La valigia dello scrittore
                                                                                     

 

BIBLIOTECA: SPAZIO RAGAZZI questo link vi permette di entrare in biblioteca e leggere numerosi consigli di lettura elaborati da vostri compagni in questi anni.

 

Anno scolastico 2011-2012

 

PENSIERI, RIFLESSIONI, RACCONTI....IN LIBERTà

Avventura a Sottomondo

 

ANNO SCOLASTICO 2011-2012

 

Avventura a Sottomondo

 

Carter Evans aveva quindici anni. Era bella, con quei capelli nero pece, quegli occhi grigio chiaro e quel portamento regale. Voleva diventare investigatrice.

Era una bella giornata d’estate quando sua madre la chiamò per il pranzo. Nella villetta al numero trentasette di King’s Road si respirava un’aria allegra. Era il decimo compleanno della minore degli Evans, Scarlett, una ragazzina bionda e cicciottella, il contrario esatto di Carter, così magra e silenziosa. “è felice” pensò “Chissà cosa le avrà regalato il babbo?”. Il padre di Carter, infatti, non aveva potuto partecipare alla festa perché impegnato in America per lavoro. –Bellissimo! Bellissimo! Che cos’è, Cart?- domandò Scarlett.

-Non ne ho idea. Ehi, guarda! C’è scritto qualcosa…- Carter aveva preso tra le mani un medaglione con al centro una pietra cambia colore, sul quale era scritta quella che sembrava una formula magica in una lingua sconosciuta. –Usbar miut thaicor, nest miot hiaro, ma che signif…- ma Carter non riuscì a finire la frase che il medaglione la risucchiò dentro di sé e lei cadde su un terreno duro, battendo la testa.

-Ehi, EHI! Sveglia!-

Si sentì schiaffeggiare. Aprì gli occhi, furiosa che le venisse riservato un simile trattamento. Sopra di lei, vide il bel volto di un ragazzo con dei brillanti occhi dorati e capelli castani, che la scrutava attentamente. Doveva avere una ventina d’anni. La sua vista la irritò ulteriormente: -Chi sei? Non ci provare!- infatti il ragazzo aveva rialzato la mano, pronto ad attaccare nuovamente. –Io sono Nicolas Dupuis-

-Carter Evans. Dove mi trovo?- il ragazzo le rivolse uno sguardo furbo: -A Sottomondo, ragazza. Wow! Che cos’hai in mano?-

Solo in quell’istante Carter capì di tenere stretto in mano il medaglione della sorella. –Nulla… è di mia sorella-

-La principessa Andys?- i suoi occhi sprizzavano ammirazione.

-No! è di mia sorella Scarlett…-

-Dove lo hai trovato? La principessa lo cerca da mesi-

-Allora sei sordo! Ti ho detto che è di mia sorella, glielo ha regalato mio padre oggi!-

-Forte!-

-Mah… che cos’è quello che avanza verso di noi? Laggiù, guarda!-

Nicolas sbiancò: -I thaicor! SCAPPA! Da questa parte- la prese per mano e cominciò a correre fino a una buca enorme nel terreno: la casa di Nicolas. –Qui! Salta!-

Dentro era buio pesto. Carter cadeva, sempre più giù, poi l’impatto con il pavimento arrivò. –Ahi!- una luce si accese, e Carter fece appena in tempo ad alzarsi per guardare dove si trovava (una casetta con pochi mobili, tra cui un letto e una panca), che il ragazzo atterrò proprio su di lei, rigettandola a terra. Tremava.

-Che succede?-

-…-

-Parla!-

-Va bene… i thaicor sanno del tuo arrivo-

-Cosa? Come fanno… chi sono i thaicor?-

-Sono i servi umani di Usbar, lo Spettro che tiene prigioniera la Regina delle Driadi, Arya. E ora che sei arrivata hanno paura-

-Di cosa? Un momento… io me ne vado. Come si fa? Che cos’hai in mano?- si riferiva a una sfera di luce che fluttuava nella sua mano. –Preferisci stare al buio?- detto questo il ragazzo chiuse le dita sul globo e una densa oscurità piombò nella stanza.

-No, per favore, riaccendila. Dimmi di che hanno paura i… cosi-

-Di te. Sì, hai capito bene. Sei destinata a salvare Arya e a distruggere Usbar e i suoi thaicor- glielo disse tutto d’un fiato, senza preoccuparsi di essere sensibile con Carter.

-NO! Io non distruggerò proprio un bel niente! Non da sola, per lo meno. E poi ho solo quindici anni, loro sono soldati addestrati! Non avrei speranze-

-Quindici anni. Io ne ho diciotto. Insieme facciamo una persona di trentatré anni, quindi potrei aiutarti. Allora: quando partiamo?-

-Mai! Io voglio tornare a casa, saranno preoccupati-

-Rassegnati, è impossibile, io ci ho provato diverse volte, ma non sono mai riuscito a tornare dalla mia mamma. Dicono che la Regina sia in grado di realizzare i desideri, quindi…-

-Allora partiamo seduta stante. Dobbiamo trovare e salvare Arya!- Carter non era mai stata tanto determinata e impaurita in vita sua.

-Io so dove si trova, ma salvarla sarà difficile… è nel Castello di Usbar-

-Un momento: se tu sei del mio mondo, perché sai fare quello?- e indicò la sfera luminosa che galleggiava pigramente nella mano di Nicolas.

-Certe cose si imparano, dopo tredici anni passati qui… e altre si dimenticano. Ricordo poco della mia vita nell’altro mondo. So che dovevo portare gli occhiali, ma quando sono arrivato qua mi sono accorto di vedere bene anche senza. Guarda: sono questi- le mostrò un minuscolo paio di occhiali da vista rotti.

-Oh… andiamo?-

-Sì… scusa, certo che andiamo, prendo delle coperte e un po’ di panini, magari il viaggio sarà lungo-

-è qui?- domandò Carter, guardando la minacciosa fortezza davanti a lei. Strinse il pomello della spada che le pendeva al fianco. Nicolas la imitò, annuendo. Era pallido come un fantasma.

-Avviciniamoci-

-Ferma lì! Minoy- scomparve.

-Dove sei?-

-Un secondo: minoy! Ora anche tu sei invisibile, però dovresti vedermi. è così?-

-Sì…- era perplessa. “Sono invisibile! Wow”

-Prendimi la mano- lei la afferrò saldamente, poi, senza preoccuparsi della sua sfacciataggine, portò il braccio di Nicolas attorno ai fianchi. Si sentiva più sicura, e lui non sembrava infastidito da quel contatto.

Camminarono per un po’, poi si trovarono di fronte ad una porta nera e lucida, con battenti a forma di testa di drago. Carter fece per avvicinarsi di più, ma Nicolas la fermò, stringendola a sé.

-Aspetta! Dobbiamo entrare quando lo farà qualcun altro! Altrimenti ci scopriranno-

Non dovettero attendere a lungo, perché la porta si aprì per fare uscire un esercito di thaicor. Veloci come il vento si infilarono nello spazio che c’era tra la porta e l’ultimo thaicor della fila, ma Carter capì che Nicolas doveva aver urtato il soldato, perché il ragazzo si immobilizzò, poi cominciò ad arretrare. Il thaicor sfoderò la spada e in un fluido movimento squarciò la camicia di Nicolas, mancando per poco la pelle. Erano stati scoperti.

-Ehi!- gridò ai compagni –Qua c’è qualcuno!-

-Io non vedo nulla, dovresti smettere di bere tutto quel vino-

-Ma…-

-Taci, sei solo un…- ma Carter non seppe mai che cosa fosse quel thaicor, perché Nicolas la allontanò da quel luogo.

-Guarda cosa ho rubato a quello stupido!- era ritornato visibile, come Carter, e le sventolava davanti agli occhi una mappa del castello.

-Dove dobbiamo… oh, sì, quelle sono le prigioni, e qui segna che proprio là ci sono le scale che vi conducono… andiamo a vedere! Trovate! Qua! In questa fessura; per fortuna siamo entrambi magri, altrimenti non ci passeremmo!-

-Tu non ci passerai mai con il sottogonna. Ti conviene toglierlo. Io non guardo, ti giuro!- e si girò da un’altra parte.

-Fatto! Dove posso metterlo? Lo lascio a terra-

-Va bene- Nicolas la riprese per mano, poi corsero giù dai gradini consunti, finché… -Nicolas, c’è qualcuno là!- sussurrò Carter.

-è l-lui!-

-Chi?-

-Io- una voce agghiacciante precedette il suo proprietario: Usbar lo Spettro era un essere senza gambe, di un colore verdognolo e con braccia lunghissime; non aveva volto, solo una maschera gialla e viola, senza occhi e con un ghigno crudele.

-Ditemi,- proseguì –che pensavate di fare, eh? Un momento! Voi due siete i Predestinati a distruggermi! A dire il vero mi aspettavo molto di più di due ragazzi innamorati. Deboli. Sento che siete giovanissimi dalle emozioni che provate! Sciocchi. Mortmalis!- l’incantesimo dello Spettro quasi colpì Carter, ma questa, senza l’impiccio del sottogonna, riuscì ad abbassarsi rapidamente. “Come fa a capire le nostre emozioni? Non può vederci!” Sentì Nicolas sussurrarle all’orecchio:-Pensa a qualcosa di assolutamente banale, e solo a quello. Tieni,- le porse la mappa –va' alle prigioni, poi libera la Regina! Lei ci saprà aiut… AHI!- Usbar lo aveva colpito alla schiena –Va’!-

 Carter si alzò, poi cominciò a contare mentalmente: ”Uno, due, tre, quattro…” scese le scale, guardando la mappa ”Sette, otto, nove…” si ritrovò davanti alla porta ”Undici, dodici, tredici, quattordici…” la aprì, entrò. Se la richiuse cauta alle spalle, e smise di contare “Venti”.

Si trovava in una stanzona circolare con una ventina di celle buie. Guardò nella cella più vicina è un uomo” quella dopo “Non so che sia, ma non mi sembra una driade” dopo aver guardato nella settima cella, le venne un tuffo al cuore è lei. Ne sono sicura”

-Ehm… Arya? Regina delle Driadi?-

-Non ho fame, per l’ultima volta- rispose una bella voce, in tono gelido, dall’interno.

-No. Io sono Carter Evans, devo salvarla…-

-Ah! Scusami! Vieni. Vedi quella serratura? Io da dentro non posso aprirla, ma tu sì. Pronuncia eschia e ricordati di voler aprire la cella, con tutta te stessa-

-Allora… esc… escla, no, scusi, eschia!- un tunk la informò che aveva compiuto la prima magia della sua vita, e vi era riuscita con successo. La driade uscì dalla cella: era bellissima, aveva occhi verde muschio e capelli del colore della notte. Era poco più alta di Carter, ed era altrettanto magra. Aveva un aspetto regale.

Da fuori sentì lo Spettro pronunciare:-Mortmalis!-

-AAAAAHHH!- Nicolas urlò atrocemente, poi il mondo tacque.

-Noooo! Arya, ti prego, aiutaci!-

-Ma certo. Vai dal tuo amico, a Usbar penserò io… ma dovrai ucciderlo tu togliendogli la maschera. Senza di essa non potrà più respirare- nei suoi occhi stava passando un lampo impietoso. Corsero fuori dalla stanza e davanti a lei si parò lo spettacolo più raccapricciante della sua vita:-Nicolas!- il ragazzo era a terra in preda a violente convulsioni e aveva cominciato ad ululare di dolore. ”Sta morendo, lo so. Non so come, ma ne sono certa” grosse lacrime cominciarono a rigarle il viso: di solito non piangeva mai “Che faccio? Che mi sta succedendo?” una voce dentro di lei gridò, ma non la capì.

-Pensa, Cart, pensa!- poi cominciò a contare ad alta voce “Resisti, Nicolas, ti prego. Ti conosco da poco, ma sei l’unico vero amico che ho…” il suo sguardo cadde su Usbar che combatteva ferocemente con Arya, raccolse il suo coraggio, prese la spada e zac! la maschera dello Spettro rotolò a terra. Era finita “Come la vita di Nicolas” si rivolse poi alla driade:-Per favore, devi aiutarlo! C’è un modo per salvarlo?-

-Sì, mia cara. Dammi la mano e con l’altra stringi la sua- al tocco delle dita di Carter il ragazzo smise di contorcersi. Anche di respirare. “No…”

-Silamtrom!- per un attimo il mondo congelò, poi, quando Carter aveva smesso di sperare di rivedere vivo l’amico, accadde: Nicolas Dupuis prese un’enorme boccata d’aria, si alzò a sedere e strinse la ragazza in un abbraccio, le loro mani ancora avvinghiate saldamente una all’altra. –Portami con te- fu solo un sussurro, ma a Carter sembrò che lo avesse urlato, gli prese la testa fra le mani e, dopo che gli occhi grigi ebbero incontrato quelli dorati, lo baciò intensamente “Sì, ti porterò con me!”

-C-carter! Il medaglione… guarda la pietra!-

-Cosa significa?- la pietra, infatti, stava diventando nera ed incandescente, vibrava intensamente.

