente un papiro con frasi scritte da me, con l’alfabeto egiziano, in terza elementare al “Museo di stato” di San Marino. Ora di fianco alla foto di ballerine è presente una bacheca con tutte le foto che mi ricordano momenti indimenticabili. La fotografia di cui vado più fiera sono io, in un saggio di danza. Quella sera la mia maestra ha fatto scattare dal fotografo questa foto, perché ero in una posizione corretta ed elegante; al punto che ne ha preso una copia, per attaccarla ad una parete della scuola di danza. C’è un’altra foto a cui sono molto legata: è una fotografia molto antica di una zia di mia mamma che ora non c’è più e che mi è sempre stata molto vicina. Ho trovato la fotografia in casa sua, ora disabitata, quando l’ho scovata l’ho osservata e ho avuto la sensazione di specchiarmi nell’immagine della ragazza rappresentata… la zia mi assomigliava molto quando aveva tredici anni!! Otre a queste sono presenti altre foto della mia infanzia. Subito dopo, sempre appeso ho un regalo delle mie insegnanti delle elementari; è un vero papiro che rappresenta un rito di due divinità egiziane, appena me lo hanno consegnato sono andata a farlo incorniciare. Finisce la parete “sud” o “parete delle foto” ed inizia la parete “ovest” dove sono presenti gli armadi che la occupano tutta. Nella mia stanza ho una cosa preziosissima: il mio letto in ferro battuto a 2 piazze! Quando mi addormento lì, sotto il caldo piumone, appoggiata a quei morbidissimi e bellissimi cuscini; mi sento veramente a casa, protetta, lontana da ogni pericolo! Ci sono molto affezionata perchè era il lettone dei miei genitori che hanno cambiato quando avevo 4 anni. Non vi ho ancora parlato di Simba, Pegy e Pooh…. Sono i miei pupazzi preferiti! Simba è un grosso cane husky, che ho ricevuto a 4 anni, proprio quando ho avuto il lettone; Pegy è una piccola cagnolina dalmata che ho fin da quando ero piccola! In fine c’è Pooh, l’orsetto “Winny Pooh“ che ho acquistato in america, in un centro commerciale…. Inizialmente l’orsetto era vuoto, nel senso che era privo di cotone all’interno; così la negoziante mi ha fatto scaldare un cuoricino di stoffa, esprimendo un desiderio, poi l’ha infilato dentro al pupazzo ancora vuoto, che inseguito ha colmato di cotone! Questi 3 peluche ascoltano tutte le sere i miei segreti, i miei sogni, le mie emozioni…praticamente sono il mio diario segreto però sotto forma di amici immaginari! Naturalmente, la notte dormo solo con Simba e Pegy, perché con loro dormo da quando ero piccola, ma Pooh non lo lascio solo, sta seduto su una sedia con una bambola e sta in una posizione in cui può guardarmi sempre! Ora vi parlo della parete “est”, dove c’è il comodino; sopra ci sono: 4 angioletti porta fortuna di plastica, la sveglia satellitare che proietta l’ora sul muro, la lampada a forma di coniglio, la scatolina porta orecchini e una piccola foto di quando ero molto piccola dentro a una cornice di ceramica con gli orsetti. Di fianco al comodino c’è un mobiletto di paglia con la faccetta di un orsetto in pigiama appoggiata sopra, con 5 cassettini. Sempre su questa parete, spostata a destra del mobile, c’è la finestra che aprendosi apre la “porta” per entrare in un terrazzo che utilizzo durante l’estate…..La mia stanza ha i muri color panna e la carta da parati ( solo nella parte bassa del muro) è panna nello sfondo con piccole roselline schierate. La mia stanza è come il mio rifugio segreto! Spero che vi sia piaciuto sapere dove trascorro il mio tempo quando voglio riflettere o ragionare sui fatti che mi accadono ogni giorno.
Valeria classe 1B 
La storia di Gigino il piccolino Tanto tempo fa, in una casa di campagna, nacque un bambino di nome Gigino soprannominato il “piccolino” per la sua bassa statura. Il bambino era molto carino,con capelli biondi e occhi azzurri come il mare. I suoi genitori erano biondi, alti e buoni come il pane, ma molto preoccupati perché il loro figlio non cresceva e gli ripetevano:
Gigino Gigino sei piccolino ma tanto carino!
Un giorno Gigino il “piccolino” fu rapito da un brutto corvo, nero come il carbone. Insieme sorvolarono foreste, fiumi, laghi e città: un paesaggio davvero incantevole. Durante il viaggio Gigino, stremato, dopo il brutto spavento, si assopì profondamente tra le grinfie dell’uccello. Dopo pochi minuti, si ritrovò in un nido fra tanti corvetti che apparivano molto affamati.”Oh povero me! Tra poco questi uccelletti mi ridurranno in tanti piccoli pezzettini. Ahimè! Com’ è sfortunata la mia vita!” pensò tra sé e sé il povero bambino. Lì Gigino rimase per tre mesi con la paura di non ritornare più alla sua casa di campagna. Ma un giorno il nostro amico decise di farsi coraggio, così scappò dal nido scivolando giù per il tronco della pianta mentre la famiglia dei corvi dormiva. Camminando camminando, si ritrovò in una foresta dove si perse. Quella distesa immensa di vegetazione era formata da cespugli di frutti di bosco di cui si dovette nutrire, e da pietre giganti ricoperte di muschio e licheni. Con la flebile luce che penetrava dagli alberi frondosi si addormentò ripetendosi nella mente la canzoncina che gli cantavano i suoi genitori:
Gigino Gigino sei piccolino ma tanto carino!
Con tanta nostalgia dei genitori il giorno dopo si mise nuovamente in cammino in cerca della via di casa. Gigino si ritrovò in una strada che conduceva in un villaggio di gnomi. Lì incontrò una fanciulla, la futura regina. Beatrice, così si chiamava la figlia del re, vide Gigino e subito se ne innamorò. Ma uno stregone, volendo diventare Re e quindi sposare Beatrice, la rapì e la portò in una caverna nel punto più profondo del mar Cadeva. Gigino, disperato, andò a parlare con lo gnomo re, il babbo di Beatrice, che lo pregò di salvare sua figlia in cambio di un uccello magico che lo avrebbe aiutato a ritrovare la strada di casa che Gigino cercava da vari giorni. Egli accettò la proposta e iniziò la ricerca. Arrivati ad una spiaggia incontrò un uomo natante che si offrì di aiutarlo. Si costruirono una zattera di canne e paglia. Così navigarono nel mare, incontrarono un vortice e vennero risucchiati. Si ritrovarono in una caverna sommersa: era il luogo dove era rinchiusa la figlia dello gnomo! Qui presero la ragazza e cercarono un piano per evadere dalla caverna; dopo aver riflettuto a lungo videro apparire una sirena: era stupenda e bella come un fiore sbocciato. Allora i nostri amici le chiesero: ”Ci porteresti a riva? Dobbiamo incontrare il re degli gnomi.” “ Con piacere,” rispose la bella fanciulla “ è un mio caro amico! “ E così ella li fece aggrappare tutti alla sua magnifica coda. Arrivati alla spiaggia il trio ringraziò la sirenetta e si diressero verso il villaggio. Giunti sul luogo, Gigino gli consegnò la figlia e, grazie all’uccello magico, tornò a casa dai genitori. Ma gli mancava così tanto Beatrice che con la sua famiglia tornò al villaggio. Gigino si sposò con la futura regina e vissero per sempre felici e contenti. 