-Prendi la pietra, frantumala, ed urla la formula scritta sul medaglione in ordine inverso! Tornerete a casa. Grazie per avermi salvata. Continuate ad amarvi così. Buona fortuna!

Carter staccò la pietra dal medaglione, ustionandosi un po’, poi pensò “Hiaro miot nest, thaicor miut Usbar”.

-Nicolas… getta la pietra a terra con forza, deve frantumarsi. Uno, due, TRE! Hiaro miot nest, thaicor miut Usbar!-

 

Aprì gli occhi: qualcosa le disse che non aveva funzionato del tutto. “Ma certo, Nicolas non è qui”. Ma non riuscì a chiedersi il perché, dato che Scarlett le stava strappando di mano il medaglione, gridando:-EHI! TI SEI BEVUTA IL CERVELLO? Mamma, Cart ha perso la pietra del medaglione!-

-Carter, alzati e vattene in camera, il tuo pranzo è finito- a dire il vero, non aveva toccato cibo, quindi non aveva nemmeno cominciato. Obbedì. Corse in camera, dove scoppiò in lacrime. Poi le cadde lo sguardo sulle mani pulite, e sulla gonna rigida e pesante. “Mi sono immaginata tutto, che idiota. Che cosa c’è sul mio letto?” si riferiva ad una busta nera, sulla quale era scritto, a caratteri argentati, il suo nome. Pensò ad un solo mittente “Arya…” aprì la busta: all’interno trovò una pietra cambia colore e un biglietto:

“Mettila vicino al cuore ed esprimi un desiderio”

Vera o no, si fidava della driade, così seguì le istruzioni del suo biglietto e appena sussurrò il suo nome, Nicolas comparve dal nulla. Anche lui non aveva più il viso impolverato. Indossava una camicia bianca, pantaloni e lucide scarpe neri ed un nuovo paio di occhiali, che evidenziavano il suo sguardo furbo. Appena la vide, parve imbarazzato. Anche Carter, che non arrossiva mai, avvampò.

-Quello che è successo…- azzardò lui, impacciato, gli occhi dorati fissi al pavimento.

-… non uscirà da questa stanza- concluse Carter, avvicinandosi e mettendosi il suo braccio sul fianco, come la prima volta.

-Pensavo che non dovesse uscire da Sottomondo-

-Ma lo ha fatto, insieme a noi.  è vero che mi ami?-

-Puoi scommetterci. È vero che quello che ci diremo non uscirà da qui?-

-Non entrerà nemmeno a Sottomondo- sorrise. L’argento incontrò l’oro, poi la ragazza affondò le mani nei capelli di Nicolas, e i due si baciarono dolcemente, prima che a Carter venisse un’idea. Si precipitò nella stanza di Scarlett, posò la pietra sul comodino della sorella e disse al ragazzo: -Non devi farti vedere, mentre esci, hai capito? La mia finestra è troppo esposta, quindi dovrai calarti da questa. Vedi quella casa là? è il numero trentuno, ci abita la signora Hudson, una donna perbene. Vai da lei, chiedile se può ospitarti in uno dei suoi appartamenti, offriti di lavorare come cameriere. Dille che siamo amici. Mandami per lettera il numero della tua porta, e solo quello! Vorrei rivederti, per parlare, ma farlo qui sarebbe sconveniente. Arrivederci!-

-Cart, c’è una lettera per te! è della Hudson. Vieni!- sapeva cosa significava. Volò di sotto, tolse la lettera dalle mani sporche di cioccolata di Scarlett, poi lesse, in un sorriso:

“Mia cara Carter,

Vorrei parlarti. Stanza numero tre.

A. Hudson”

-Vado dalla signora Hudson!- disse, allegra.

-E la colaz…-

-La farò da lei!- prese a correre fino al numero trentuno, poi salutò Alice Hudson, che le disse:-Ti aspetta-

-Per favore, non dica nulla a mia madre o a mio padre!-

-Certo che no, cara- sorrise. Quella ragazza le piaceva perché era tranquilla ed intelligente, ma era adorabile quando era innamorata. Del resto anche il suo amico Nicolas lo era. Però il ragazzo doveva fare qualcosa per la sua goffaggine. Carter aprì la porta del numero tre.

-Carter!- la salutò con un abbraccio ed un bacio sui capelli.

-Promettimi che rimarrà sempre così, tra noi-

-Puoi contarci, ragazza-

-Come quel giorno a Sottomondo?- lui annuì, deciso. Diceva la verità.

                                                                                         Anastasia Bindi  3E             (Emma Black)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anno scolastico 2010-2011

Benvenuti a StranalandiaL'isola sperdutaIl triangolo maledetto e l'isola dei cannibaliSlang Bonch una nuova isola..
cara Elena, sono una ragazza di 13 anni...In trincea, durante la prima guerra mondialeL'amore, l'amicizia

*********************

classe 2°C   testi liberamente ispirati a "Il fantasma dell'università" (ins. De Paoli Natalina)

Iil diario di PierreIl duro segretoFratello EonLa fine dell'inizio
Pierre e l'assassinoLa triste vita di MartinOmicidi insoliti e inquietantiPrigent Leroux
Fratello Eon 2Vita da rettoreGesù crocifisso incoraggia MartinUn nuovo studente, Jean
La mia morteUn nuovo studenteLa mia vita da bullo...Gesù, l'amico di Martin

 

L'angolo dei poeti 

"adolescenza, quante emozioni!"   3°B

 Quando avevo 13 anni  di Claudia e ChiaraQuando avevo 13 anni di Gloria e MartinaCaro amicoLa pazzia dell'amore
SolitudineA tredici anni

 

"ACQUA"       2C

AcquaL'acqua L'acqua  (2) La danza delle nuvole
L'acqua del PoL'acqua (3)L'acqua e la lunaL'acqua  (4)
IncontroGoccia d'acquaFino al mareLacqua è vita
    

 

 

 

 

Poesia è...

(classe 1°C)

    

 

HAIKU REALIZZATI DAI RAGAZZI DI 2°C

L’haiku è un genere poetico nato in Giappone. Originariamente era concepito come una gara: i partecipanti dovevano aggiungere un verso a quello dato come tema.

Era un esercizio di abilità, come le gare di stornelli che si fanno oggi in Toscana, e gli argomenti erano quasi sempre comici. Negli ultimi duecento anni è diventato un componimento serio, tanto da suscitare l’interesse dei poeti europei del Novecento per la sua brevità che costringe a una scrittura estremamente essenziale ed efficace.

Le regole per scrivere haiku sono semplici:

·         Non è necessaria la rima

·         I versi devono essere solo tre

·         Il primo e il terzo verso sono lunghi cinque sillabe ( quinario)

·         Il verso di mezzo di sillabe ne ha sette ( settenario)

·         Per il titolo non ci sono limitazioni particolari e, comunque, non è obbligatorio.

 

 

RACCONTI FANTASTICI, FIABE, FAVOLE

Il serpente e l'agnelloIl saggio gufo e il mulo testardoIl topo e l'orsoIl coniglio e il suo orto
La gazzella e l'orso Il principe cuoco Il ceppo ghignante La corona e l'anello magico
La pietra magicaIl lupo impauritoIl gigante, la fata e la strega

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se cliccate qui potete entrare nell'archivio della "Valigia dello scrittore" dove troverete tanti altri racconti realizzati negli anni scorsi

 

              

 

               

 

ANNO SCOLASTICO  2010-2011

BENVENUTI A STRANALANDIA (Testi realizzati ispirandosi ai personaggi di "Stranalandia" di Benni)

1B 2008-09  ins. Olei Lidia

 

ZEBRI’    Zebris Volantis

Un animale molto grazioso dal manto bianco e nero. Lo Zebrì è molto veloce nel volo, ma nella corsa è lento. Il suo muso è simile a un cavallo e sospese in aria ha due orecchie. Il suo corpo è molto grande e sopra ha due ali e infine ha una coda fatta di piume. Si nutre di vegetali e produce miele. Lo Zebrì vaga nel bosco di Stranalandia.

                                                                                    Martina G. e Davide C.

IL CRITUGA

Nome latino: scattantus-lentus-grecus

Il crituga vive nei grandi campi coltivati della campagna di tranalandia.

È ghiotto di ogni tipo di semi, soprattutto girasoli; il crituga odia i grandi e ama i bambini.

Ha una corazza molto dura e ricoperta di uno strato di peli molto corti, le sue zampe anteriori sono piccole e soffici proprio come quelle di un criceto mentre quelle posteriori sono verdastre con lunghi artigli; ha una coda molto piccola con peli verdi. Il suo musetto è soffice e può essere di vari colori. Ha due occhietti neri e un piccolo nasino nero e a patata, da cui partono lunghi baffi verdi.

Ha due grandi occhi sporgenti.

È grande come un pugno può vivere centinaia di anni.

 

Claudia F., Giacomo F., Federico A

 

CANERINO   (Bau volantis)

Girando per le grandi campagne isolate di Stranalandia troviamo diverse specie di animali. Quello che più ci attira però è un cane con le ali: sta volando proprio adesso. Si chiama canerino, un nome molto buffo! Ha 3 anni, ed è per questo che è così vivace. Durante la notte, vive insieme alla sua specie, mentre il giorno sta nella gabbia del suo padrone in una casa in città.

E’ molto carino, assomiglia ad un cane e ad un canarino. La sua faccia tondeggiante e paffutella ricorda quella di un cane; i suoi occhi azzurro cielo sono bellissimi e danno un po’ di colore al suo pelo nero. Il suo naso piccolissimo riesce a percepire gli odori a otto chilometri di distanza,specialmente se si parla di cibo; in particolare è ghiotto di piccoli vermi neri, per un uomo sono veramente rivoltanti!

Mangia solo quelli perché il suo beccuccio da canarino non gli permette di mangiare altro.

Una volta, appena nato, era affamatissimo così volò per cercare cibo. Trovò davanti a se una testa di gatto, cominciò a mangiarla velocemente e... rischiò il soffocamento! Il resto del corpo è piccolo e grassottello. Le unghie delle zampette sono abbastanza lunghe e taglienti. Dal suo folto pelo sbucano fuori due piccole ali, che battono veloci come quelle di un’aquila.

La sua coda è come un timone di una piccola nave che vola nel cielo fra le nuvole bianche. È un animale molto strano ma la sua giornata è apparentemente tranquilla: tutto il giorno resta tranquillo nella sua gabbietta e ubbidisce al padrone. La sera quando il padrone va a dormire, con una tecnica che solo lui sa, apre la gabbietta e vola via nelle campagne insieme ai suoi compagni.

Con loro gioca, saltella, mangia e a volte fa anche la lotta. Poi la mattina torna a casa, si infila nella gabbietta e fa finta di dormire.

                                                                                                         Carlotta A.

L’ AQUILCANE   Tedescus-volantus

L' aquilcane è un animale molto diffuso a Stranalandia. Ha una statura media ed è metà aquila la parte superiore, e cane la parte inferiore. Precisamente ha un becco aquilino giallo con il muso da cane, il petto e le zampe anteriori sono piumate come quelle dell’aquila e alla fine di quest’ultime ha degli artigli affilati; la coda e le zampe posteriori sono come quelle di un cane. Ha due gigantesche ali piumate che superano i 5 metri di apertura. Solitamente è di colore nero o marrone oppure tutti e due i colori. Ci sono diversi tipi di razze: l’aquilbarboncino, l’acquibassotto, l’aquildoberman, l’aquilboxer.ecc          

Esso mangia quasi di tutto quello che gli si dà, ma i cibi che preferisce sono crocchette di topogatto, le ossa di uccelli e gli avanzi di pollo. La sua giornata tipo è quasi sempre uguale: la mattina si sveglia molto presto, si stiracchia, sveglia i suoi padroni, fa colazione poi va verso l'albero più grande di Stranalandia dove sta con gli altri animali della sua specie.

                                                                                                  Michele P.

 

IL LEONCANE

Il leoncane è un animale domestico, gli piacciono molto i bambini (non da mangiare) e quando vede che sono in pericolo è sempre pronto a salvarli.

Il suo verso è un ruggito che termina con un ululato.

Lui ha la corporatura da leone, ma la coda e il muso da cane: pastore tedesco. Il suo cibo preferito è la bistecca cotta al sangue.

Riesce ad arrivare all'età di 50 anni (che per l'uomo sono 380 anni ). Il suo rivale è la Gattatigre.

È alto come un alano e pesa come un elefante.

Michele P., Federico Z.

 

CAVALTORTA

Nel paese di Stanalandia vive una specie chiamata “Cavaltorta”. E' un cavallo fatto di torta e pan di spagna con gustose fragoline sulla schiena ed ha mirtilli dappertutto. Il cavaltorta è spesso attaccato dai pipistrelli mangia - mirtilli. Il cavaltorta è un animale tranquillo, però, quando vede qualche altro animale agitarsi, diventa indomabile. Gli piace molto andare in giro per Stranolandia per far vedere quanto è bella e buona la sua torta e dopo va dagli altri cavaltorta a giocare con loro a TORTABALL.

I cuccioli di cavaltorta son dei piccoli plum-cake e crescendo diventano pasticcini ed infine cavaltorta.

Quando ha fame va a mangiare dei mirtilli o erba glassosa e qualche volta organizza delle cene con tutti i cavaltorta; qualche altra volta prepara lui, ma ....è meglio non mangiare.

Il cavaltorta quando si sveglia al mattino dal pagliaio va a fare colazione nelle immense praterie glassose di Stranolandia.

A volte va in città a vendere torte e prima di tornare a casa, si diverte molto andando a passeggiare nei parchi pasticceri con gli amici. Quando torna a casa è sempre di corsa perché è inseguito dai pipistrelli mangia - mirtilli.

                                                                                         Davide C.

 

IL TARTAGATTO  (Micius Lentis)

Animale molto carino,dai colori arancio e verde:ricorda un gatto e una tartaruga. È molto lento e a differenza del gatto non è aggressivo. Vive sulle sponde di un piccolo lago e per cercare cibo ogni tanto ci si immerge: si nutre di pescetopo e di alghe.

II tartagatto ha le quattro zampe e la testa da gatto, mentre il corpo è ricoperto dal guscio della tartaruga. La sua faccia è tondeggiante con le due orecchie appuntite;gli occhi azzurri sono strabici; dal suo nasino poi partono dei baffi tutti ricci, mentre la bocca ha denti poco affilati. II suo guscio è ruvido, un po’ verde e un po’ marrone. Le sue unghie delle zampe anteriori sono molto affilate, invece quelle posteriori non si vedono neanche. Certe volte dà di matto: si butta in acqua e inizia a ballare. Il giorno dopo si sveglia a pancia in su; poi esce dall'acqua, si stiracchia un po’ e torna a dormire dentro il suo guscio: è un animale molto pigro. Dorme quasi tutto l'inverno e in estate quando si sveglia comincia a girovagare nel bosco intorno al lago. Quanto sente il canto dei tartauccellini, suoi compagni, comincia a cantare emettendo un suono molto strano:« Miu, miu, tartagatto, miu, miu» continuando all’infinito.

Carlotta A.    Chiara M.

 

L’AQUILGATTO    Fischiantis Miagolarus

E' un animale domestico, dai colori grigi o marroni.Essendo metà gatto é un po' vagabondo e vaga per la città. Ha un becco arancione allungato, il viso da gatto con i classici occhi gialli e delle orecchie a punta. Ha due grosse ali che gli permettono di volare, ha una coda e un torace da gatto di colore variabile, mentre le zampe di colore arancione sono da rapace.Si nutre di piccoli topi che trova in giro o anche di uccelli. Non avendo voce, per comunicare, usa i fischi.

Un fischio prolungato: fame

Due fischi intermittenti: nostalgia

Tre o più fischi intermittenti: tristezza

Tre o quattro fischi con senso melodico- felicità

                                                                                      Lucrezia B. e Gloria V.

 

L’ OROLOGIAQUILA

L’orologiaquila è un uccello di Stranalandia. E' grosso come un orologio, un po’ tozzo, di un colore grigio fumo, le ali sono lunghe circa 30 cm, di colore giallo chiaro, lisce come la seta e leggerissime. Ha due zampette lunghe quanto una penna, di colore arancione, molto robuste. All’interno dell’orologio ci sono le lancette, nere come il carbone, ma fulminee, molto utili per acchiappare il suo genere alimentare. L’orologiaquila si ciba di cifrosche di cui è molto ghiotto. Preferisce più di tutte le cifrosche nove e detesta lo zero. Dopo che ha mangiato, si appollaia sui tetti delle case e ogni scoccar di ora, emette un tanto irritante, aspro, sgradevole, che tutta Stranalandia ha la pelle d'oca, come le unghie sulla lavagna!!!!

La notte dorme sulle lancette dei campanili ma per fortuna, dalle nove di sera, alle sette di mattino,non strilla più, altrimenti sveglierebbe tutta la città di Stranalandia. Un giorno era sul tetto di casa mia e il mio gattocane dormiva sul davanzale del secondo piano e quando l’orologiaquila strillò il gattocane volò giù dalla finestra!!!! Questo orologiaquila è un animale strambo.

Guglielmo V.

 

IL TARTACANE

nome scientifico= lentescus cagnescus

 

Il Tartacane vive nei boschi di Stranalandia, ha il muso da cane e tutto il resto,tranne la coda,di tartaruga. La pelle è liscia e soffice; è di taglia media anche se nella parte centrale è un po' grassoccio, i colori di cui è colorato sono due sfumature molto vivaci: il giallo e il verde. Ha delle abitudini molto particolari perché d’inverno ama giocare con i gomitoli di ragnatele o con le foglie; e quelle più buone alcune volte le mangia, mentre d' estate ama rincorrere le gazzelle tutto il giorno, senza nemmeno avere il fiatone! Il Tartacane quando finiscono queste due stagioni ha delle reazioni particolari; perché vuole starsene isolato o meglio, da solo in un posticino, nell’erba alta e folta della Savana. E’ alto 158 cm, e si nutre di Formicanti e di Cangatti e ogni volta che li avvista non vede l’ora di mangiarseli e gustarseli. Quando cattura i Cangatti non fa come i Formicanti che li mangia subito, ma aspetta e quando vede che non guardano più d lui comincia a rincorrerli e quando li prende li sbrana e li mangia. Sicuramente tutti voi lo crederete “superstrastranissimo”.

Larissa F.

 

IL RATTOVOLANTE   (RATUS MATUS)

 

II ratto volante è un grosso ratto con delle ali immense,al contrario del maialino volante va in giro nelle fogne di Stranalandia terrorizzando chi ci vive.

Le terrorizza con la faccia da “monco”,con la lingua fuori e gli occhi strabici;ha cinque zampe, la quinta c’è l'ha nello stomaco.

È soprannominato “Ratus Matus” perché il suo cervello non ha il cervello, ma anche perché si mette a cantare strane melodie tipo: “lo sono il terrorizzatore delle fogne, mi piacciono tanto le radine volanti, perché sono il mio forte, io terrorizzo la gente e faccio veramente paura, paura perché sono matto, matte”.

Giammarco C., Davide C.

 

ELESCE  (elefantus ridicolus)

A Stranalandia è arrivato un nuovo strano animale, l’Elesce “elefantus ridicolus”. Ha la faccia da pesce e la proboscide di elefante; il corpo è pieno di peli grigi ed ha una coda abbastanza sottile. E’ alto cinquanta centimetri circa e può vivere fino  a 1600 anni.

Vive nelle acque più profonde di Stranalandia, vorrebbe stare anche in superficie ma quella pesante proboscide lo spinge sul fondo. Si ciba di rattesce perché è molto buono, infatti piace a  molti  a Stanalandia.Con gli altri animali va molto d’accordo; a volte si unisce ai gruppi di altri pesci e vanno a cacciare o a fare una nuotata nella barriera pesciolina. Purtroppo sono animali a rischio d’estinzione perché di notte, mentre gli elesci dormono, arrivano a gruppi le tartigri che se li portano via per mangiarli.

                                                                                                                     MATTIA V.

                        °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

IL CAVALCANE   “Cavallus cagnescus

A Stranalandia vive un animale molto strano, il suo nome è Cavalcane ed è veramente strano! Ha la testa di un cane beagle, il corpo da chihuaua e la coda e le zampe da cavallo, lunghe e con grossi zoccoli. Ha un’altezza fra il metro e il metro e mezzo, è di colore marrone con una criniera lunga sul collo. Vive fino a quattrocento anni ed è un grande viaggiatore, infatti non ha un luogo preferito in cui vivere. Mangia un’erba particolare chiamata erba serafina che cresce rigogliosa nei prati di Stranalandia.

                                                                                                                      SARA C.

                                   °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

IL LEONCANE

Il leoncane è un animale di Stranalandia che in estate vive nella prateria, vicino alle foreste, mentre in inverno sulle cime delle montagne innevate. La sua corporatura è molto robusta infatti il muso è quello di un cane husky con la criniera di colore nero e il corpo è come quello di un leone dorato; le zampe sono nere ma come quelle di un leone, la coda è nera con sfumature gialle. Il leoncane ama andare a caccia cosa che gli riesce molto bene ma gli piace anche giocare con i bambini di Stranalandia. Mangia di tutto, dalla carne delle sue prede ai croccantini scadenti che gli danno i bambini per farlo contento. D’ inverno, quando è sulle montagne si procura sempre un’asse di legno e con i suoi amici cancervi e leomosci scivola lungo i fianchi montani innevati fino a valle, facendo su e giù per decine di volte, da quando si svegli fino a notte fonda. In estate si alza e si stende a l sole, si alza solo all’ora dei pasti per cacciare. Durante il pomeriggio va nei boschi e gironzola senza meta finché non viene trovato dai bambini attirati dall’odore forte del suo pelo. Si lascia allora legare e i bimbi lo portano con loro al paese dove gioca fino a sera, prima di stendersi nuovamente sotto un grande albero e godersi un lungo sonno.

                                                                                                          GIACOMO F.

 torna su

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

L’ISOLA SPERDUTA

Accusati ingiustamente di omicidio colposo, quattro amici, John, Jack, Harrison e Ronald furono arrestati e portati nel carcere di Arketraft.

I quattro ragazzi avevano ognuno una caratteristica diversa e questo li rendeva una squadra a tutti gli effetti. John era il più alto, aveva la testa massiccia, capelli neri come la pece, occhi azzurro cupo e un carattere solare e grintoso. Jack era di media statura, aveva un piercing sul naso, un corpo robusto e gli arti massicci: era considerato il cervello della squadra. Harrison era il più furbo e astuto, aveva gli occhi a mandorla, un corpo magro magro come uno stuzzicadente ed era il più simpatico, con la battuta sempre pronta. Ronald, il più piccolo, fratello di Harrison, era un vero e proprio combattente, ma nei momenti difficili diventava un coniglio; era grosso e snello, aveva dei capelli molto lunghi e occhi verde smeraldo. Arrivati in prigione, fu loro assegnata una cella piccolissima per ognuno.

Dopo qualche giorni vennero a sapere della loro condanna a morte, quindi in poco tempo avrebbero dovuto escogitare un piano per fuggire dal carcere. Dalla prigione che al sol guardarla metteva i brividi ed incuteva terrore, sorvegliata da centinaia di guardie, nessuno era riuscito ad evadere e coloro che ci avevano provato erano finiti in isolamento ricevendo delle altre torture. Ma loro quattro con un piano riuscirono ad evadere. Ormai era giunta la terza settimana e i quattro amici avendo osservato in questo tempo ogni minimo particolare della prigione, un giorno uscirono da una botola che si trovava nelle docce, Giunti nel sotterraneo attraversarono un piccolo fiume. Dopo di che abbatterono una porta e arrivarono alla spiaggia. Giunti in riva al mare videro una palma imponente e decisero di costruire con i suoi rami e il suo massiccio tronco, una piccola barca. Dopo circa due ore riuscirono a terminare il lavoro, quindi si misero subito in viaggio. Quando stavano per arrivare in California, arrivò improvvisamente una fitta nebbia e si scatenò un terribile temporale che li trasportò fuori rotta e… << Ma dove siamo finiti?>> chiese Ronald. << Ho una brutta sensazione!>> ribatté John. Il sapientone Jack, con aria spavalda disse: << Ci sono molte isole, vuoi che non riusciamo ad approdare almeno in una?>>. Dopo queste parole Harrison avvistò all’orizzonte un’isola con delle montagna. All’incirca alle quattro del pomeriggio guardando il cielo videro che il temporale era cessato, scesero dalla barca ed esplorarono l’intera isola. Era montuosa e ricca di palme. La prima cosa che notarono, fu una piccola casetta di legno che si trovava sopra un albero. Appena la videro si fecero molte domande! <<Chi vive qui?>>, <<Chi abita in quella casetta?>>, <<Restiamo o scappiamo?>>… I quattro amici ancora molto incuriositi, esplorarono ogni minima parte dell’isola. Trovarono sulla riva del mare alcune capanne di paglia, da lì dentro provenivano voci sconosciute e fioche che incuriosirono i quattro amici. Il loro istinto li spingeva a scoprire a chi appartenessero quelle voci ma la loro testa suggeriva di scappare. Dopo un po’ di discussioni John decise di offrirsi, si tolse le scarpe per non fare rumore, e con passi cauti entrò nella capanna: vide alcuni indigeni che celebravano riti e preghiere davanti ad un totem. John invitò ad entrare i suoi amici e assieme scambiarono alcune parole con gli indigeni. Dopo una breve discussione, già sapevano molte cose su di loro, anche per questo fecero amicizia e, siccome Jack si aspettava che le guardie sarebbero tornate, strinsero un patto di alleanza con gli indigeni: esso stabiliva che si sarebbero aiutati in caso di necessità. I quattro amici e gli indigeni si divertirono per altri due o tre giorni fino a quando, all’orizzonte, videro delle grandi onde che si infrangevano contro le coste dell’isola, allora Jack si preoccupò e pensò che fossero le guardie con la loro imbarcazione. Gli indigeni portarono gli amici in quella casetta di legno che si trovava sopra l’albero, Jack si stupì enormemente quando vide molti tasti rossi che azionavano delle trappole. Poco dopo in lontananza avvistarono un motoscafo con lo stemma del carcere: tutti tremarono dalla paura. Il motoscafo si avvicinava sempre di più e loro erano sempre più impauriti, poi esso attraccò. Dall’imbarcazione uscirono una dozzina di guardie con un’uniforme verde mimetica, armati di fucili, pistole e giubbotti antiproiettili. Jack era ancora affascinato dai pulsanti, quando un indigeno ne premette uno e con quel gesto azionò una trappola: subito una guardia cadde in un fosso. Dopo la prima anche le altre guardie caddero in trappole simili a quella. Poi riuscirono ad impossessarsi di alcuni fucili: scaturì una sanguinosa battaglia. John, Jack, Harrison e Ronald uscirono vincitori da questo scontro anche se dispiaciuti di aver perso qualche amico indigeno. I corpi delle guardie finirono in pasto ai pescecani mentre quelli degli indigeni furono sepolti al centro dell’isola.