Azur e l'anello magico C'era una volta un villaggio, i cui abitanti vivevano in povertà per i continui saccheggi dei predoni perché il sovrano di quel regno era malato e non era più in grado di governare e di stabilire l’ordine. Un giorno il dottore prese una decisione: il re doveva essere trasferito in un'altra città per essere curato e, quindi, il figlio Azur, un giovane vivace, alto, moro e dagli occhi scuri, avrebbe dovuto prendere il posto di suo padre. Il sovrano era contrario alla decisione del medico perché non si fidava del suo erede, giovane ed inesperto, soprattutto in una fase di emergenza come quella. Per questo ordinò ai cortigiani di sorvegliare il proprio figlio e seguirlo in ogni luogo. Dopo qualche giorno dalla partenza del padre, il principe cominciò a sentirsi in gabbia, non sopportava le persone che lo seguivano ovunque andasse e che gli domandavano se era consapevole delle decisioni che prendeva … Provava continuamente il desiderio di evadere dalla reggia e di scappare il più lontano possibile. Una notte, non riuscendo a dormire, gettò lo sguardo fuori dalla finestra e notò in lontananza, sul ramo di un albero, mamma colomba che accarezzava il suoi piccoli e, con loro, spiccava il volo verso l’orizzonte. Il principe ebbe un impeto di rabbia ripensando a sua madre che era morta quando lui era ancora piccino e a suo padre che non si fidava di lui e lo credeva troppo immaturo. ‘Dimostrerò a mio padre quanto valgo!’pensò il principe e si caricò sulle spalle l’arco e la faretra: si calò dalla finestra grazie ad una fune e scappò nel bosco. Azur correva senza sosta, chiedendosi dove stesse andando. Dopo un po’, stanco e avvilito, si rannicchiò in un tronco cavo e si addormentò. Dopo una lunga notte finalmente arrivò l’ alba, scacciando le tenebre e diffondendo la sua luce timida e pallida. Azur, svegliandosi, udì in lontananza lo scricchiolio di stivali che calpestavano le foglie secche, si rizzò in piedi estraendo il pugnale dal fodero. Scorse il re del regno vicino, Darbus, accompagnato da una ventina di guardie armate fino ai denti. “Vedo che sai come proteggerti!” disse il principe in tono sarcastico. Il re Darbus, notando la sua diffidenza, disse: “Non preoccuparti, non ti farò del male.” Ma Azur non abbassò la guardia. Allora il re continuò: “Ho saputo della crisi del tuo regno, che tuo padre non è più in grado di governare perché molto malato e ti ha lasciato in mano il comando … … e ora ti ritrovo qui, fuori dalle mura. Perchè?” “Sono fuggito perché… ehm … avevo voglia di cacciare.” Rispose il principe cercando una scusa. Darbus annuì pensieroso guardando il cielo: “Minaccia di piovere. Perché non vieni con me a riposarti un attimo nel mio maniero?” Il ragazzo, stremato, annuì, convinto che sarebbe tornato presto a casa: intanto Darbus sussurrava qualcosa alle guardie. Appena entrato nell’ atrio del castello, però, i soldati lo afferrarono e lo immobilizzarono. Il re gli si avvicinò e gli chiese minaccioso: “Perché eri nel bosco? E perché nessuno era con te? Non mentire!” Azur si arrese: “Mi sentivo in trappola, nessuno si fida di me.” “Poverino -aggiunse il re- ti prometto che se rimarrai qui con me avrai tutte le cure e le attenzioni che desideri. Dimentica le preoccupazioni e lasciati alle spalle il passato, al tuo regno ci penseranno i cortigiani ! Ti lascerò un giorno per decidere.” Azur si ritirò in una stanza per meditare sulla risposta che avrebbe dato al re. Nel frattempo le guardie del suo regno si accorsero della scomparsa di Azur e allarmarono tutto il reame. Il principe, ignaro di quello che stava succedendo, dopo una notte insonne passata a rimuginare, prese infine una decisione, andò dal re Darbus e disse: “Accetto la vostra proposta: rimarrò qui per studiare e accrescere il mio intelletto; quando sarò pronto, tornerò nel mio regno e aiuterò il mio popolo a prosperare.” Il re Darbus gli disse: “Bravo ragazzo! Hai preso la decisione giusta.” Ma dentro di se’ ridacchiava e pensava: ‘Povero sciocco, non sarai più un ostacolo per impadronirmi del tuo regno. Eh, eh, eh! Il re, infatti, che in segreto era un potente stregone esperto nella magia nera, aveva architettato un piano malefico per conquistare il regno di Azur e assoggettare il mondo al suo potere: trasformarsi con un filtro magico nel principe cambiando le proprie sembianze, sottomettere tutto il reame vicino, imprigionare Azur e incaricare sua figlia Teodolinda di prendere il comando del suo regno durante la sua assenza e fare la guardia al prigioniero. Teodolinda, principessa d’animo nobile e gentile, non approvava il piano del padre, ma decise di obbedirgli ugualmente. Tutti i giorni Teodolinda bella, bionda con gli occhi azzurri e intelligenti, faceva visita al prigioniero per assicurarsi che le guardie svolgessero bene il loro compito. Azur si trovava come un uccello in una gabbia d’oro, inconsapevole di quello che stava tramando Darbus. Una sera, quando Teodolinda, facendo il suo giro abituale di sorveglianza si avvicinò alla stanza del principe, egli, stanco della solitudine, la chiamò: i suoi modi gentili colpirono intensamente la fanciulla il cui cuore ebbe un sussulto e si ribellò all’ingiustizia a cui il povero giovane era destinato. Gli svelò tutto il piano malefico ordito dal padre e decise di fuggire con lui e di sfidare il tiranno per restituire il regno al principe. Intanto a palazzo, il padre di Azur morì e il trono passò al falso Azur che mise a ferro e fuoco il regno e ridusse il popolo in schiavitù. Teodolinda e il principe, spinti dal desiderio di sconfiggere il falso sovrano, si recarono al suo cospetto e lo fronteggiarono. Darbus, vedendoli arrivare, capì che sua figlia lo aveva tradito e, in un impeto di rabbia, le disse:”Sapevi cosa ti avrei fatto se mi avessi disubbidito e ora…!” Lo stregone tese una mano e la giovane si trasformò in una colomba e volò via. Nel frattempo tutti i cortigiani si erano radunati e osservavano stupefatti i due Azur chiedendosi chi fosse quello vero. Il falso principe sussurrò all’orecchio del giovane: “Se vuoi che mia figlia ritorni ad essere una principessa dovrai trovare l’antidoto che si trova a Zaguzia e portarmelo entro due giorni.” Azur, senza esitare, si fiondò nei giardini del palazzo e scorse il manto candido del suo cavallo bianco di razza che risplendeva alla luce della luna. Ci salì sopra e partì alla volta del deserto. Nel primo pomeriggio il principe arrivò alle porte della città di Zaguzia , lasciò le sue cose e il suo cavallo in una locanda e partì per esplorare la città. Dopo mezz’ora di cammino vide un anziano signore dalla barba lunga e folta, gli si avvicinò incuriosito e gli domandò: “Conosci un antidoto per ritrasformare le cose in persone?” e gli raccontò l’accaduto della notte passata. Il Vecchio esitò qualche secondo prima di rispondere : “Sei fortunato ragazzo, io sono il Vecchio della Valle, ti aiuterò solo se tu riuscirai a farti amici alcuni animali affamati. Il Vecchio spintonò il ragazzo in una buca e lui si ritrovò nell’oscurità totale quando sentì un fruscio e vide due paia d’occhi gialli che lo fissavano irrequieti. Azur indietreggiò spaventato mentre le strane creature si preparavano ad attaccarlo,ma un raggio di sole filtrò dentro la buca e illuminò il muso degli animali: erano lupi! I due più grandi, la mamma e il papà che avevano il pelo grigio, folto e uno sguardo fiero, digrignando i denti cercavano di nascondere dietro di loro un lupacchiotto per proteggerlo, ma quest’ultimo, ancor più spaventato alla vista di Azur, corse via, inciampò in una radice e, ferendosi, ruzzolò fino ai piedi di Azur . Il principe, impietosito, gli si avvicinò cautamente, si strappò un pezzo di mantello e, facendo molta attenzione, lo avvolse intorno alla zampina ferita del cucciolo.I genitori, vedendo le attenzioni che Azur riservava al loro piccolo, capirono che non voleva far loro del male e chinarono il capo in segno di rispetto e devozione. La prova era superata più facilmente di quello che il giovane avesse pensato. Il Vecchio non si sorprese della sua bravura e gli donò una scatola d’oro contenente un anello di platino con incastonata una pietra di zaffiro e incisa la lettera T (Teodolinda).Gli disse che, se la colomba avesse toccato il gioiello, si sarebbe ritrasformata in fanciulla. Il principe corse subito alla locanda dove si assopì serenamente. La mattina successiva, preso il cavallo, imboccò la strada del ritorno verso il suo regno. Arrivato a destinazione, vide che Darbus lo stava aspettando, impugnò la spada e saltò giù dal cavallo. Per non perdere l’anello se lo infilò al dito e quello emanò una forte energia che lo fece sentire stranamente più forte e sicuro. Tentò qualche fendente con la lama e si accorse di sentire l’arma molto più leggera e maneggevole. Gli si stampò sul viso un largo sorriso quando capì che l’anello lo rendeva più potente. Molto sicuro di se’ partì all’attacco ma il re schivava tutti i colpi. Dopo una lunga battaglia, Darbus sferrò un colpo che fece scivolare di mano la spada di Azur, la raccolse e gliela puntò alla gola ma, nello stesso momento, sentì un ululato e vide un branco di lupi che avanzava verso di lui. Il giovane ragazzo, quando capì che gli animali erano suoi alleati, riprese coraggio e sferrò un pugno al malvagio sovrano che, tramortito, venne assalito dai lupi. Azur era libero. All’ improvviso l’anello diventò incandescente e il principe fu costretto a sfilarselo dal dito. In lontananza scorse la colomba e, quando le fu vicino, ricordando le parole del vecchio, le gettò l’ anello addosso e lei si ritrasformò immediatamente in una principessa. Darbus, per non essere giustiziato, ammise la propria sconfitta, confessò di essere il vero fratello del re morto e di averli ingannati per avere il loro regno. Il giovane re, vedendo il sincero pentimento di Darbus, lo riabilitò e gli ridiede il suo regno dietro la promessa di governare con giustizia e saggezza, cercando sempre la pace e il bene del popolo. Azur donò l’anello a Teodolinda come pegno del suo amore e della sua fedeltà. Dopo un mese si sposarono e vissero per sempre felici e contenti. Chiara S., Miriam T., Maria Rosa G., Roberto R. (1E)  IL PRINCIPE SENZA AMICI C’era una volta un principe che viveva in un bel castello, ma era triste ed annoiato perché non aveva amici e nel suo castello non si organizzava mai una festa, perché i suoi genitori erano anziani e malati. Un bel dì decise di fare una passeggiata nel bosco, almeno lì poteva udire il cinguettio festoso degli uccelli e osservare i colori della folta vegetazione che lo circondava. Ad un tratto gli si avvicinò un’anziana signora che gli chiese: <<Oh, bel principe! Cosa fai tutto solo nel bosco?>>. Il giovane rispose: <<Non ho amici con i quali divertirmi e passare il mio tempo libero>>. L’anziana signora cercò di rassicuralo dicendogli: <<Bevi questa pozione, è magica, ti farà conoscere tanti amici>>. E, sogghignando, sparì nel buio del bosco. Il principe si fidò, ma dopo aver bevuto, si trasformò in un piccolo draghetto. A questa vista tutti gli animali del bosco si spaventarono e cercarono rifugio sui folti alberi. Dispiaciuto, capì che la vecchia era una strega che gli aveva lanciato un incantesimo. Il draghetto cominciò ad agitarsi e a correre nel bosco in cerca di aiuto. Dopo aver camminato a lungo incontrò un cacciatore, gli spiegò cosa gli era accaduto e il cacciatore lo consolò dicendo: <<Ora calmati, io ti aiuterò, però prima dobbiamo trovare uno gnomo del bosco, lui ti dirà come fare.>> Insieme si avviarono in cerca dello gnomo. Ad un tratto sentì una voce squillante che diceva: <<Ehi draghetto, cerchi me?>> <<Si>>, rispose il draghetto stupefatto che, piangendo e supplicandolo, gli chiese: <<Dimmi, cosa devo fare per togliere l’incantesimo? Voglio ritornare principe.>> E lo gnomo rispose: <<Tu ed il cacciatore venite con me; vi devo portare nella “Grotta della Paura” a trovare le perle dell’amicizia. Più ne troverai, tanti veri amici avrai e l’incantesimo toglierai>>. Giunti alla grotta buia non riuscivano a trovarle e il cacciatore disse: <<Non si vede niente, draghetto, non puoi fare un po' di luce con il tuo alito focoso?>>. <<Certo>>, rispose il draghetto e il suo alito illuminò tutta la grotta in cui splendevano tantissime perle. Così iniziarono a raccoglierne molte. Ad un tratto l’incantesimo si ruppe ed il principe si trovò dentro al suo castello tutto illuminato ed addobbato a festa, con musica, balli e tante persone curiose di conoscere il principe triste. Da quel giorno non fu più solo. Conobbe altri principi e principesse, che lo invitarono ai ricevimenti nei loro castelli. Trascorreva interi pomeriggi nel bosco, cavalcando insieme al cacciatore e allo gnomo, felice di aver trovato due veri amici. E’ vero che chi trova un amico trova un tesoro.