Da quel momento i quattro amici diventarono e restarono i governatori dell’isola, senza altri conflitti, in pace e serenità.

Matteo G., Davide V., Pietro S., Marco M.. 2E

                                                                                    torna su

******************

IL TRIANGOLO MALEDETTO E L’ISOLA DEI CANNIBALI!

-89! Chi ha il numero 89?
-Noi! Noi!
Non potevamo creder e alle nostre orecchie. Noi quattro amiche avevamo vinto il viaggio tanto desiderato e sognato da tutti. Colette, il cui padre aveva fatto questo viaggio ed era scomparso, era molto entusiasta di quello ci aspettava. Catalina si era documentata, mentre Violette aveva letto un libro sul Triangolo delle Bermuda e le era piaciuto molto. Caterina aveva un nonno avventuroso che le aveva parlato di quel posto misterioso ma attraente, innamorandosene subito.
La partenza era prevista per due giorni dopo all’aeroporto di Parigi. Così poco tempo per fare i bagagli! Le quattro amiche sarebbero riuscite a preparare ogni cosa per tempo? Con tutta l’euforia della partenza, come avrebbero potuto ricordarsi di tutto?
Una volta sull’aereo, il paesaggio dall’oblò era incantevole: si vedevano laghi molto vasti di colore blu intenso ed il sole splendeva alto nel cielo azzurro. Caterina e Colette, non appena sedute, iniziarono ad urlare dalla felicità per la voglia di intraprendere il viaggio. Violette e Catalina, invece, non fecero nemmeno tempo a toccare il sedile che si addormentarono come due ghiri.
Ad un certo punto si sentì la voce del comandante che ci avvisava che il viaggio sarebbe durato altre tre ore prima di arrivare alla nostra meta: il famosissimo Triangolo delle Bermuda. Violette e Catalina nel frattempo si erano svegliate di soprassalto, a causa delle fastidiosissime turbolenze che facevano traballare l’aereo. Si abbracciarono tutte e quattro dalla paura. Le scosse erano violente e strani rumori provenivano dal fondo dell’aereo. Le luci si accendevano e si spegnevano ad intermittenza. Sentivamo che l’aereo stava perdendo quota. Ad un tratto, un boato ci stordì e ci ritrovammo disperse e sballottate dalle onde altissime e violente.
Gli altri passeggeri non si vedevano più: ci preoccupammo non soltanto per loro ma soprattutto per Caterina che non riuscivamo a vedere. Eravamo tutte e tre aggrappate ad un grosso pezzo di ala. Violette singhiozzava dalla disperazione e dalla paura. Finalmente sentimmo Caterina gridare i nostri nomi. A nuoto cercammo faticosamente di avvicinarsi a lei, ma le onde ce lo impedivano con la loro forte violenza. Con grande sforzo riuscimmo a raggiungerla e ci abbracciammo dalla gioia di esserci ritrovate tutte assieme. Colette fortunatamente avvistò in lontananza un’isola: ci mettemmo ad urlare dalla gioia, ma mentre la nostra speranza di vita si stava avvicinando..............SCROSH! Un’onda gigantesca ci travolse e ci trasportò al largo. Grazie al cielo l’isola non era tanto distante! Colette cominciò a remare con le braccia e noi la seguimmo a ruota. L’isola era ricca di piante tropicali, fiori colorati ed animali selvaggi. Dopo esserci inoltrate in quella natura affascinante, Colette udì strani suoni, simili a musica..... Si separò da noi, e scrutando da dietro un cespuglio notò un gruppo di persone vestite con gonnellini di palma e ossa nei capelli. Era una tribù! Le case erano costruite con legna e larghe foglie della vegetazione attorno, e, appese a delle lance c’erano quelle che sembravano teste di persone!! Colette le osservò...
-AAAAAAAAAHHH! Sono cannibali!
Intanto noi eravamo andate avanti e sentendo le sue urla ci allarmammo e ci dirigemmo verso di lei, ma...
Non facemmo tempo a raggiungerla che già era legata a penzoloni sopra un grosso pentolone, proprio davanti al cespuglio da cui avevo sbirciato.
-sentite brutti così, non sono buona, sono tutta ossa e niente ciccia!- rimproverava Colette.
-C’è qualcuno? Violette, Caterina, Catalina, aiuto!- urlava lei preoccupata.
-Stai bene?- sussurrammo noi nascoste dietro di lei.
-Sto benissimo... a penzoloni sul pentolone!- esclamò Colette.
-Sentite a me non piacciono le patate! Mi fate con le carote?- avvertiva lei ai cannibali.
-CALLADA!CALLADA!- le urlò uno di loro. Ci avvicinammo verso Colette a passi felpati ma proprio in quel momento... un indigeno si avventò su di noi: ci ritrovammo insieme a lei!
-che bello essere insieme sospese su un pentolone bollente, vero?- esclamò Colette.
-la prossima volta facciamo le vacanze in montagna...
- ... sì, ma senza l’aereo!- urlammo in coro.

Chiara B., Clarissa C., Egle P., Sofia V. 2D

                                                                                                 torna su

***********************

 

SLANG BONG UNA NUOVA ISOLA DA SCOPRIRE

Tic … tac … tic … i minuti passavano e noi, cinque amiche per la pelle,eravamo acciambellate sul divano della casa di Naomi con in mano il foglietto della lotteria. La tensione saliva,il sudore freddo percorreva ogni linea dei nostri volti, la sigla del programma stava per iniziare e dopo pochi secondi,i numeri … 90-25-69-4-39-7 un attimo di suspance, subito ricontrollammo 90-15 … 69-4-39 … e 7: non ci potevamo credere:con lo sguardo allibito riguardammo il foglietto:erano giusti,non ci sbagliavamo. Avevamo vinto un viaggio a Miami! Preparammo subito le valigie,non volevamo perdere tempo,così ritirammo il premio e andammo subito in aeroporto, dove ci aspettava un elicottero privato.

Salite a bordo,prendemmo il volo …Frizza era tranquillamente appollaiata sul sedile e sospirava indifferente ai discorsi saggi di Giorgia che raccontava disastri di aerei ed elicotteri, Arianna bofonchiò: Aiutoooo ho paura …Giò, smettitela altrimenti ti do una sberla-Frizza e Naomi tranquille sospiravano:-Stai tranquilla Ari,non ci sono problemi, non fare storie- Giorgia allora smise di parlare e disse a Stella:- Ste, passami il mio beauty,ho bisogno del mio disinfettante per le mani,chissà quanti germi ci saranno qui! Allora Stella si alzò,prese il pesantissimo beauty di Giorgia,esclamando:-Ma quanto pesa,non ce la faccio … -Il beauty barcollava,e ad un certo punto si aprì: lo shampoo si versò sulle scarpe nuove di Naomi che divenne rossa dalla rabbia,era quella che teneva di più a vestiti e accessori vari. Si alzò in piedi,sembrava che dovesse scoppiare da un momento all’altro,ma non voleva litigare e così si risedette con le scarpe insaponate e disse: -Mannaggia a te, ci tenevo molto,le ho pagate un occhio della testa!

Mentre chiacchieravamo tra di noi sentimmo una scossa,guardammo di fuori: c’era la tempesta;la preoccupazione saliva … Frizza,la ragazza più coraggiosa del gruppo,bionda con dei bellissimi occhi azzurri ci tranquillizzava. Giorgia, la perfetta:era la più corteggiata del gruppo,nei suoi occhi ci si perdeva,erano tanto luminosi,il suo viso sempre abbronzato,i suoi capelli lunghissimi castani e mossi:dormiva tranquilla senza accorgersi di nulla. Arianna era una persona vivace,il suo unico difetto la testardaggine. Aveva un bell’aspetto fisico, il suo viso era olivastro e i suoi occhi di un bell’azzurro; sfrontata, osò riprendere il pilota chiedendogli:-Mi scusi, ma cosa sta succedendo? glielo chiese proprio lei che era timida.-E’ solo una lieve turbolenza,basta stare calmi!-rispose il pilota:-Va bene,lo dirò alle altre. Arianna allora tornò al proprio posto,riferendoci quello che aveva detto il pilota. Naomi alta,con capelli e occhi scurissimi,svegliò immediatamente Giorgia; così ci ritrovammo tutte sedute pensando a cosa potesse mai succedere. Dopo qualche minuto Stella iniziò ad urlare … Frizza cercò di calmarla ma niente,lei insisteva;il pilota, scosso dalle urla di Stella,non riuscì più a controllare il veicolo,così perdemmo sempre più quota e in pochissimi minuti ci trovammo vicinissimo a terra. Nessuna di noi sapeva che fare,quando ad un certo punto … ci svegliammo su un’isola deserta, e nessuno si ricordava cos’era accaduto;Stella, timida e molto molto dolce,fu la prima a svegliarsi,dopo di che ci svegliò preoccupate per noi. Appena destate ci svegliammo eravamo confuse,ci girammo e vedemmo Giorgia ancora stesa,lì a terra,il sangue le colava. Tutte preoccupate andammo da lei,cercando di svegliarla. Vedendo che non reagiva Frizza e Arianna andarono in cerca di aiuto,ma il pilota era scomparso,doveva essere annegato in mare e quel che rimaneva dell’elicottero sprofondava nella sabbia. Stella, nel frattempo, cercava un posto dove riposare durante la notte che si stava avvicinando,mentre Naomi restò seduta di fianco a Giorgia tenendole la mano.

Dopo qualche minuto tornarono Frizza e Arianna,ma con nessuna notizia che ci potesse aiutare,allo stesso tempo per nostra fortuna ritornò Stella e felice disse:-Ragazze ragazze,ho trovato un posto per la notte!-Tutte ci rallegrammo, ma Giorgia ancora non si svegliava. Naomi le strinse la mano,ma subito arrivò Frizza che con il suo spirito di gruppo riuscì a svegliarla. Giorgia era frastornata, non si ricordava nulla e subito dopo chiese:-Ragazze,che sta succedendo?- Arianna, che era molto affezionata a lei le disse:-Siamo tutte confuse,da quello che ci ricordiamo abbiamo avuto una forte turbolenza e siamo precipitate su quest’isola disabitata,inoltre il pilota è annegato.-Stella ci accompagnò tutte alla caverna dove accendemmo il fuoco e ci addormentammo profondamente.

La mattina seguente, all’alba Giorgia si svegliò e si mise a ispezionare ogni particole dell’isola, spense il fuoco,poi ci svegliò. Frizza e Arianna decisero di cercare del materiale per costruire una casa sull’albero dove passare la notte. Nello stesso tempo era alla ricerca di cibo e acqua; Stella, non trovando cibo e essendosi persa, camminò per un po’ seguendo il fiume e arrivando su una collinetta,vide un bellissimo paesaggio:il mare era un’ immensa distesa blu,soltanto alla riva si riusciva a vedere la sabbia con le sue sfumature,mentre avvicinandosi al bosco vedeva la foresta, screziata di tantissimi verdi; voltandosi alle sue spalle centinaia e centinaia di rifiuti rovinavano la bellezza di quel paesaggio.

Intanto Frizza e Arianna si erano munite di rami di alberi e una corda che avevano trovato di fianco all’elicottero,quindi incominciarono a preparare gli oggetti trovati. Naomi e Giorgia nel frattempo avevano trovato molte foglie per coprirsi per la notte; Stella intanto vagava senza meta tra i rifiuti, osserva doli nei minimi particolari uno ad uno. Frizza e Arianna incominciarono a costruire la casa sull’albero,sovrapposero i rami e li legarono con la corda, per rendere resistente il tetto lo ricoprirono con foglie di palma che rendevano il tutto più impermeabile. Naomi e Giorgia nel frattempo- stavano tornando nella caverna con tutte le foglie che avevano raccolto prima. Stella prima di tornare nella caverna raccolse qualche noce di cocco, arrivando lì vide Naomi e Giorgia.Stella poi incominciò a sentirsi male, tremava per la febbre,quindi andò a dormire nella casa sull’albero che nel frattempo era terminata. Frizza e Arianna stavano tornando a casa,poi si fece notte e andammo a dormire tutte nella nuova abitazione.

La mattina seguente Arianna si svegliò,ma non volle disturbarci dal sonno così si incamminò alla ricerca dei rifiuti che Stella aveva toccato,si ritrovò sulla solita collinetta e osservò il paesaggio e anche lei rimase stupita dalle meraviglie che lo animavano. Quando ritornò da noi,salì sulla casetta e ci svegliò,tutte ci mettemmo al lavoro per sopravvivere. La casa sull’albero era molto piccola,ci stavamo a malapena ,sembrava quasi di essere soffocati in una minuscola scatola di cartone,perché c’era solo una piccola fessura a lato,da lassù si poteva osservare tutto il paesaggio sottostante,il mare con le sue sfumature blu scuro e celeste e l’azzurro dal più scuro al chiarissimo fino al trasparente. Le tonalità del mare si fondevano con il verde della vegetazione dai colori chiari a quelli scurissimi. Stella per fortuna- sembrava stare meglio,la febbre le era sicuramente calata, si vedeva dal suo insolito umorismo,tranquilla, ma ancora un po’ confusa chiedeva sospirando: -Ragazze, quando lasceremo questa maledetta isola?-Frizza che era molto saggia sospirò: -Stella, vedrai che quando lasceremo l’isola ti dispiacerà e non ti sembrerà più maledetta come dici.

Giorgia che oltre ad essere intelligente e molto sensibile,sentì il bisogno di riunirci per una piccola riunione chiarificatrice. Ad un certo punto Naomi stupefatta gridò :-Sta per arrivare la nave che porta i rifiuti sull’isola! Alle sue urla tutte ci nascondemmo in mezzo alla vegetazione per non farci vedere dagli occupanti della nave.

Dal nostro nascondiglio osservavamo la nave attraccare gettando la pesante ancora in una piccola baia e di seguito i marinai che trasportavano rifiuti di ogni genere fino al laghetto scoperto da Stella. Frizza prese in mano la situazione e propose coraggiosa:- Nascondiamoci nella stiva della nave appena finiranno di scaricare i rifiuti!-Detto fatto: raccogliemmo gli oggetti,il cibo e l’acqua rimasti nella casa sull’albero e quatte quatte ci avvicinammo alla nave intrufolandoci nella grande stiva. Per prima Stella aiutata da Arianna,poi Naomi e Giorgia, e in fine Frizza che, invece di essere impaurita, era eccitatissima di vivere un’avventura come nei suoi libri preferiti. Giorgia una volta entrata aveva esclamato:-Che puzza che c’è qua dentro!-Stella diede ragione a Giorgia, Frizza, però, disse scherzando:-Se non è di tuo gradimento possiamo uscire fuori e tirare qualche calcio e pugno a quei marinai inquinatori! Tutte ridemmo a sottovoce,non potevamo fare del rumore per paura di essere scoperte. In quei giorni ci tirammo su il morale a vicenda.

Dopo qualche giorno spiando dagli oblò, ci accorgemmo di essere arrivate in un grande porto,così quando il buio calò,di soppiatto,scendemmo come ombre dalla nave. Non sapevamo dove eravamo arrivate, ma dietro le nostre spalle vi era un cartello con su scritto "Benvenuti a Miami". Arianna confabulava con Giorgia: - Giò, ma ci credi, siamo a Miami! –Giorgia in effetti non ci poteva credere e neanche noi:eravamo nella città dei nostri sogni! Però ci ritornò in mente tutto quello che avevamo vissuto sull’isola e Naomi propose:-Andiamo a cercare una stazione di polizia per raccontare tutto quanto. Non fu difficile trovarla. Arrivati,un agente ci chiese se potevamo attendere;Naomi senza dir niente aprì le porta del commissario,il signor Smith che entrò e si sedette davanti alla scrivania e noi dietro Naomi in piedi. Il commissario ci guardò tutte esterrefatto e ci domando:-Cosa succede?- Giorgia, che sapeva perfettamente l’inglese, raccontò tutta la storia che avevamo vissuto: il Signor Smith ci chiese come si chiamava l’isola e Giorgia rispose che l’isola era deserta e disabitata e che noi volevamo chiamare "Slang Bonch". Lui annuì, ci fece molte altre domande e poi ci disse che dovevamo avere una ricompensa e che in cambio della notizia potevamo chiamare l’isola come volevamo. i marinai furono subito arrestati e interrogati, fecero i nomi delle aziende che volevano smaltire in modo illecito i rifiuti finiti sull’isola. Il commissario Smith diede l’ordine di prenotarci i biglietti aerei di ritorno a casa.

Il volo fu fissato dopo due giorni, quindi avemmo la possibilità di visitare Miami Beach. Questo bellissimo luogo era costituito da diverse spiagge meravigliose,con sabbie bianchissime e acque trasparenti. Le spiagge erano popolate da moltissime persone,ma soprattutto vip che si davano arie. Arrivate in una delle mete più famose di Miami ci svestimmo e subito,paralizzate dalla lucentezza del mare ci tuffammo contentissime.

I due giorni passarono in un baleno e quindi il nostro rientro era vicino. Ritornammo a casa in elicottero; durante il viaggio non scambiammo nemmeno una parola, nessuna di noi aveva il coraggio di alzare lo sguardo e guardare fuori dall’oblò, nemmeno Frizza la più coraggiosa del gruppo che sembrava aver dimenticato il suo coraggio sull’isola Slang Bonch.

2 E Giulia Z, Serena M, Francesca Di B., Elisa P. M., Aurora V.

                                                                                             torna su

Continua l’incipit… “Cara Elena sono una ragazza di tredici anni. Ho un problema grande, per me almeno, il mio ragazzo mi ha lasciata……per me è stata la fine di un sogno.”

                                              

                                                                           San Marino, 17 Febbraio 2010

Cara Elena sono una ragazza di tredici anni. Ho un problema grande, per me almeno, il mio ragazzo mi ha lasciata……per me è stata la fine di un sogno; un sogno che voglio raccontarti.

Non so perché lo faccio, forse per sfogarmi o forse perché sono un po’ masochista e voglio ripensare a tutto quello che ho fatto con lui, magari per soffrire ancora e rendermi conto che ormai è tutto finito.

Lui si chiamava Michele e aveva tredici anni, come me.

Stavamo insieme da un anno.

Ci siamo conosciuti al mare, e siamo subito diventati amici.

Io, però, sentivo che non saremmo stati solo amici, me lo sentivo.

Forse anche lui provava questa sensazione perché, dopo circa un mese, mi ha chiesto se volevo mettermi con lui.

Ero felice e avrei voluto accettare subito, però, ho seguito i consigli di una mia amica e mi sono fatta desiderare: gli ho detto che volevo rifletterci.

Non pensare che lui non mi piacesse davvero, lo adoravo, il suo nome riempiva tutte le pagine dei miei libri di scuola e il suo viso angelico occupava tutti i miei sogni.

Il giorno dopo non sono andata al mare e il terzo giorno, quando ci siamo incontrati, gli ho detto di sì.

Da quel giorno siamo stati sempre insieme  fino alla fine di agosto.

Poi ho smesso di incontrarlo perché iniziavano le lezioni a scuola, ma ho continuato a chiamarlo ogni giorno...

Prima i convenevoli:” Come stai? Tutto bene? A scuola com’è andata? La tua famiglia? Tutto bene anche loro?” in seguito parlavamo per ore e io mi sentivo come una farfalla che vola libera nel cielo.

Successivamente è arrivata la primavera e lui ha cominciato a venirmi a trovare.

Facevamo lunghe passeggiate al parco, poi quel bellissimo giorno, il 26 Maggio ci siamo seduti sulla solita panchina e lui mi ha baciata: il mio battito cardiaco è salito alle stelle e mi sembrava che il mio cuore volesse uscire dal mio corpo per abbracciare il suo e non lasciarlo mai.

Da quel giorno il nostro legame si è rafforzato e la nostra intesa è salita al massimo: in poche parole ci leggevamo nella mente a vicenda.

Lui sapeva sempre cosa dirmi e quando: se ero triste sapeva consolarmi, se ero felice sapeva essere felice insieme a me.

Era bellissimo.

Quando è arrivata l’estate, ogni giorno siamo stati insieme al mare: abbiamo fatto il bagno insieme, poi abbiamo passeggiato, ci siamo riposati, abbiamo giocato e ci sembrava che la nostra storia fosse destinata a non  finire mai.

Il giorno di San Valentino lui è venuto da me e mi ha regalato un mazzo di rose.

Io mi sono sciolta.

Non capivo più niente.

Vedevo, sentivo soltanto lui e mi era sembrato che per un attimo tutti gli altri fossero su un altro pianeta.

Esistevamo solo noi, io e lui, e basta.

Il 15 Febbraio siamo stati insieme tutto il giorno e lui è rimasto a dormire da me.

Poi, la mattina dopo lui mi ha detto che ci aveva pensato ma che non poteva più funzionare, lui non mi amava più...... è stato come se mi avesse lanciato un pugnale dritto nel cuore: me lo aveva spezzato, faceva male.

Un  dolore che dall’esterno non si vedeva : era un dolore che solo io potevo sentire.

Sono stata tutto il giorno chiusa nella mia stanza, a piangere, senza mangiare né dormire.

Sembrava che anche la mia vita, come la nostra storia, fosse finita.

Non volevo vedere nessuno, volevo solo piangere e stare sola, sola col mio dolore.

E così siamo arrivati a oggi, lacrime, lacrime e ancora lacrime.

Sto piangendo anche ora, tuttavia mi fa bene scriverti.

Scusa se la mia storia ti ha un po’ angosciata, mi dispiace.

Avevo bisogno di parlarne con qualcuno e i miei genitori sono poco adatti e potrebbero fraintendere.

Dopo la fine di questa storia mi viene da dire che non voglio più stare con nessuno, ma può darsi che non sarà così.

Ora voglio solo aspettare che la profonda ferita che mi ha spezzato il cuore si rimargini.

Spero proprio, cara Elena, che tu riesca a capirmi.

Ora sto molto meglio e sono contenta che tu sia al corrente di tutto quanto.

Vado a farmi una doccia, per rinfrescarmi e ti dirò di più: voglio smettere di piangere.

Grazie di tutto

                                                                           Con affetto

                                                                           Alessia G.    II D

                                                                                                  torna su

I testi della 2°C

°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Il diario di Pierre

Caro diario,

il mio nome è Pierre Drouyer.

Ero uno studente dell’università di Nantes e soggiornavo al collegio di San Giovanni dove frequentavo corsi di medicina perché desideravo diventare medico.

Tutto andava bene, fino a  quando è arrivato Martin, un nuovo studente: fu allora che incominciai ad avere moti di gelosia. Lui era diverso da tutti noi. Aveva appena dodici anni e già frequentava l’università e parlava correttamente sia il latino che il greco!!! Non lo sopportavo proprio!

Ma questa antipatia non giustificava ciò che io, Guillaume, François e gli altri miei amici gli abbiamo fatto. Non si meritava proprio di leccare il proprio sputo dal pavimento!Quanto vorrei chiedergli scusa,ma ormai è troppo tardi.

Una sera invece, lo abbiamo portato con noi in una taverna della città, dove lo abbiamo fatto ubriacare;un sacco, non si reggeva neanche in piedi! Poverino! Quella sera lo trattammo davvero male!

Poi arrivò quel giorno, un giorno bruttissimo, il giorno della mia morte.

Non avrei mai pensato che fratello Eon potesse commettere un atto così grave.

Mi ero recato al cimitero sulla tomba dei miei carissimi genitori defunti, ero andato a piangere per la loro triste fine.

Abbracciai la lapide posta sulle loro tombe sulla quale era scritto il loro nome, quando udii un rumore. Fratello Eon che mi stava guardando con un'espressione strana sul volto. Non feci in tempo ad alzarmi, egli estrasse una daga da sotto le vesti da carmelitano e mi infilò la corta spada nel cuore. Neanche capiva l' orribile gesto che stava per compiere e mi disse:-Lo faccio solo perché tu possa andare in paradiso!

Adesso non devo più piangere perché sono insieme alla mia famiglia e ai miei più cari amici Guillaume e François.

AVRÒ UNA VITA ETERNA PIÙ FELICE

                                                                  Cristiana Erc. 2C

 

torna su

IL DURO SEGRETO

 

<<Ero molto piccolo quando fui abbandonato da mia madre davanti alla porta dell’ospizio>>, pensava Martin che si trovava nella cappella a pulire.

Stava fissando il crocifisso al quale raccontava il suo abbandono.

Martin non sarebbe stato lì se non fosse stato trovato e cresciuto da suor Marie e Geoffroy. A Martin tonavano in mente i bei momenti trascorsi con loro.

Mentre sognava entrò nella cappella Fratello Eon.

Il ragazzo aveva appena dodici anni, ma frequentava già l’università perché era molto bravo: sapeva parlare benissimo il greco ed il latino.

Era tardi e così si recò verso la sua aula, dove, poiché era arrivato in ritardo, il professor Tachere lo interrogò.

Lo studente Prigent Leroux si lamentò perché Martin era troppo piccolo per essere già all’Università, infatti, aveva solo dodici anni. Dopo queste considerazioni il professore mandò Martin dal rettore per ritirare il certificato che approvava la sua presenza all’università.

Il ragazzo si avviò, ritirò il certificato, e mentre glielo stava riportando, vide che il professor Hagomar aveva un attacco della sua epilessia.

Martin stava andando nella sua camera quella dei Bretagna, ma si fermò ad origliare alla camera affianco.