Elena, Carolina, Andrei, Cristian, Andrei (1E) 
LA MIA CAMERETTA San Marino, 2 Gennaio 2007
Nella mia grande casa, l’angolo che sento particolarmente mio è la mia adorata cameretta. Se anche si presenta piuttosto disordinata, è sempre accogliente quando mi ci devo rifugiare. Essa mi accoglie con calore e con tantissima voglia di proteggermi, ed è un ambiente al quale tengo tantissimo. Fin da piccola ci trascorrevo parecchie ore, amavo giocare con le bambole e fare capriole sul mio morbido lettuccio. Ricordo ancora la prima volta che mamma mi ha insegnato questo tipo di acrobazie. Mi rendevano la persona più felice del mondo, perché passavo stupendi momenti di gioia, serenità ed amore insieme alla mia migliore amica. Col trascorrere del tempo, le mie esigenze sono divenute diverse dal semplice giocare con il castello di Barbie o con la cucina o addirittura con l’assetta da stiro. Perciò, i miei genitori decisero di arredare e attrezzare la camera, luogo dei miei sogni, in maniera diversa. Quando iniziarono i “lavori”, vedevo la mia infanzia trascorrere davanti agli occhi. Ogni scatolone che veniva riempito mi trasmetteva una sensazione di cambiamento ma allo stesso tempo anche di nostalgia. Ognuno di esso racchiudeva in sè i miei ricordi più cari. Ricordi che, a poco a poco, avevano costituito piccole tappe della mia adorata infanzia. Così per il mio settimo compleanno, mia madre mi regalò la cameretta nuova. Inizialmente fui dubbiosa ma successivamente, quando vidi su catalogo quella che doveva diventare la mia nuova stanza, rimasi molto entusiasta. Riflettendoci bene non era una malvagia proposta, anzi rappresentava un importante passo per me, che sarebbe rimasto indelebile nella memoria. Quel luogo quasi interamente occupato dai giochi, venne sostituito da un ampio letto con testata blu cielo che mi trasmette l’umore giusto per sognare. Adiacente un comodino sul quale ho riposto una lampada a cuore, peluches e i miei monili: orecchini, braccialetti, collane ed anelli, un’altissima libreria nella quale ho posizionato i miei libri di lettura: fumetti, avventura, favole, romanzi e cruciverba, cornici con foto ricordo della mia Prima Comunione, saggio di danza e altre molto spiritose che mi trasmettono, ogni volta che mi soffermo a guardarle, felicità. La parte sottostante, dentro un’anta, è adibita a libri e accessori scolastici. Di fianco alla libreria è posizionata una cassettiera al cui interno si può trovare di tutto. C’è poi un’ampissima scrivania su ruote sulla quale studio, gioco e mi preparo al mio sogno di diventare giornalista. Quest’ultima, sebbene sfruttata a pieno in questi tre mesi, è da me utilizzata come punto di riferimento per trascorrere ogni mio momento libero. La mia camera acquista anche molta luminosità grazie alla finestra che chiude il mio mondo che a sua volta viene riaperto da una porta decorata di poster. Quest’ultimi ornano anche buona parte della stanza, ante dell’armadio e muro sopra il letto. Sopra la testata del letto ho uno stupendo quadro che raffigura due angeli nell’atto di proteggere il mondo sottostante ad essi. La mia camera molto spesso la utilizzo anche come nascondiglio, quando litigo con mia madre, sono arrabbiata e voglio tentare di tranquillizzarmi. Molto spesso, quando litighiamo, mi chiudo e non esprimo i miei sentimenti e stati d’animo che prevalgono in me in quei momenti di tristezza. Qualche volta mi occorre semplicemente un po’ di isolamento dal mondo esterno, per riflettere e trascorrere un po’ di tempo in compagnia di me stessa, senza nessuno che mi disturbi e godermi la mia libertà magari ascoltando la musica in pace e serenità. In questa nuova camera, dovrò trascorrere gli anni della mia adolescenza, quindi essa si svilupperà ancora tantissime volte. Io di questo sono contentissima perché potrò vedere altre “facce” della camera che fino ad ora non ho scoperto. Difatti quando vengono amici o amiche sono contenta di mostrare loro il mio comodo rifugio. Mi affeziono tantissimo a tutto, anche alla cosa più futile perciò nel futuro sarà un ricordo al quale sarò legata.
Così è fatta la mia camera, così è fatta la mia vita, così sono fatta io. Ed io sono soddisfatta di essere così, “nella mia cameretta”.
Federica B. IB 
MIA MADRE
“Una madre è un’amica che ritroverai sempre”.
Mia madre è la star della mia favolosa giornata. La mia “stellina” ha uno stupendo nome che ho adottato anche per la mia prima bambola: SONIA. E’ un bellissimo nome, poco usato ma simpatico, originale ed elegante. Il nome Sonia mi fa pensare ad una persona con abbondante carisma, determinazione e con tanta voglia di comprendere cose nuove; le si addice proprio come nome! Mi mamma può apparire una persona un tantino aggressiva, ma chi la conosce sa perfettamente che non è così. E’ un tipo molto dolce e sensibile con tutti, soprattutto con me. Mi dedica parecchio tempo prestandomi tantissima attenzione e, come dice sempre lei, “nel mio piccolo tento di fare tutto quello che è possibile affinché tu possa essere la persona più felice del mondo”. Queste sue parole mi commuovono quasi sempre perché io so che tutto quello che mi dice le proviene dal profondo del cuore. Mia madre adora tantissimo praticare lo sport, difatti quando ha del tempo libero, uscita dal lavoro, si precipita in piscina o al Parco Ausa per effettuare qualche giro di corsa. In alcuni giorni estivi mi porta con sé al parco e mi diverto tantissimo a guardarla: assomiglia ad un gabbiano che deve spiccare il volo per compiere un lunghissimo viaggio. Mi trasmette un profondo senso di libertà, spensieratezza e voglia di godersi la vita. Questa è una delle cose principali che mi ha insegnato. Mia madre ha ottimo gusto per ogni tipo di cosa: soprattutto per il lavoro che ha scelto. Lei è una bravissima ragioniera e tutti i giorni, alla sera mentre mangiamo, mi racconta tutte le vicende che le sono accadute al lavoro. Mi ricordo quando mi ha raccontato che, nella sua azienda, i capi erano burloni e conoscevano il modo adatto per gestire l’azienda. Quando si osserva mia madre, ci si accorge subito del suo sguardo che vuole rapire la tua attenzione, e riesce a farlo! Ti scruta con uno sguardo color corteccia, macchiato di verde. I suoi occhi sono un poco allungati, un tantino assomiglianti alle nocciole; con ciglia sempre impregnate di mascara e sopracciglia abbastanza folte ma sottili. La sua fronte è alta e non larghissima, ha degli stupendi capelli a caschetto, tinti di rossiccio con qualche mèche giallo ocra. Le sue orecchie sono piccole e proporzionate, ultimamente porta orecchini realizzati con perle bianche. Il naso è un tantino ricurvo, segno di una brutta e dolorosa caduta durante l’infanzia. Le labbra risplendono di un raggiante sorriso rovinato da un orrendo dente un po’ nero; le labbra sono carnose e un poco rossicce; sembrano due belle fette di prosciutto crudo. Il viso è leggermente allungato con alcuni bugnetti sparsi qua e là; nel complesso ha una bellissima faccia. La sua corporatura è piuttosto esile, spalle braccia e busto sono muscolose, lo sono anche le gambe ma, come appaiono a lei, sono sempre troppo cicciotelle. Io la ritengo perfetta e non esiste persona più bella di lei. Le sono affezionatissima e, se anche certe volte mi sgrida, la ritengo sempre la più “grande” perché con lei ti puoi confidare, vivere momenti gioiosi e tristi. E’ una persona eccezionale perché ti sa consolare quando ti senti un po’ giù. Così è la mia amica, non vorrei mai scambiarla per nessuna cosa al mondo; lei è unica, lei è la mia “star”!