Quando i ragazzi lo scoprirono, iniziarono a fargli degli scherzi:gli fecero leccare lo sputo e lo buttarono giù per le scale. Martin era arrabbiato e dolorante, ma con il suo animo forte continuò il cammino dell’università.

La mattina seguente notò che Guillame non era presente alle lezioni, infatti, giunse la notizia che Guillaume era morto. Il corpo del cadavere era esposto nella cappella, e Martin scoprì che il ragazzo era stato assassinato perché aveva un taglio profondo all’altezza del cuore.

Macè la sera dopo il funerale, costrinse Martin ad andare in città a bere.

Tornò prima degli altri suoi compagni combina-guai. Martin al suo ritorno era stato visto dal rettore che la mattina dopo lo convocò.

Il rettore, infuriato, gli chiese chi era con lui, ma Martin tacque. Il rettore scoprì che fra i disturbatori c’era Jehan che venne espulso direttamente dal collegio.

Fra Clement mandò Martin alla scuola cattedrale a consegnare una lettera.

Mentre camminava notò una grande folla in fondo alla via, si avvicinò e vide uno studente steso a terra con un foro nel grembiule, lo esaminò e vide che era François.

Martin si fermò a riflettere e vide che i volti dei due studenti uccisi erano sorpresi, come se conoscessero l’assassino.

Mentre tornava al collegio vide Jehan che parlava con un commerciante, e questo gli fece pensare che fosse lui il colpevole.

Al collegio lo fermarono i Santoige e gli dissero che l’arma del delitto era una daga che era arrivata diritta al cuore dei due studenti, e che solo un chirurgo o un medico sarebbero riusciti a colpire in quel modo trovando il punto esatto dove colpire.

Martin curioso andò a frugare nel baule di François, e lì, in fondo trovò lo scheletro di una mano.

Anche Pierre sapeva che François, come Guillaume, era stato ucciso.

Egli invitò Martin ad assistere ad un suo combattimento.

Martin andò in chiesa, dove sentì dei rumori provenienti dal piano di sopra, andò a vedere, era il bidello, e impaurito corse fuori velocemente.

Martin tornò al porto e chiese informazioni su Jehan, e gli risposero che era partito, così andò a vedere la lotta di Pierre.

Quando lo chiamarono Pierre non si presentò, e Martin preoccupato lo andò a cercare, e lo scorse al cimitero che abbracciava la tomba dei genitori. Si avvicinò e vide che era stato ucciso, e aveva la stessa faccia stupita degli altri due.

Quella notte si sentivano molti rumori, infatti, il giorno seguente erano arrivati gli “scaccia fantasmi”.

Martin andò, in chiesa dove sentiva lo stesso rumore, andò a controllare e vide che non era il bidello, ma era Fra Clemente. In mano aveva una daga. Martin spaventato cominciò a correre, e il frate lo seguiva con l’arma puntata verso di lui.

Arrivati da Fratello Eon scoprì che proprio lui aveva ucciso i tre ragazzi perché era contrario all’autopsia. Così, Fra Clement uccise Fratello Eon per non consegnarlo alla giustizia.

Martin triste e confuso dovette mantenere il segreto.

                                                                                                                   Fa.Erica 2C

                                                          torna su

FRATELLO EON 1

 

Sono fratello Eon e vivo nel collegio di San Giovanni, dove soggiorna Martin un ragazzo di dodici anni.

Una mattina entrando in chiesa  ho visto un ragazzo, che mi osservava stupito: questo accadeva spesso, poiché sono un frate carmelitano, indosso un lungo mantello bianco sulla tonaca nera. Sul mio viso, emaciato dall’età, compare un sorriso discreto.

I miei capelli sono tagliati con una rasatura circolare che si chiama tonsura.

Da tempo anch'io vivo nel collegio di San Giovanni

Una mattina, durate la messa, tutti parlavano di Guillaume, uno studente di medicina, che era scomparso misteriosamente.

Il giorno dopo tutti vennero a sapere che Guillaume era morto, tutte le accuse caddero su Martin, poiché la sera precedente Guillaume gli aveva fatto leccare il suo sputo e lo aveva gettato dalle scale.

Durante la cerimonia Martin insieme a Pierre, scoprì che lo studente non era morto per la caduta in una cantina, ma qualcuno lo aveva ucciso con una daga all’altezza del cuore.

Martin il giorno successivo si venne a confessarsi da me e scoprì che non ero affatto preoccupato per la morte di Guillaume, infatti, gli dissi che era preferibile la morte del corpo a quella dell’anima. Vidi che era stupito della mia risposta. Chissà che cosa avrà pensato?

Nei giorni successivi avvennero altri due omicidi, il primo ad essere ucciso fu François e successivamente Pierre: erano entrambi studenti di medicina, come Guillaume.

Fra Clement, mio aiutante e amico, da tempo aveva dei dubbi ma alla fine scoprì che ero io il vero colpevole.

Li avevo uccisi perché pensavo che, se gli studenti avessero sezionato un cadavere, sarebbero andati all’inferno: con il mio gesto avevo salvato la loro anima.

 

Gi. Alessandra  2C

 

torna su

 

 

 

La fine dell’inizio

 

Martin assistette alla morte di fratello Eon, guardò fra Clement che sembrava incapace di ogni minimo movimento.

Aveva stretto fra le sue mani il fragile collo del vecchio la cui anima era volata in cielo.

Fra Clement prese il braccio di Martin e disse:-Venite, ora riposa in pace! -

Vi spiegherò perché fratello Eon è stato ucciso: ripartirò dalla fine a raccontarvi la storia di Martin.

Fratello Eon aveva ucciso tre studenti dell’università di Nantes.

La sua ultima vittima era stato lo studente di medicina Pierre. Il ragazzo, quel giorno, si era iscritto ad una gara di lotta e tardava a presentarsi.

Martin lo cercò, poi lo vide inginocchiato sulla tomba dei suoi genitori, si avvicinò e vide che era stato colpito da una daga, come le altre due vittime.

Allora Martin pensò:-Chi ucciderebbe tre ragazzi allo stesso modo, nella stessa via, rue de l’Enfer, tre studenti di medicina, con lo sguardo sorpreso, come se conoscessero la persona che li ha pugnalati?-.

Ora ti racconterò della seconda vittima, François.

Anche a lui è toccata la morte.

Anche lui è stato colpito da una daga.

Fu trovato in rue de l’Enfer, davanti al convento dei francescani, a rinvenire il cadavere erano stati il capitano del castello ed il governatore dei ponti di legno.

Martin stava passando di lì proprio quando il corpo di François veniva ritrovato e subito pensò che fosse lo stesso posto, dove avevano ritrovato Guillaume, la prima vittima.

Martin pensava che di quelle morti fosse responsabile prima il fantasma di Guillemin de Lunay, poi, con la scoperta degli altri omicidi, che fosse Jehan, poi che fosse il professor Thomas Hagomar.

Martin arrivò a queste conclusioni perché era un ragazzino molto intelligente.

Lui era un orfano arrivato all’università per merito di suor Marie e di Geoffroy che era il suo insegnante.

Venne abbandonato ancora piccolo da sua madre davanti alla porta dell’ospizio.

Invece, alla fine della storia si scoprì che l’assassino era fratello Eon, carmelitano che non riteneva giusto che i corpi dei defunti venissero sezionati.

Quando Martin lo scoprì, fra Clement uccise il vecchio frate perché non venisse imprigionato.

 

                       Giorgia Mon.   IIC

torna su

PIERRE E L’ASSASSINO

Ancora non riesco a darmi una spiegazione del perché quel pivello all’età di dodici anni già sapeva parlare perfettamente il latino ed il greco!

Insomma era così tanto più piccolo di me ma … nonostante ciò aveva un’intelligenza superiore a tutti noi studenti. A volte mi faceva sentire una vera nullità!

Non riuscimmo a farlo distrarre dai compiti neppure quella sera facendolo ubriacare col vino.

I libri potevano essere anche il suo passatempo preferito ma qualche distrazione se la poteva permettere … Io, Guillielme e François ci divertivamo tantissimo a prenderlo in giro perché con quella statura mingherlina, non riusciva a difendersi, quindi spesso era messo in soggezione di scherzi goliardici.

Una sera lo buttammo giù dalle scale e poi gli facemmo pulire lo sputo di Guillielme.

Fino a quel giorno fu tutto calmo e tranquillo all’università di Nantes, ma la sera dopo si scatenò l’inferno!

Durante un’assemblea si venne a sapere che lo studente di medicina mio grandissimo amico Guillielme era deceduto lungo la via Rue de l’Enfer davanti ad una cantina: I professori ci avevano raccontato che sicuramente il defunto aveva inciampato sugli scalini e aveva sbattuto la testa.

Il giorno dopo ci fu il funerale del defunto per il saluto, Martin alzando il lenzuolo che ricopriva la sagoma del morto dentro la bara, vide sul corpo gelido e rigido, una ferita al cuore.

Subito capii che lo studente di medicina era morto per una pugnalata al cuore.

Successivamente ci fu anche la morte di François, colpito al cuore e anch’esso nella strada Rue De L’Enfer ed infine ma non meno importante ci fu la mia morte …

Ricordo benissimo quel giorno: ero andato al cimitero per pregare sulle tombe dei miei carissimi genitori, defunti guardando con sofferenza la loro lapide ormai sgretolata dal tempo, quando sentii dei passi sospetti mi girai ma non vidi nessuno poi vidi un’ombra mi rigirai terrorizzo ero in trappola, capii che la mia morte era vicina … davanti a me c’era un uomo alto con il viso rugoso gli occhi spalancati e teneva tra le mani una daga un coltello lungo, Il mio corpo irrigidito non mi permetteva di muovermi … era fratello Eon che con un colpo deciso mi trafisse il cuore.

La mia anima pian piano mi stava lasciando.

Mi chinai davanti la lapide dei miei genitori i miei occhi si chiusero e la mia anima mi abbandonò.

Questa è stata la mia tragica morte.

Grazie a F. Eon io Guillielme e François siamo in paradiso un posto bellissimo pieno di pivelli con cui potremo divertirci.                                                                                                          

                                                                              Camilla Sa. II C

                                           torna su

 

 

La triste vita di Martin

 

Mi stavo chiedendo, come spesso accadeva, perché, io, proprio io fra mille magliai sia stato scelto dall’altissimo per rimanere orfano.

Ogni volta che mi facevo questa domanda le lacrime scendevano copiose nonostante fossi ormai abituato all’assenza dei miei genitori.

Improvvisamente sentì una voce alle mie spalle:

<<Piangi forse per la mancanza tuoi genitori, giovanotto?Se è così dovresti ringraziarmi. >>

“Ma è la voce di Frate Eon” pensai, ma non ebbi nemmeno il tempo di impaurirmi quando, con la coda dell’occhio lo vidi impugnare una daga, estraendola dalla sua tunica bianca da frate carmelitano.

Non ebbi il tempo di gridare:

L’arma mi trapassava la pelle, si insinuava fra le costole e man mano che la lama entrava nel mio corpo la vita volava via.

Tutto era successo in un attimo; poco dopo mi investì una luce celeste e mi ritrovai nuovamente in quel cimitero, nel mio nuovo stato, vidi il frate allontanarsi, lo inseguii e cercai di colpirlo con un pugno:

La mia mano lo attraversò come se fosse aria.

Tornai trafelato verso il collegio.

Era ormai notte e gli studenti si erano già caricati.

Io ero un fantasma e non emettevo alcun rumore, quindi, non potevano essere altri fantasmi a turbare le notti degli studenti:

Doveva essere un uomo vivo a camminare …

All’improvviso sentì dei passi, erano i passi del famigerato fantasma …

Mi avvicinai alla fonte di quel rumore e vidi Eon che entrava nella cappella, si avvicinava all’altare e apriva una botola, io vi entrai insieme a lui.

Scendemmo per circa dieci minuti una scala a chiocciola, la fiaccola del frate illuminava le pareti dove erano scritti nomi e frasi in molte lingue incomprensibili.

Mano a mano che ci avvicinavamo alla fine della scalinata, il miasma era sempre più forte, per non parlare delle grida atroci che pervenivano alle nostre orecchie.

La scena che si presentò innanzi ai miei occhi era raccapricciante:

Uomini denudati e martoriati, appesi al soffitto per le caviglie e i frati che li bastonavano gridando:

<<In nome di Iddio!>>

Poco più avanti c’erano uomini legati a delle pietre che venivano sgozzati come maiali.

Per terra la situazione era ancora peggiore:

resti bruciacchiati di uomini e fiumi di sangue.

Entrando in altri anfratti vidi grandi fornaci dove venivano gettati i resti dei malcapitati e torture simili, pareva di essere giunti all’inferno.

Scappando mi persi ed entrai in un'altra grotta particolarmente illuminata, e scorsi un giovane monaco innanzi a due più anziani che nascondevano alla sua vista un uomo legato su una pietra.

Un anziano parlò:

<<Giuri di difendere ad ogni costo la Santissima Croce e la Chiesa tutta?>>

<<Sì, lo giuro!>>

Rispose il giovane alzandosi e gettando il sale su una ferita aperta del pover’uomo dopo di ciò, un secondo frate anziano gli marchiò  a fuoco la fronte con un piccolo crocifisso.