Federica B. 1B 
VI PRESENTO IL MIO SUPER PAPA’ Ora vi presento un componente della mia famiglia davvero molto, molto speciale: mio babbo. E’ un tipo straordinario, abbastanza sportivo, e il suo hobby preferito è la pesca; per questo, ogni tanto ci porta a pescare insieme a lui. Ha un carattere dolce e disponibile, molto premuroso, è sempre disposto ad aiutare gli altri. E’ sempre pronto a portarci a danza e a nuoto… è un aspetto del suo carattere che mi piace far notare, perché ci aiuta a seguire i nostri impegni e interessi! Il babbo ci incoraggia sempre in ogni cosa, soprattutto nella scuola! Lui è molto bravo in matematica e molto spesso, aiuta me o le mie sorelle a svolgere i compiti, o a capire alcuni concetti. Svolge la professione del geometra, (per questo è così bravo in matematica!) e quando non ha tempo di stare con noi, ci porta sempre nel suo ufficio, perché sa che a noi piace molto quel luogo; io e le mie sorelle ci chiudiamo nella sala riunioni, e lì facciamo bellissimi disegni, che poi il babbo appende orgogliosamente alle pareti del suo studio. E’ una persona che ha molti amici; questo perché è sincero e molto semplice. Il babbo ha molta premura nei nostri confronti: cerca di farci felici in ogni occasione; ad esempio a Natale ha cercato in tutti i modi di abbellire la nostra casa all’interno e all’esterno, addobbando la nostra porta e costruendo un presepe animato. Oppure mi ricordo di quando ha portato a casa il nostro cagnolino dal canile; è da quando sono piccolina che desidero un cagnolino, e un giorno, tornata a casa da catechismo, l’ho visto mentre accarezzava il cagnolino con il nonno e le mie sorelle e mi sorrideva contento. Ha una corporatura normale ed una statura abbastanza alta. Il babbo è nato in America, e solo la scorsa estate, ci ha portate là per conoscere i nostri lontani parenti. È piuttosto calvo ed i pochi capelli sono brizzolati. Da piccolo era biondo, questo spiega il perché mia sorella sia biondissima e i miei genitori entrambi mori. Ha una fronte ampia, e delle sopracciglia abbastanza folte; gli occhi sono bruni, il naso normale e la bocca è simile alla mia e a quella di mia sorella Anna. Il nostro dentista dice che ho la forma della mandibola uguale a lui; di questo vado molto fiera. Quando ci porta in vacanza dice sempre che è il regalo per la nostra bravura, e per stimolarci ad essere ancora più brave, anche se a volte io e le mie sorelle non collaboriamo nelle cose di tutti i giorni. Di solito, io e le mie sorelle, scherzando con il babbo, diciamo che ha anche un altro hobby speciale: quello di spegnere la televisione mentre la guardiamo!!!! Abbiamo una TV in salotto e una in cucina, quindi quando mangiamo ci interessa guardarla; puntualmente la spegne appena noi la accendiamo. Io e le mie sorelle non usiamo il termine papà per rivolgersi a lui, ma semplicemente babbo: alcune volte lo chiamiamo con dei soprannomi affettuosi. Io, quando lui è a casa, sento un forte senso di protezione, felicità e armonia; può sembrare strano, ma provo queste sensazioni anche quando è di cattivo umore. È così che concludo la descrizione sul mio super babbo! Non vedo l’ora di fargliela leggere, chissà se in questo testo riesce a riconoscere se stesso!! Valeria V. 1B 
Tema: In questa noioso giorno d’inverno ..... In questa noioso giorno d’inverno in cui non sta succedendo niente e non posso fare altro che starmene seduto al mio banco a scrivere un testo, sono talmente depresso che decido di utilizzare il tempo per sbrigare al più presto i miei doveri scolastici. Ebbene sì, mi ornerò di coraggio e di forza di volontà e comincerò a scrivere. Prendo foglio e penna e cerco parole in una mente vuota e un po’ sonnacchiosa. Non posso scrivere. Ho voglia di vita, …di avventura. Ah, se per magia potessi… allora sì che la mia giornata sarebbe indimenticabile! Scuola. È un normalissimo e noiosissimo giorno di scuola. Sono accasciato sul mio banco e sto giocherellando con le penne per farmi venire un’idea nella mia testa vuota e assopita. Ma più penso, più la testa e le palpebre si fanno pesanti, il respiro lento, e dato che la prof. se n’è appena andata in bagno, ne approfitto per abbandonarmi alla dolce carezza del sonno, che mi trasporta nei meandri più lontani e inesplorati della mia fantasia… Cado nel vuoto. Svengo. Dopo pochi minuti mi rialzo a stento e palanco incredulo gli occhi: sono piombato dal cielo in mezzo ad un soffice strato d’erba incolta coperta da un altrettanto soffice strato di fiori multicolori! L’atterraggio non è stato dei migliori, ma, anche se un po’ intontito e ammaccato, sono vivo e vegeto! Mi guardo per bene intorno, e mi accorgo che sono circondato da una vegetazione foltissima, alta quasi mezzo metro, che racchiude vari alberi secolari scolpiti da venature che segnalano l’antichità del tronco, possenti alberi che oscillano sotto la fresca e leggera brezza che pervade la piccola radura, una fittissima chioma che ospita vari piccoli insetti che svolazzano in cielo piroettando in libertà nell’aria. Dopo un’attenta osservazione della flora, anch’io però mi sento osservato da tante presenze intorno a me, nella boscaglia, e con la coda dell’occhio vedo due scure pupille e un viso umano nel tronco dell’albero. Appena mi volto impaurito verso di lui, il fusto inizia a scuotersi, le radici escono dal terreno e la pianta comincia a muoversi verso di me, e così fanno tutti gli altri arbusti vicini che piano piano avanzano tutti insieme nella mia direzione: che per me sia la fine? Ad un tratto dall’ombra fuoriescono tanti piccoli ometti, alti quasi quanto una mia gamba, ornati di strani oggetti d’oro e piume colorate, armati di lance fiammeggianti. Improvvisamente essi sferzano in aria le lance bruciando le cortecce e, con esse, gli alberi, che battono in ritirata nel cuore della foresta oscura. Gli gnomi mi si avvicinano con le lance puntate contro di me, mi afferrano, mi legano come un salame e mi caricano sulle loro spalle: mi hanno salvato solo per catturarmi!!! Mentre mi trasportano, ho modo di osservare gran parte delle fattezze delle creature di questa selvaggia foresta: è piena di strani insetti mai visti prima, piccole bestioline simili a scimmie che saltellano sui rami e strane pianticelle che fanno schioccare le fauci cercando di divorare variopinti moscerini. Dopo molto tempo arriviamo alla città degli gnomi: un imponente complesso di case di pietra ornate d’oro e d’argento, percorso da piccole vie intervallate da stretti acquedotti sormontati da ponticelli di roccia; le piccole dimore sono cinte da alte mura di selce molto spesse, pattugliate da numerose sentinelle mascherate, armate di archi e frecce, e sorvegliate anche da gnomi a cavallo di strane cavallette giganti corazzate, muniti di lancia e scudo. Ma la cosa più impressionante è il grande tempio piramidale adornato di statue di dei alati a forma di serpente, che svetta verso il cielo, alla cui sommità si trova un altare, dedicato probabilmente al dio-serpe. La città emana nel complesso un che di lugubre, come se tutto fosse intriso di sangue e di morte. Sempre sulle spalle degli gnomi, percorro la città di piccoli mostriciattoli, scortato ora da nuove guardie, nanetti a cavallo di serpenti giganti, armati di strane spade di pietra a due mani, che mi fanno salire per le tortuose vie del centro abitato, che è stato edificato in gran parte in pendenza, fino ai piedi del tempio dagli infiniti gradini. Saliamo per un tempo che a me sembra interminabile, finché non raggiungiamo la sommità dell’edificio: l’altare d’oro macchiato di sangue, probabilmente innocente, è circondato da molte colonne in pietra scolpite con strani disegni rituali che raffigurano serpenti che si annodano fra le loro spire. In quel preciso istante si apre una lastra di selce nel pavimento e mentre le mie guardie si inginocchiano, uno gnomo esce dal passaggio: il volto è coperto da una maschera di pietra ornata con strani anelli e ciondoli d’oro grezzo, il resto del corpo, specialmente il torso, è tatuato con diversi strani simboli, dalla vita in giù indossa un gonnellino si seta e paglia adorno di piume: probabilmente è un sacerdote o qualcosa di simile. Immediatamente estrae dalla gonna un sacchettino pieno di una strana polvere rossa, che inizia a spargere sulle colonne, facendone emanare una tetra luce opaca. Subito, guardando intorno a me, vedo che gli altri abitanti della città-tempio si sono riuniti attorno al loro santuario per pregare, richiamati dalla luce dei pilastri. In quel momento il sacerdote balza fulmineo sull’altare e, estratto un coltellino dalla veste, si taglia una vena del polso, quindi, intonando una preghiera, lascia colare il sangue sull’ara sacrificale. Il tempio inizia a tremare e un grido terrificante si leva dalle fondamenta dell’edificio. L’altare comincia a muoversi e il sacerdote si mette alle mie spalle. Dopodiché dove una volta si trovava il tempietto, ora c’è un enorme solco. Lo gnomo alle mie spalle mi spinge più vicino all’orlo, cosicché io, ancora legato, possa vedere quello che c’è nella spaccatura: incatenato alle viscere del tempio, quasi assopito, giace un enorme serpente! È arrotolato su infinite grandi spire dalle scaglie scintillanti nella penombra, la testa squamata guizza avanti e indietro, mentre si intravedono la mortale lingua biforcuta e i canini avvelenati, gli occhi inespressivi del rettile fissano il vuoto, opachi nell’oscurità. Da quel momento capisco perché mi hanno catturato: per offrirmi alla loro mostruosa divinità!!! Il sacerdote, dietro di me, mi spinge verso il ciglio dell’apertura. Sta per abbandonarmi al mio destino, quando una freccia avvelenata perfora lo stomaco dello gnomo alle mie spalle, facendolo cadere nel baratro oscuro, divorato dal suo stesso dio! In quel medesimo istante mi volto e vedo un esercito di uomini-pesce dalle fattezze di un rospo umanoide che sciamano dalla foresta, vestiti di armature di conchiglie marine, armati di tridenti e archi di corallo, trasportano strani arieti di alghe intrecciate che usano per abbattere le possenti fortificazioni degli gnomi; alcuni cavalcano enormi cavallucci marini dalle fattezze antropomorfe. La cosa che però mi colpisce di più è l’enorme tartaruga corazzata che avanza per il campo di battaglia, maestosa, falciando le cavallette e i serpenti giganti con gli gnomi cavallerizzi; sta distruggendo le fortificazioni gnomesche facendo battere in ritirata gli gnomi, che ancora devono sfoderare il loro asso nella manica: col sacrificio di “carne umana” compiuto all’altare, il possente dio-serpente è stato risvegliato, e, come una furia, distrugge il tempio dall’interno, avventandosi sui nemici con le ali spiegate che prima erano celate nel buio. In tutta la sua maestosità, la divinità falcia i nemici con le possenti fauci. E mentre il santuario crolla io cado, cado nel vuoto... Mi risveglio sul mio banco, madido di sudore. Tutti i miei compagni mi stanno fissando. Piano piano tornano al lavoro tutti ed io, imitandoli, faccio altrettanto, apprezzando la realtà di tutti i giorni. Simone C (2C) 
Tema: Il Galattic Football C’ era una volta il pianeta Achillian. Su questo astro era presente una forza detta respiro che era vietata in tutte le attività sportive tranne una: il galattic football. Marco, come tutti i ragazzini, andava pazzo per questo sport, così, un giorno, decise di partire per andare a giocare nella sua squadra del cuore. I genitori di Marco acconsentirono e così, preparate le borse, la mattina seguente dopo aver salutato con affetto i familiari, Marco partì. Il ragazzo era supercontento e, trovata la sede di allenamento, corse subito ad iscriversi. Lo accettarono immediatamente perché alla squadra mancava un difensore di qualità, e quello, era il ruolo preferito di Marco. Dopo alcuni giorni dal suo arrivo, venne il momento del primo incontro sui dodici previsti nel campionato. Le prime undici partite furono superate senza difficoltà, difatti le vinsero tutte, ma l’ ultima sarebbe stata la più difficile perché avrebbero affrontato un’ altra squadra che, nel campionato, era rimasta imbattuta e in palio c’ era anche la coppa dei campioni. Qualche giorno prima della partita, passeggiando per le innevate vie di Achillian, Marco incontrò un vecchio mago che gli chiese perchè era così preoccupato. Marco rispose che da lì a pochi giorni avrebbe dovuto giocare l’ ultima partita del campionato, quella in cui c’ era in palio la coppa dei campioni. Il mago gli disse:<< Forse ti posso aiutare!! >> e, con un tocco di bacchetta, fece apparire due nuove scarpe color oro e gli spiegò che servivano per utilizzare meglio il respiro. Marco ringraziò il vecchio e nel giorno della partita le calzò. Quel mago non mentiva, le scarpe erano straordinarie e gli permisero di segnare cinque goal. Grazie al mago, la sua squadra vinse la coppa e Marco diventò il capitano. Restò per sempre con i suoi compagni e insieme vinsero tutti i campionati della loro carriera e Marco visse sempre felice e contento. Luca Z. 1° D 

Tema: LA BUONA E GENTILE ROSA C’era una volta un mercante che era rimasto vedovo con tre figlie. Le prime due erano brutte e arroganti, la terza, invece, che si chiamava Rosa, era molto buona e suscitava l’invidia delle sorelle. Purtroppo il mercante ebbe un rovescio di fortuna e dovette vendere la casa e trasferirsi in una dimora più modesta. Le due sorelle non facevano che lamentarsi. Rosa, invece, si trovava bene anche se non era lussuosa come quella precedente, si offriva al padre per fare le pulizie ed era lei che ogni sera preparava la cena e vissero così finché tutte e tre le figlie del mercante non ebbero raggiunto l’età matura per sposarsi, cioè vent’anni. Al mercante interessava molto far sposare le figlie perché così non doveva portare a casa i soldi per tutti e quattro; anche le due figlie brutte volevano sposarsi, ma soltanto per andare via da casa, a Rosa invece interessava solo il benessere del buon vecchio padre. Il figlio del re di quel paese era appena stato rifiutato dalla principessa a lui promessa e si sentiva malissimo, non mangiava, non dormiva, non parlava, era come se si rifiutasse di vivere. Allora il padre fece riempire il regno di proclamazioni scritte che comunicavano a tutti che avrebbe dato qualsiasi somma alla famiglia della più bella fanciulla che avrebbe fatto guarire il proprio figlio da quel brutto trauma. Il mercante appena vide la proclamazione del re informò le figlie ma a Rosa non interessava perché pensava che i nobili fossero tutti uguali, maleducati, arroganti e insolenti, mentre, invece, le due sorelle iniziarono subito a prepararsi per l’incontro col principe, anche se sarebbe stato due giorni dopo. Siccome le due sorelle sapevano che Rosa era molto carina e che, anche se non voleva andare al ballo, ci sarebbe venuta lo stesso per il padre, non vollero rischiare che il principe si innamorasse di lei e quindi andarono da una loro amica, la cui madre praticava magia nera e le chiesero una pozione che facesse invecchiare e con essa tornarono a casa. Il giorno dopo diedero quella pozione a Rosa dicendole che era uno shampoo adatto ai suoi delicati boccoli d’oro così, quando si fece il bagno e usò la pozione, iniziò a diventar vecchia e i suoi bei boccoli d’oro diventarono “spaghetti” bianchi e grigi, il suo bel visino con delle labbra rosse come le rose diventò tutto rugoso, pieno di macchie della pelle e le sue labbra si raggrinzirono tutte cambiando colore, da rosso a un rosa pallido come le rose a cui era allergica. Lei, appena si vide, scappò piangendo e si nascose nel bosco dove si strappò il bell’ abito e se ne fabbricò un altro con edere, radici e rami giovani, poi si mise a camminare e camminare fino a quando la trovò una fatina che riconobbe la magia nera nel suo aspetto e la portò a casa sua. Lì le fece fare un bagno con l’antidoto e pian piano ritornò al suo aspetto naturale. La fatina buona e gentile le diede un vestito cucito dalle farfalle e decorato con luce di lucciole, la fece pettinare da libellule e, ai piedi, le calzò delle scarpe che erano state fabbricate con resina tanto trasparente da sembrare cristallo. Alle dieci la accompagnò al ballo del principe dove, per prima cosa, andò dal padre a scusarsi della sua scomparsa e gli raccontò dell’accaduto, ma anche se lei non voleva che punisse le sorelle a cui voleva bene anche se loro erano state crudeli con lei, il padre andò subito a sgridarle e le mandò in collegio, poi accompagnò Rosa dal principe che, subito dopo averla vista, si riprese ed iniziarono a ballare; così lui si innamorò di Rosa e lei cambiò opinione sui nobili. Il giorno dopo fecero le nozze e vissero per sempre felici e contenti. Martina B. 1°A 