<<Giuri di combattere l’eresia e l’anticristo in ogni modo e con ogni mezzo?>>.

<<Sì, lo giuro>>

Allora il giovane cosparse con sangue di animale il malcapitato (probabilmente eretico e così anche tutti gli altri,come ho potuto dedurre da questa parte di giuramento) e aprì la bocca in modo tale da permettere la marchiatura della sua lingua.

<<Giuri di obbedire ciecamente alla Sacra Bibbia, ai X comandamenti e ad ogni altra Sacra Scrittura?>>.

<<Sì, lo giuro!>>

Detto ciò il giovane cosparse di pece l’uomo legato e il frate marchiò il petto* dell’iniziato che solo allora poté gettare del fuoco sull’eretico,che grazie alla pece, prese immediatamente fuoco.

Scappai inorridito. Ora era chiaro il motivo della mia uccisione:

Il giorno successivo avrei dovuto fare un’autopsia, ciò è contro la bibbia …

Dopo la terribile esperienza di quella notte non fui più me stesso:

sembrava che ciò che vidi mi avesse dannato:

Troppe volte avevo quelle visioni terrificanti nella mente, ma soprattutto, vedevo le anime delle persone, mentre il volto lo vedevo opaco e sfumato.

Fu così che scoprì una cosa sorprendente:

Nessuna anima era uniforme, celeste e rossa si equiparavano quasi sempre, anche se, alle volte, una delle due parti superava di poco l’altra.

Come facevo spesso, mi recai alla cappella del collegio per pregare.

Non appena entrai ebbi paura:

Vidi la parte celeste di Fra Clement coprirsi gli occhi, mentre quella rossa armare una mano che impugnava una daga e inseguire Martin che veniva protetto da Eon.

Improvvisamente gettò l’arma e strinse Eon in un abbraccio mortale che gli ruppe le vertebre del collo.

 Io, Martin e Clement saremo gli unici custodi di quel segreto.

Pochi secondi dopo l’anima di Eon mi si parò davanti:

La parte rossa, insieme alla mia parte rossa, sono scese negli inferi dove ora bruciano, quella celeste salì al cielo dove si trova tutt’ora.

Giovanni. Maria. Zon.  2°C

torna su

 

OMICIDI INSOLITI E INQUIETANTI

Questa mattina nella nostra aula è entrato un nuovo studente che ha poco più di 12 anni; è entrato in ritardo quasi sicuramente, vedendolo così giovane ho pensato che non ha nemmeno conseguito la licenza liceale.

Il professore gli pone alcune domande: Martin questo è il nome dello studente. È un pensionato del collegio si don Giovanni e dagli altri ospiti viene trattato come una scarpa vecchia.

Lo prendevano in giro, insomma a Martin non piaceva come veniva trattato in collegio ma desiderava frequentare l’università per acquisire nuove conoscenze.

Dopo qualche giorno dall’ingresso di questo nuovo studente morì un nostro compagno Guillaume, un ragazzo simpatico, ma la morte non fu causata da un incidente, non si è di certo neanche suicidato ma è stato sicuramente un omicidio.

Io penso che sia stato Martin perché la sera precedente lo aveva buttato giù per le scale e gli aveva fatto degli scherzi molto pesanti perché Martin era al primo anno di università e questo era il modo poco simpatico di accoglierlo.

Dopo qualche giorno è morto un altro compagno François, era un ragazzo simpatico come Guillaume e nuovamente i sospetti ricaddero su Martin perché quei poveri ragazzi lo avevano preso in giro. Martin era stanco di essere deriso e covando molta rabbia aveva deciso di ucciderli.

Un giorno Martin si recò da me per chiedermi se andavo con lui alla festa di Carnevale, ma sarei andato più tardi in quanto mi ero iscritto ad una gara di lotta.

Prima andai al cimitero per dare un saluto ai miei genitori, ma ad un tratto ho sentito una presenza strana; non mi girai e subito dopo accadde l’inimitabile: una persona dietro di me con un’arma affilata mi uccise davanti alla lapide dei miei genitori. 

GI. MATTEO  2°C

torna su

 

 

PRIGENT LERAOUX

Questa mattina è arrivato in ritardo uno studente di appena 12 anni che si chiama Martin, io sbalordito chiesi subito al professore come poteva essere che un ragazzo così piccolo avesse già la licenza liceale. Poi il professore gli fece molte domande per vedere cosa sapeva, ma non gli diede il tempo di dire quasi nulla. Poi gli chiese un distico di Catone, Martin recitò nervosamente: <<Sappiate che la prima virtù è quella di trattenere la lingua>>. Il professore lo guardò.

Io ridacchiando gli dissi: <<Non ti stai ancora laureando! >>.

Tutti i miei compagni si misero a ridere e Martin impallidì, poi fece finta di niente.

Però io ero molto invidioso di lui perché sapeva sia il greco che il latino.

Dovevo dividere la camera con Martin, era una tortura perché cominciavo a provare sempre più invidia.

Un sera io, Mace le Gac e Jehan avevamo molestato Martin facendogli leccare il proprio sputo, poi tenendolo per i piedi lo gettammo giù per le scale; la sua prima reazione fu rifugiarsi nell’angolo più buio della stanza: era molto impaurito.

Mi avvicinai a lui e lo strattonai per la manica e gli dissi: <<Non hai ancora imparato a parlare?>>.

Poi Mace si avvicinò e gli disse: <<attento pivello, più fai il testone, più rischi di rimpiangere che tua madre ti abbia messo al mondo>>.

Ed io: <<insomma, rispondi!>>.

E Martin ribatté: <<rispondere a che?>>.

Poi io gli risposi: <<per esempio, cosa fa un moccioso come te insieme a dei nobili studenti laureandi?>>

Poi Martin scappò via molto impaurito.

La notte successiva io, facendo finta di dormire, cercavo di buttare Martin giù dal letto.

Alla mattina trovammo Guillaume morto lungo la via che portava alle osterie.

Io ero veramente disperato.

                                             Diego Frisoni  2° C

                                                torna su

Fratello Eon 2

 

Sono fratello Eon, un frate carmelitano.

Indosso un lungo mantello bianco sulla tonaca nera dei carmelitani.

Sono piuttosto magro e, sul mio viso, emaciato dall’età, compare un sorriso discreto.

I miei capelli sono tagliati in modo ch sono e si riconosca la tonsura religiosa.

Il mio carattere è molto calmo, inoltre saggio e sapiente, per questo Martin mi ha scelto come suo confessore.

Fra Clément mio amico da molto tempo, così tanto tempo che alcuni dicevano addirittura che erano padre e figlio.

Da diverso tempo vivo nel collegio di San Giovanni dove, ogni mattina, gli studenti si recano a pregare nella cappella.

Quel giorno, durante la messa, gli studenti si accorsero che Guillaume Maulèon era assente. Venne cercato a lungo, ma sembrava sparito senza lasciare traccia. François e Pierre e altri del “Maine”, il gruppo di cui faceva parte, lo cercarono ma non lo trovarono.

La mattina seguente, al rettore Tacherè venne comunicato che Guillaume Maulèon era stato trovato morto in una cantina di rue de l’Enfer.

Pochi giorni dopo, nello stesso posto e allo stesso modo, venne ucciso anche François.

Martin iniziò a preoccuparsi e a farsi delle domande sul perché di queste morti insolite.

Qualche tempo dopo, anche Pierre fu ucciso, ma la cosa più strana fu che anche lui era stato ucciso come François e Guillaume: era stato pugnalato con una spada nel cuore.

Martin era molto impaurite perché temeva che prima o poi la vittima sarebbe stato lui.

Successivamente Martin è venuto da me a confessarsi, dicendomi che era molto preoccupato per la morte degli studenti.

Io gli ho spiegato che la morte fisica dello studente non lo doveva preoccupare perché era preferibile a quella spirituale.

Sono stato io ad uccidere i tre studenti, perché ritengo che non si debba fare l’autopsia ad un cadavere, perché all’interno c’è rinchiusa anche l’anima.

Fra Clément aveva compreso che ero io il responsabile di quegli omicidi, e non è riuscito a trattenersi.

Ora ha la mia testa fra le mani, sento le ossa fragili del mio collo scricchiolare e la vita andarsene.

Martin, il giovane studente, guarda con terrore ciò che sta avvenendo, ma Fra Clément ha compiuto un gesto terribile ma giusto.

Ora riposerò in pace.

                                          Elena Gio.   2° C

                                                      torna su

VITA DA RETTORE

Io, professore fino a ieri, da pochi giorni sono diventato rettore dell’università di Nantes, ho il terrore di alcuni fatti che potrebbero accadere nell’Università, tra cui infortuni gravi o altre vicende che possono colpire la salute fisica e morale degli studenti.

Sono diventato più severo e più intransigente dal momento che da studente sono stato vittima di uno scherzo di cattivo gusto, da parte degli studenti più grandi. Quando ero al mio primo anno di Università, mi hanno rinchiuso in una botte e l’hanno lanciata lungo un pendio roccioso e, insieme, abbiamo terminato la nostra corsa contro un muro, e a causa di quello scherzo ancora oggi la mia gamba zoppica.

Il mio insegnamento è sempre, o almeno penso, corretto e giusto.

E’ mio dovere aiutare gli studenti a superare alcune difficoltà che devono affrontare ed è mio compito fare in modo che tutti gli studenti vadano d’accordo fra loro: questo impegno mi si rivela talvolta difficile, soprattutto quando tutta la classe si accanisce contro il povero Martin.

Durante una lezione tutti gli studenti hanno infierito contro di lui a causa della sua giovane età, infatti, lui ha solamente 12 anni, non potrebbe partecipare alle lezioni universitarie senza aver conseguito il diploma liceale e quest’ultimo non si può acquisire prima dei 14 anni.

Anche se Martin è stato abbandonato dalla madre ed io comprendo le sue difficoltà, non posso farmi influenzare dai sentimenti, ritengo anche che gli altri studenti non abbiano avuto poi così torto nel chiedere che presentasse il diploma di baccalaureato, per questo gli ho chiesto di procurarsi dal rettore il diploma liceale.

Un giorno fui convocato dal rettore, avevo diversi pensieri, non sapevo che cosa mi avrebbe voluto dirmi.

Ero preoccupatissimo, ma dopo essere entrato nel suo studio, osservando Hervé, mi resi conto che sul suo volto non c’ era un’espressione di rimprovero.

Iniziò il suo discorso e man mano che andava avanti si rivelava sempre più emozionante fino che alla fine mi chiese esplicitamente, poiché era assai anziano, se fossi voluto diventare rettore dell’università di Nantes.

La mia risposta immediata fu sì.

Accettai, e mentre ritornavo in collegio, mi accompagnava il pensiero che il giorno dopo mi sarei svegliato nella veste di rettore.

La notte pensai solamente all’incarico che avevo accettato: era sicuramente gratificante dirigere un istituto con cinquanta studenti, inoltre avrei avuto la responsabilità di organizzare e sorvegliare il collegio, infatti, se fosse accaduto qualcosa, la responsabilità sarebbe ricaduta su di me.

Un giorno venni a conoscenza di un fatto che cambiò la vita all’interno dell’istituto, infatti, fu ritrovato il cadavere di Guillaume, uno studente universitario: ero disperato, non era mai successo un fatto così agghiacciante.

Questo episodio fece regnare il panico nell’istituto.

La famiglia del ragazzo era disperatissima ed io decisi di indagare sull’accaduto.

Poiché avevo appreso che Guillaume si era comportato in modo arrogante nei confronti di Martin decisi di convocarlo nel mio ufficio.

Alla fine dell’interrogatorio compresi che Martin che non sapeva nulla, e siccome il cadavere era stato ritrovato in fondo ad una scalinata, quasi sicuramente la vittima, scivolando, aveva sbattuto la testa.

Dedussi infine che Guillaume era morto per un incidente e sospesi le ricerche.

                                 Pietro Gr. 2°C

                                                                torna su

GESU’, DAL CROCEFISSO, INCORAGGIA SUO “FIGLIO MARTIN”

 

Mi ricordo questo mio figlio di nome Martin. Venne abbandonato da sua madre davanti alla porta dell’ospizio di Anger.

Sui gradini, davanti all’istituto, mi fissava, mi esaminò accuratamente il viso ed io con un’aria distratta ma triste, pregai il Padre per lui.

Il tempo è trascorso e, dopo dodici anni, il ragazzino si trova qui a Nantes a frequentare l’Università e soggiorna in questo collegio dove l’ho incontrato nuovamente, sotto la forma di un altro crocefisso e, come allora, mi ripete sempre la stessa frase:- “Mia madre mi ha abbandonato davanti alla porta dell’ospizio”.

:- “Ma ha sbatacchiato la campanella”.

:- “Faceva molto freddo” disse Martin, stupito che io avessi risposto alla sua domanda sospesa. Restò a bocca spalancata. Avrebbe voluto rispondermi, ma la porta della cappella si aprì ed entrò il frate carmelitano Eon, questa apparizione pose termine al nostro discorso.

So che la vita di questo ragazzo sarà molto difficile, ma il legame di affetto che ha nei miei confronti lo aiuterà a superare gli ostacoli che incontrerà nella vita.