Tema: SENZA FAMIGLIA C’era una volta una buonissima donna sposata ad un bravo mercante. Aveva un'unica figlia che si chiamava Emy. Un giorno, la donna si ammalò e si rese conto che per lei era giunta la fine. Allora chiamò la figlia accanto a sé e disse:-Mia cara piccina, io sto per morire, ma non ti lascio sola, oltre alla mia benedizione ti lascio questa bambola e le diede una bambolina che era, in tutto e per tutto, uguale a lei: gli stessi lunghi capelli bruni, gli stessi occhi azzurri, le stesse scarpe. La bimba passò gli ultimi giorni di vita di sua madre facendola ridere e scherzando, ma quel fatidico giorno arrivò e sua madre morì. Emy si chiuse in camera sua per mesi e mesi, piangeva ogni secondo di ogni minuto, si sentiva sola finché arrivò un giorno in cui decise di uscire dalla sua stanza, le gambe le tremavano e si sentiva come se qualcuno le avesse staccato con violenza un pezzo di cuore. Riuscì a malapena a scendere le scale, chiamò suo padre per avvertirlo che usciva ma quello non rispose. Uscì di casa aspettandosi che la città brulicasse di gente ma non fu così; non c’era nessuno in strada, al vento oscillavano i panni stesi sullo stendipanni, le foglie frusciavano e sembrava che non ci fosse nessuno sulla Terra a parte lei. Ad un certo punto sentì una voce penetrarle come una lama, era un sussurro quasi impercettibile che ripeteva il suo nome:-Mamma!- quasi urlò, Emy si voltò e vide il volto di sua madre. Corse da lei, quasi volò e l’abbracciò, un abbraccio interminabile, alla fine disse:-Mamma, ma tu sei ancora viva?- le chiese con la speranza di una risposta affermativa, ma Emy la risposta la conosceva già. -Perdere un amico è una cosa, ma perdere una madre è un'altra, è come se ti togliessero una parte di te, ma bisogno superare anche questo difficile momento e tu lo sai- disse la madre – Adesso andiamo. Si incamminarono per una strada, passò molto tempo dalla partenza delle due, e finalmente Emy scorse un castello, incominciò a correre e quando non ce la fece più, si voltò indietro e urlò: -Dai mamma, vieni, corri…- ma sua madre non c’era. Incominciarono a scenderle delle lacrime che le rigarono le guance. Esitò un momento, poi aprì il grande portone del palazzo; all’interno la dimora era splendida, dipinti e affreschi adornavano le pareti, meravigliosi mosaici impreziosivano il pavimento. Emy non notò questi particolari, era intenta a guardare una cosa sconvolgente: bambini e bambine, donne e uomini, erano vestiti con stracci luridi, pulivano il pavimento, portavano vassoi pieni di cibo e altri ancora crollavano dalla stanchezza e dal duro lavoro. Eramo dei burattini, non si parlavano e sembravano al servizio di un uomo che Emy riconobbe come suo padre. Quello le venne incontro e le disse:-Cara Emy, figlia mia, ti piace il mio nuovo impero? L’ho costruito tutto da solo senza l’aiuto di nessuno, a parte l’aiuto gentile dell’anima di tua madre che mi ha reso più forte e che io stesso ho pensato di uccidere. La bambina lo guardò sgomenta e infine ribatté:-Ma se non sai neanche cucinare!. Il padre però riprese:-Non saprò neanche cucinare, ma so fare questo!- e così dicendo schioccò le dita e due “burattini” la scortarono nelle buie e umide segrete e, da quel momento, Emy non capì più niente perché svenne. Emy si svegliò a notte fonda e sentì un leggero frusciare di foglie. In quel momento la bimba ricordò tutto: la bambola, la madre e il padre. -Aspetta un attimo- sussurrò. –La bambola!- si infilò una mano in tasca ed estrasse la bambola che la madre le aveva regalato. Se la strinse al petto, e incominciò a piangere, era rimasta sola senza famiglia, sua madre era morta e suo padre era come se lo fosse. Era rimasta senza famiglia, era brutto da dire, ma era la verità, quella parola significava senza amici e compagnia. -Emy, cara, non devi piangere. La bambina si guardò intorno, ma non vide nessuno. -Emy, guardami, sono la tua bambola! Emy guardò il suo giocattolo e si accorse che parlava:-Ma come fai tu a parlare?- chiese. -Ora non ha importanza! Adesso dobbiamo pensare a come uscire di qui!. Emy rimase un po’ imbambolata ma alla fine annunciò:-Bene, tu dovresti riuscire a passare tra le sbarre, e… un'altra cosa, come ti chiami? La bambolina, presa alla sprovvista, si incastrò fra le sbarre che stava cercando di oltrepassare, e infine disse:-Jhoanna-. Emy guardò Jhoanna che cercava di dividersi da quel groviglio di ferro. La bambola, infine, ce la fece e guardò Emy dall’altra parte della cella, poi bisbigliò:-Dove sono? Ah, eccole là!- Jhoanna si avvicinò al chiodo a cui erano appese le chiavi, spiccò un balzo e le afferrò ma, disgraziatamente, le lasciò cadere producendo un tintinnio assordante, ma la fortuna li assistette, non sentirono infatti quei passi che le avrebbero scoperte,. Emy comunque preferì non guardare e si coprì il volto con le mani, sino a quando non udì quel CLOK, che non fu mai così contenta di sentire. Si aprì uno spiraglio fra le dita delle mani che le coprivano gli occhi e vide che la porta della cella era stata aperta; senza perdere tempo corse verso l’uscita e disse a Jhoanna:-Non senti anche tu questi passi?- la bambolina annuì e Emy aggiunse:-Beh allora è meglio che scappiamo! Le due si misero a correre a perdifiato lungo un corridoio, aprirono una porta e si infilarono in una stanza. Era una specie di laboratorio: alambicchi e provette erano collegati fra di loro da tubi pieni di liquidi di ogni sorta di colore, una biblioteca colma di libri occupava il fondo della stanza, altrettanti volumi formavano piccoli e grandi grattacieli. Jhoanna ed Emy si guardarono intorno osservando la stanza, si sedettero vicino ad una pila di libri e ognuna ne prese uno. A Jhoanna era toccato “Il volume delle arti magiche” mentre a Emy”I filtri d’amore” La bambina esclamò:- Ehi, potremmo fare un filtro d’amore per sconfiggere mio padre! Jhoanna le si avvicinò e disse:- Hai ragione potremmo- e si infiammò di entusiasmo. -Mettiamoci al lavoro- Aprirono sul tavolo il libro e dopo pochi tentativi riuscirono a trovare il filtro adatto a loro. Incominciarono a scorazzare per la stanza cercando occhi di rospo e lacrime di mandragora e altre cose strane. Si sentiva ribollire il calderone come un vecchio che brontola sempre. Quando il filtro fu pronto le due si guardarono soddisfatte, ce l’avevano fatta. Jhoanna guardò fuori e esclamò:-Riusciamo ad arrivare in tempo per la colazione! Emy allora si mise degli stracci addosso e si infilò Jhoanna in tasca e ripercorse a ritroso il corridoio da cui erano arrivate, salì scale e attraversò grandi saloni ma, alla fine, arrivò alle cucine. Fu semplice mimetizzarsi: le persone erano in trance e non si accorsero della nuova arrivata. Emy, furtivamente, sciolse nel latte del padre il filtro magico e, quando la colazione fu pronta, Emy con Jhoanna in tasca, seguì i “burattini” che la portarono alla stanza del re. Però le due non avevano calcolato un imprevisto: il padre di Emy aveva un assaggiatore! Costui, dopo aver bevuto un sorso di latte, riferì che il sapore della bevanda era strano, così le guardie ci misero poco ad accerchiare l’intrusa . Jhoanna ed Emy erano spacciate. Il padre allora disse:-Bene, bene, mia figlia Emy che cerca di uccidermi e con un banale filtro d’amore. La bambina però non si perse d’animo e urlò:-Ancora non è detta l’ultima parola! Jhoanna! La bambolina saltò fuori, le due amiche si capirono al volo: si strinsero in un abbraccio e si diedero tanti baci sulle guance; da loro si sprigionò una candida luce e Emy sentì il padre implorare:-No, per favore no! Le due continuarono ad abbracciarsi fino a quando non furono sicure che non era tutto finito, così poterono osservare cos’era accaduto, del padre di Emy restava solo un mucchietto di cenere e le persone erano tornate alla normalità. Emy si sedette, era rimasta completamente senza famiglia, ma non era così, infatti un cane le andò vicino, le leccò una mano e si tramutò in un principe che la sposò e insieme a Jhoanna vissero felici e contenti. Carolina G. 1° A 

Tema: UN REGNO PER DUE C’era una volta un re che, stanco di regnare, chiamò i suoi due figli e disse loro:-Lascerò il regno a chi di voi due mi porterà il regalo più bello- il figlio maggiore andò a est il secondo a ovest. Commina cammina,Gianni, il figlio maggiore, arrivò in un villaggio e si accorse che tutti gli abitanti erano giovani. Si avvicinò ad un ragazzo e gli chiese il motivo di quella giovinezza, lui rispose:- In mezzo alla piazza c’é una fontana da cui esce un’ acqua miracolosa che guarisce ogni malattia e ridà la giovinezza.- - Questo sarebbe il regalo più bello da regalare a mio padre- esclamò Gianni. Il ragazzo, preoccupato, ribatté:-Se vuoi, puoi berla ma non dovrai portarne via nemmeno un goccio, se lo farai tutti noi invecchieremo rapidamente e moriremo.- il ragazzo era tentato di portarne via una boccetta. Ma poi, ripensando a tutte quelle povere persone che sarebbero morte, ci ripensò e ritornò a casa a mani vuote. Nel frattempo Gaudenzio, il figlio minore, giunse in un regno e vide che tutti gli abitanti stavano andando in cima ad un monte. Il ragazzo fermò un vecchio e gli chiese:-Saggio vecchio, dove state andando tutti?- - Stiamo andando al tempio, in cima al monte, a venerare il dio che ci protegge e ci dona abbondanti raccolti.- rispose l’anziano. Il ragazzo curioso si incamminò con loro. Arrivati al tempio vide tutte quelle persone inginocchiarsi davanti ad una statuetta d’ oro lucente .Quando tutti se ne andarono il ragazzo si avvicinò per rubarla ma udì la voce del vecchio che gli disse:- Se porterai via questa statuetta diventerai certamente il più ricco del mondo perché é magica e preziosa, ma il nostro regno diventerà poverissimo, i campi saranno aridi e noi non avremo più niente con cui sfamarci. Il giovane principe che, in fondo era buono, decise di ritornare a casa a mani vuote. Il padre vedendo i figli li abbracciò felice e chiese a loro perché erano tornati senza niente. I figli risposero che avevano trovato dei doni preziosismi ma servivano agli abitanti del regno e del villaggio. Allora il re disse:- Avete fatto la scelta giusta e avete dimostrato di non pensare solo a voi stessi ma anche agli altri. Sono fiero di voi e lascerò il regno a tutti e due, dividetevelo e regnate in pace. Carlo N. 1° A 
Tema: ROSA, CICCIO E LE SORELLE ARROGANTI C’era una volta un ricco mercante che era rimasto vedovo con tre figlie. Le prime due erano brutte e arroganti, la terza invece, che si chiamava Rosa, era molto buona e suscitava l’invia delle sorelle. Purtroppo il mercante ebbe un rovescio di fortuna e dovette vendere la sua casa e trasferirsi in una dimora più modesta. Le due sorelle non facevano che lamentarsi. Rosa invece continuava ad essere felice ed aiutava il padre nei lavori domestici. Il padre per questo era molto riconoscente a Rosa così, con i pochi denari che guadagnava, cercava di regalarle dei doni. Un giorno però, le cattive sorelle, in preda alla gelosia, si misero a strappare e rovinare tutti i vestiti del guardaroba della povera Rosa. Appena la fanciulla se ne accorse, si mise a piangere disperatamente; il padre udendo i gemiti della figlia si precipitò subito dalla ragazza e riuscì così ad intuire la situazione, allora andò a punire le sorelle. Passarono molti giorni ma le due continuavano a fare crudeli dispetti a Rosa, fino a quando, in una piovosa mattina, le dissero: << Rosa,Rosa! Ti stava cercando il babbo, voleva che tu andassi nel bosco a prendere un po’ di bacche, ma non delle bacche qualsiasi, bensì di colore oro! >> La ragazza ingenuamente accettò l’incarico e si recò nel bosco. Cercava e cercava, ma le bacche color oro non si trovavano, così Rosa, inconsapevole del rischio che correva, si incamminò verso il cuore del bosco. La nebbia inquietante si stava alzando, la pioggia scendeva infuriata e l’imponente vento accompagnava terribili rumori. Rosa camminava lentamente, con l’aria un po’assonnata e così si appoggiò su una pietra. Questa era molto strana: soffice, di colore grigio intenso ed emetteva strani suoni. Solo allora la fanciulla capì di avere commesso un grosso guaio, si era seduta su un lupo. Rosa corse via, più veloce del vento e senza una meta precisa, ma il lupo era lì, la seguiva affamato e senza darle tregua. La ragazza era spaventata e stanca perciò rallentò il passo e, senza accorgersene, inciampò in un sasso, cadendo a terra. Il rumore di quanto era accaduto fece svegliare altri lupi. I loro occhi rossi scintillavano, come fiamme, nel buio e si avvicinavano sempre di più; erano sul punto di assalirla, quando, un maestoso falco, sfrecciò vicino alla ragazza e con gli artigli le afferrò il vestito, portandola in salvo, nella sua tana. Una volta giunti a destinazione, il falco diede una mela succosa alla ragazza ed iniziò a spiegare quello che era successo, dato che la poverina aveva subito un momentaneo svenimento. << Ciao Rosa ! >> proseguì il falco << Io mi chiamo Ciccio e ho saputo che le tue sorelle sono molto arroganti e presuntuose >>. La signorina, con tono confuso chiese: << Ciccio, come fai a sapere che il mio nome è Rosa e che le mie sorelle sono cattive ? >>. Ciccio rispose: << Cara Rosa, io ho tutte queste informazioni perché quando tua madre stava per morire mi ha chiesto di vegliare su di te, perciò io ho mantenuto la promessa >>. Rosa si commosse e ringraziò il falco, poi gli chiese un favore: << Ciccio, mi aiuteresti a cercare le bacche d’oro ? >>. << Rosa, io ti aiuterei con piacere, ma in questo bosco non esistono ! >>. Rosa si preoccupò: << Povero padre, mi aveva chiesto quelle bacche e io non gliele porterò ! >>. Ciccio ribatté: << Ragazza mia, mi dispiace, ma in realtà al papà non servivano quei frutti, era solo una menzogna inventata dalle tue sorelle per mandarti nel bosco in balia di belve feroci >>. La fanciulla si rattristì e decise di passare il resto della sua vita nel bosco assieme a Ciccio. Il tempo scorreva veloce, ma la vita nel bosco era assai difficile: procurarsi il cibo, l’acqua potabile ….; nonostante ciò Rosa era felice. Una mattina si stava svolgendo una battuta di caccia e tutti gli animali erano in cerca di un nascondiglio, tutti tranne Ciccio. Egli era convinto che, se fosse rimasto accanto a Rosa, non gli sarebbe successo niente. Così i due gironzolarono fra i cupi alberi. Ad un certo punto si sentirono tanti spari disperdersi nel bosco, allora Ciccio si alzò in volo per controllare la situazione, ma ecco un piombino colpirlo. Il falco precipitò a terra e venne subito soccorso da Rosa. Il poverino questa volta sembrava non risvegliarsi, così la fanciulla si mise a piangere lacrime amare. Alcune di queste raggiunsero la testa del rapace che, come per incanto, si riprese e si trasformò in un bellissimo principe. I due ben presto si innamorarono e così coronarono il loro sogno d’amore. Costruirono un grande castello e siccome il principe era diventato il proprietario del bosco abolì la caccia. E vissero per sempre felici e contenti. Martina P. 1° A 

Tema: MIRIAM E LE FATINE C'era una volta un re che aveva undici figli maschi e una figlia femmina, Miriam. I principini conducevano una vita felice. Andavano a scuola con la spada al fianco e scrivevano con penne d'oro fino, ma ben presto quella vita ebbe fine. La regina, un brutto giorno, morì e il re, dopo un periodo di lutto,si risposò. Purtroppo la nuova regina era molto severa, ma il re non faceva caso al suo carattere perché gli importava solo la bellezza della donna. Un giorno, Miriam andò in un bosco vicino al castello e sentì delle voci femminili; non avendo paura andò a vedere e vide delle fatine che cavalcavano delle cavallette .Per sbaglio calpestò un rametto e fece rumore, le fatine spaventate si nascosero dietro una pietra, ma Miriam le raccolse e chiese loro se poteva diventare una loro amica. Esse risposero di sì solo se avesse superato una prova che consisteva nel trovare il cavallo alato per dimostrare se credeva veramente agli animali magici. Ormai si era fatto tardi e la prova fu rimandata al giorno seguente. Il padre era furioso perché la figlia era arrivata in ritardo così, per punizione, la mandò in camera e le proibì di uscire. Lei ebbe l'idea di recarsi in camera di suo fratello minore che era in debito con Miriam perché l'aveva aiutato mille volte. Il piano era questo: si sarebbe finta malata mentre il fratello doveva convincere il padre a non entrare nella sua stanza. Al mattino Miriam scappò nel bosco, incontrò le fatine ed iniziò a pensare dove potesse essere il cavallo. Le venne in mente che poteva essere nella stalla perché si era trasformato, infatti lo trovò e divenne, così, amica delle fatine. Tuttavia ignorava una cosa: "Se diventi una loro amica assumi il loro aspetto e non puoi più tornare indietro". Così si trasformò e, impaurita, tornò al castello. Mentre spiegava tutto al fratello, non si accorsero che la matrigna ascoltava di nascosto. I ragazzi corsero nel bosco e lei li seguì. Una volta arrivati, la regina si trasformò in un' orribile strega, Miriam e tutte le altre fate chiamarono gli animali magici che l'attaccarono e la matrigna si trasformò in cenere come ogni strega. Il re visse felice con tutti i suoi figli e gli animali magici. Beatrice G. 1° A 

Tema: UNA SCUOLA STRANISSIMA C’era una volta una piccola scuola nel nord dell’Italia. Questa scuola era frequentata da alunni e prof molto strani, infatti questo istituto si chiamava “Stranetta”. Un giorno, nell’aula della prima A, la prof di storia stava parlando dei dinosauri :- Allora ragazzi, i dinosauri sono esistiti tanti, tanti, tanti anni fa!-. Ripeteva ogni cinque minuti la prof. Intanto agitava la lunghissima coda di cavallo che attraversava tutta l’aula fino ad arrivare fuori dalla finestra. Infatti i ragazzi la chiamavano “miss mondo capelli”. Chissà se un giorno li avrebbe spuntati!. Stava per suonare la campanella, ma Nico, curioso com’era, si informò sull’argomento:- Ma prof, i dinosauri esistono ancora?-. la prof gli rispose irritata:- No, che non esistono! Ve l’ho ripetuto cinquantasette volte!!-. Ma Nico non ci credeva, era sicuro che i dinosauri esistessero ancora, ma non replicò. Suonò la campanella e tutti si precipitarono a casa, alcuni sui pullman, altri con i genitori e altri ancora a piedi; fra questi c’era Nico, che non riusciva a dare risposta al suo dilemma. Chiese a tutti quelli che lo circondavano, andò su Internet, cercò informazioni sui giornali, ma niente, dei dinosauri non c’era proprio traccia, così si rassegnò e andò a dormire. Durante la notte si svegliò, osservò dalla sua finestra le tenebre che avvolgevano il suo piccolo giardinetto. In lontananza si sentiva l’ululare dei lupi. Nico si stava per addormentare sulla finestra, fino a quando un bagliore non lo folgorò. Aprì gli occhi a fatica e vide che, proprio davanti a lui, stava precipitando una stella cadente. Si sforzò per trovare il desiderio perfetto, pensò ad una bicicletta, ad una piscina, ad una limousine. Ma poi gli si accese la lampadina, così chiuse gli occhi e pensò:- Vorrei che un dinosauro venisse domani nella mia scuola!-. la stella cadente scomparve dietro le montagne innevate. Nico ritornò a dormire sperando che il giorno dopo il suo sogno si avverasse. Dormì molto quella notte, così che il giorno dopo, fu pronto per la grande rivelazione. Era molto euforico perché sapeva che finalmente tutti avrebbero creduto alla sua teoria sui dinosauri. Entrò in classe mentre la prof di storia trascinava dietro di sé la sua lunga coda di capelli neri. L'insegnante iniziò la lezione e chiese a Nico:- Spero che tu ti sia chiarito le idee sui dinosauri!!-. Nico rispose sicuro di sé:- Mi spiace prof, ma proprio oggi vedremo un dinosauro qui a scuola!-. tutti si misero a ridere per la stupidaggine che aveva detto, ma ad un tratto la scuola tremò. Si sentiva che qualcosa di gigantesco si stava avvicinando e la prof urlò in modo isterico:- Terremoto! Tutti fuori!-. così si mise a correre ma sfortunatamente inciampò nei suoi capelli e cadde a terra perdendo i sensi. Ad un tratto videro un dinosauro tutto ossa e niente carne rompere un muro e piombare nella scuola. Due ragazze di nome Federica e Letizia si nascosero sotto i banchi e il dinosauro vedendole ci mise una zampa sopra, così diventarono due piadine con mani e piedi che camminavano come pinguini. Poi Martina, per proteggersi, si avvolse con i lunghi capelli della sua amica Carolina. Il “gigante” la prese e la scaraventò via come una trottola. Dopo tanto subbuglio Nico riuscì a calmare il dinosauro e a fargli fare amicizia con gli altri ragazzi. Da quel giorno il dinosauro rimase nella scuola e questo fu per sempre il piccolo segreto della scuola “stranetta”. Chiara B. 1° A 

Alcuni ragazzi della prima D raccontano la loro ricreazione a scuola Driiiiiiiiiiin ! Finalmente è ricreazione! Dopo due lunghissime ore di lezione anche noi facciamo una pausa. Subito dopo il suono della campanella prendo il mio panino ed inizio a mangiarlo, il piacevole odore della mortadella fresca avvolta in quel soffice panino entra nelle mie narici. Insieme ad Alice andiamo nell’aula di una nostra amica per salutarla e, durante il percorso, un’ ondata di profumi ci avvolge: panini con i vari affettati, brioches, biscotti, frutta… L’intervallo per un alunno è paragonabile ad un atleta, che, mentre svolge una gara, si ferma e poi riparte. Insomma, un attimo di respiro! Nella pausa alcuni bambini giocano lanciandosi una pallina di carta, le femmine spettegolano sui ragazzi che, secondo loro, sono più carini e gli insegnanti controllano che tutto vada bene. Durante la ricreazione si sentono vari rumori: le urla dei bambini, i loro passi affrettati, gli insegnanti che li rimproverano….A noi alunni sembra che la ricreazione duri pochissimo perché non fai in tempo a finire di mangiare che già suona la campanella. ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Driiiinn!!! Evviva, siamo liberi, finalmente! Mi piace tanto questo suono emesso dalla campanella della scuola, ci informa che è iniziata la ricreazione, il momento più atteso è arrivato! La ricreazione a scuola è una pausa dove ci si rilassa e non si pensa alle interrogazioni dei professori o alle loro urla. Per fortuna!! I ragazzi, nel momento del suono della campanella, cominciano a mangiare i loro panini, le loro pizze e le spianate, insomma di tutto e di più. Nell’aria si avverte un misto di odori di queste prelibatezze: dolce e salato allo stesso tempo. C’è chi assapora il panino con la mortadella, chi trangugia una pizza ai funghi e chi si affoga tra le patatine, io preferisco un panino con il prosciutto crudo. Questo momento di spensieratezza, purtroppo, dura, qui da noi, solamente quindici minuti e a volte dieci! Si chiacchera, si inventano giochi tranquilli, si vanno a trovare gli amici nelle altre classi, ma c’è anche chi ricopia dai compagni gli esercizi di inglese o matematica per evitare una nota dall’insegnante dell’ora successiva. Certe volte dalla mia classe si sentono le grida degli alunni nel corridoio, il vociare degli insegnanti ma anche il continuo apri-chiudi della porta del bagno delle ragazze che entrano ed escono senza sosta. Possiamo ben dire che il momento della ricreazione è fatto di quindici minuti di svago. Nooooo! Proprio adesso? E’ già suonata di nuovo la campana, addio ricreazione. Così, mesta mesta, mi dirigo sempre più velocemente verso la porta della mia aula, tocco la maniglia gelida, apro la porta e, dopo cinque minuti, si riprendono le lezioni. ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- La tensione sale alle stelle, ormai mancano pochi secondi all’inizio della ricreazione, inizia il conto alla rovescia: nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due, uno, zero, driiiiiiinn.Il suono della campanella rimbomba nelle nostre menti, tirate fuori le merende, i profumi e i gusti si mescolano, il vociare si alza fino a creare un trambusto inverosimile. Nella nostra classe alcuni ragazzi scrivono alla lavagna, altri guardano le carte, altri giocano e scherzano. Ed ecco che la classe si divide in due: maschi da una parte e femmine dall’altra, come se da anni ci fosse un’interminabile guerra. Uscendo dall’aula non si capisce più nulla, i ragazzi si muovono continuamente, c’è chi va dall’amico dell’altra classe o chi si perde nella marea di persone, dato che il nostro piano è grandissimo. Fare ricreazione è troppo divertente per cui il tempo vola finché non si sente di nuovo un suono: driiinnnn, quel trillo che prima mi sembrava piacevole ora mi mette malinconia. La ricreazione è finita, ora ricominciano le lezioni. ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Siamo in classe, mancano pochi secondi alle dieci e le orecchie di tutti gli studenti sono tese ad ascoltare il suono della campanella che indica non solo la fine della seconda ora di lezione ma, soprattutto, l’inizio della ricreazione, un momento di pausa che ristora tutti quanti. A questo punto la classe si riempie di rumori di sacchetti di plastica che si aprono e le mani si avventano sul loro contenuto, sia delizioso come una pasta alle crema o un panino alla nutella, sia sostanzioso come un panino al salame o con la mortadella. Di seguito si può udire il calpestio di tanti piedi che, velocemente, si dirigono verso il piano verde dove noi, assieme ad altre classi, consumiamo la nostra merenda e trascorriamo la ricreazione. L’aula, a quel punto, rimane semivuota e il corridoio si riempie di mille odori che vanno da quello dolce della pasta alla crema a quello pungente della mortadella e del salame. Il luogo si riempie anche di decine di voci che si sovrappongono l’una sull’altra, infatti durante la ricreazione ci troviamo a gruppetti per parlare dei nostri piccoli problemi scolastici oppure per stabilire cosa fare e dove trovarci nel pomeriggio. Purtroppo la ricreazione dura solo quindici minuti che trascorrono molto velocemente e un nuovo suono della campanella, che a me sembra più fastidioso di quello precedente, ci ricorda che la ricreazione è finita e, velocemente, torniamo in classe con in bocca il dolce sapore della merenda appena gustata. |