Il professor Eustache De Cereville lo metterà a dura prova, l’incontro con il rettore Hervè Pèro, gli sarà di conforto perché con lui potrà parlare della sua vita di bambino nel collegio di Angers e di Suor Marie e del professor Guillame.

Alla sera Martin ritornò nella cappella e mi ripeté che sua madre l’aveva abbandonato all’ospizio.

Continuò a parlare e mi raccontò che Suore Marie e Geofroy non avevano colpa del loro amore ed io domandai “Come non è colpa loro? Dio Padre ha creato l’uomo libero, quindi erano liberi di scegliere la colpa o di resistere!”. Continuammo a discutere su questo argomento.

Per alcuni minuti si fermò a pensare poi mi rivolse la parola e mi disse che si sentiva in colpa nei confronti di Geoffroy e di Suore Marie perché per causa sua si erano incontrati.

Io cercai di incoraggiarlo dicendogli che, molto probabilmente potevano succedere cose peggiori, ad esempio:- “Se Tua madre non avesse sbatacchiato la campanella, Suor Marie non sarebbe venuta alla porta e, forse, avrebbe preso la scala per andare in soffitta e, salendo con una lanterna, senza vedere il piolo rotto, sarebbe caduta, la lanterna avrebbe dato fuoco alla paglia e in poco tempo la città avrebbe preso fuoco”.

Martin, sollevato, si rese conto di non essere colpevole.

Pochi giorni dopo si recò dalla biblioteca alla cappella e rivolgendosi a me, mi disse che era convinto di essere sospettato dell’uccisione di Guillame.

Temeva che i suoi pensieri si potessero avverare, infatti, lo studente ucciso era quello che  lo aveva gettato dalle scale del dormitorio.

Gli dissi che non poteva esserci un legame fra le due situazioni e lo incoraggiai dicendogli che si doveva preoccupare solo dei suoi cattivi pensieri.

 

 

                                                                                                          Lorenzo De. 2°C

torna su

Un nuovo studente Jean

 

 

Oggi è arrivato, nella nostra aula, un nuovo studente che si chiama Jean: è un ragazzo molto timido, ma ha delle qualità straordinarie, ed è, infatti, il compagno di banco di Martin.

Jean ha la stessa età di Martin.

Lo stesso giorno il professore ha mandato Martin dal rettore perché gli desse il diploma che certificava che il ragazzo aveva superato gli esami per accedere all’università.

Martin temeva che il rettore lo avrebbe trattato male, ma quando arrivò vide il rettore ben disposto nei suoi confronti, anzi gli offrì da mangiare.

Tornò velocemente all’università e raggiunse l’aula in tempo per le lezioni del pomeriggio.

Quando furono finite, Martin si recò nella cappella del collegio e, come al solito, si mise a parlare con il Cristo del Crocefisso.

Poi si recò nella sua camera per dormire.

Jhean, come Martin, aveva avuto una vita difficile e parlava solo con quel nuovo amico.

Una notte Martin decide di andare con altri studenti, suoi nemici, in città, ma per prenderlo in giro i suoi compagni lo costringono a cantare una canzone irriverente sotto la finestra di un personaggio importante della città. Allora succede una cosa bruttissima: gli buttarono il contenuto di un vaso da notte e il povero Martin tornò al collegio tutto zuppo di pipì.

 

 

                                                                         Jacopo Ra.  2C

 

torna su

 

La mia morte

 

Si presentò in classe col nome di Martin, un ragazzino con una corporatura magra: era tutto pelle e ossa; si mise a sedere in fondo all’aula; sperava forse di passare inosservato con Tachére? Che illusione! Nessuno sfuggiva allo sguardo di quel matto!

Infatti, il professore, dopo aver fatto dell’ironia sul ritardo (e qualche domanda sbeffeggiatrice dei compagni), gli chiese di ricordare un Distico di Catone. Non vedevo l’ora di prenderlo in giro e di ridere di lui… quando citò uno dei miei preferiti: ”Sappiate che la prima virtù è quella di trattenere la lingua”.

Lo stupore s’impadronì della classe e, Tachére, dopo un attimo d’incertezza si ricompose subito e la lezione riprese.

Dopo quell’ultima lezione con Tachére che feci, non rividi più il Greco, fino ad una sera in cui Guillame, mentre era nel pianerottolo delle camere, incominciò a sbeffeggiarlo; poi lo buttò giù dalle scale, cercando di fargli leccare il suo sputo. Che ridere! Non avevo mai riso così tanto in vita mia!

Comunque, dopo averlo lasciato solo, andammo a dormire.

La sera dopo non sapevamo ciò che ci aspettava… Guillaume era stato ritrovato cadavere, in rue de l’Enfer, sotto la scalinata di una cantina!

Il giorno seguente, il terrore si leggeva negli occhi di tutti, anche quando mi stavo recando a dissezionare il corpo che il professore mi aveva affidato oggi (quale studente di medicina), tutti i miei compagni, compreso François, sapevano dell’avventato “spettacolino” contro Martin, di Guillaume.

Io e lui eravamo quelli più terrorizzati.

Per una settimana, la routine del “terrore”

Continuava imperterrita, finché nello stesso modo in cui era stato trovato Guillaume, venne ritrovato François.

Non era possibile, né ammissibile!

Quella seconda morte, soprattutto in  quel momento, non faceva che aumentare lo spavento e l’ansia nel cuore di ogni ragazzo e poi… e poi capii!

C’ era un collegamento che nessuno aveva fatto!

Avevo compreso solo ora il perché di quei misfatti; qualcuno, e lo avevo indovinato, avrebbe continuato la lista dei delitti, e il prossimo studente che avrebbe lasciato questa terra sarei stato io!

Dalla camera in cui ero, corsi, fino al portone del dormitorio.

Lo aprii.

Fuori era freddo, il gelido vento mi feriva il volto, ma non me ne importava niente!

Dovevo fuggire dal quel posto maledetto, scappare e non tornarci mai più!

Attraversai alcune vie finché non mi trovai in rue de l’Enfer… un deja-wù!

Rividi Guillame e François nello stesso posto, in situazioni diverse.

Poi lo udii.

I passi strascicati e lenti, lo sguardo trasparente e bonario che mi sentivo sulla schiena.

TERRORE!

Incominciai a correre, a fuggire verso il porto… poi svoltai verso il cimitero, come se i miei genitori mi richiamassero.

Corsi verso la tomba, ma ormai lo sapevo: lui era già lì.

Rassegnato recitai le mie ultime preghiere e sentii la daga perforarmi la schiena; mi inginocchiai e mi aggrappai alla tomba dei miei genitori, sapendo che tra pochi minuti sarei morto…

Mi risvegliai in un ambiente vuoto, infinito e senza forma. Non pensavo che la mia esistenza dopo la morte fosse così tranquilla, ma forse vivere con l’anima in un luogo come questo è dimorare per sempre nell’inferno.

Così chiesi con un’ultima preghiera rassegnata di fare in modo che quel pervertito di frate Eon venisse scoperto e che io potessi andarmene da codesto orribile posto.

 

 

                                                      Melissa Bi. 2c

 

torna su

                                                                                                                                               

 UN NUOVO STUDENTE

Questa mattina, in aula, è arrivato in ritardo, un nuovo studente più piccolo di noi, di nome Martin, infatti, ha soli 12 anni.

Subito il rettore gli ha detto che la prima forma di rispetto era quella di arrivare puntuali.

Mi è bastato uno sguardo per provare invidia nei confronti di questo moccioso: conosce già il latino e il greco nonostante abbia solo 12 anni.

Oltre  alle lezioni dovevo condividere la stanza con lui.

Io e i miei compagni abbiamo deciso di rendergli la vita impossibile.

Una sera insieme a Macé e a Jehan lo sollevammo e lo gettammo giù per le scale. La sua reazione fu quella di rifugiarsi nell’angolo più buio della stanza.

Mi avvicinai a lui e dissi:- <<Attento pivello, più fai il testone più rischi di rimpiangere che tua madre ti abbia messo al mondo!>>.

<<Insomma rispondi!>>

<<Rispondere a che cosa?>>

<<Per esempio che cosa ci fa un moccioso come te fra dei nobili studenti laureandi?>>

Martin preoccupato andò via.

La notte successiva, non smettevo di agitarmi e non riuscivo ad addormentarmi.

Dopo parecchi giorni, dopo che due studenti erano stati uccisi, sulla tomba dei genitori ci fu una terza vittima.

Dopo varie ricerche, i pochi a lui fedeli, scoprirono che era stato fratello Eon. 

 

                                          Andrea Fri.   2C

torna su

 

La mia vita da BULLO al Collegio San Giovanni      

 

Questa mattina nell’aula è arrivato un nuovo studente: era in ritardo ed ha cercato di entrare senza farsi notare, ma il Prof Eustache de Chereville egli se ne accorse  e un po’ alterato gli disse: “<<Qui siete ventidue allievi che studiano per ottenere la laurea in lettere. E il rispetto dei docenti è la prima regola da seguire, un’altra regola è quella di non arrivare in ritardo!>>”. Quella frase era indirizzata proprio a Martin. Poi il professore iniziò a chiedergli quali conoscenze aveva delle materie scolastiche. Martin rispose modo puntuale e corretto a tutte le domande. Parlava in latino e rispondeva alle domande in greco.

Gli altri studenti erano stupiti per le sue conoscenze.

Una sera, mentre io, François, Pierre ed Alain eravamo nella nostra stanza con la porta socchiusa, vedemmo Martin che stava origliando e sembrava che ci spiasse, e quindi gli “falciammo le gambe” e gli facemmo leccare uno sputo, poi lo buttammo giù per le scale: lui si rannicchiò sul pianerottolo. Noi lo prendemmo in giro tutta la notte dicendogli pivello.

Ma Guillaume, che lo aveva gettato giù per le scale, qualche giorno dopo fu ritrovato cadavere: non si sapeva chi lo aveva ucciso.

Una sera eravamo andati in un’osteria con “Greco”, il soprannome che avevamo attribuito a Martin: noi parlammo di donne e lui era molto perplesso. Poco dopo uscimmo.  Eravamo ubriachi e lo costringemmo a suonare il campanello dove abitava il tesoriere della città. Che cosa accadde successivamente non lo so perché noi scappammo.

Alcuni giorni dopo, stavo camminando per rue De L’ Enfere, quando vidi fratello Eon. Gli passai vicino, a quell’ora la strada era deserta. Improvvisamente fratello Eon estrasse una daga e, con gesto deciso, mi infilzò quella lama lucente nel cuore. Non sentii nessun dolore. E’ stata una morte veloce e poco dolorosa.

Ora sono quassù nel cielo e mi libro nell’aria come una farfalla: mi sento veramente bene.

                                                             Giacomo Mi.  2C

torna su

Gesù, l'amico di Martin

 

“Mia madre mi ha lasciato alla porta dell'ospizio. Ma ha sbatacchiato la campanella" disse Martin. Intervenni "Faceva molto freddo”.

Il mio obiettivo era quello di far capire al ragazzo che non aveva nessuna colpa nei confronti di Geoffroy e Suor Marie, un uomo molto dotto e una balia che hanno lo ha allevato, perché nonostante lui li avesse fatti incontrare, la scelta di ascoltare il sentimento dell'amore era stato esclusivamente loro ... Avevo appena finito di rispondere a Martin quando, improvvisamente, entrò nella cappella Frà Eon, un frate carmelitano; essi parlarono a lungo della scuola e dei rapporti di Martin coi compagni e professori. Alla fine della discussione, il frate se ne andò e il ragazzo ripeté" Faceva molto freddo ma ha sbatacchiato la campanella".

Ogni giorno, ogni mattina e sera, c'era la messa giornaliera e ogni volta vedevo Martin fondo alla cappella, al buio e tutto solo; ogni volta mi si spezzava il cuore; speravo che qualcuno gli rivolgesse la parola, anche se sapevo che non sarebbe accaduto.

Il giorno seguente lo rividi e ripeté "Mia madre mi ha lasciato alla porta dell'ospizio, ma ha sbatacchiato la campanella"; dissi io "Lasciato? Non abbandonato?"

"Non abbandonato visto che ha sbatacchiato la campanella", "Volevo solo dirti che Geoffroy e Marie non hanno colpa" disse lo studente, ma ribattei io pieno di rabbia "Come non hanno colpa? Mio Padre ha creato l'uomo libero, quindi erano liberi di scegliere ... "; continuò così una discussione lunghissima dove riuscii a sollevare Martin, ma non a convincerlo.

Nei giorni successivi non vidi il ragazzo, ma avvertivo qualcosa che non andava; alle volte lo vedevo nelle funzioni religiose. Una sera, però, vidi Martin che voleva venire a parlarmi ma, visto che Eon stava pregando, se ne andò.

Un giorno lo studente venne da me e disse che era colpa sua se Guillaume, un ragazzo che ho portato in Paradiso, era morto ma, faticosamente riuscii a convincerlo che ciò non era vero.

Oltre a Guillaume, anche altri due ragazzi raggiunsero Mio Padre.

Martin non venne più a parlarmi ed ero certo che avesse compreso il mio pensiero.

L'ultima volta che lo vidi fu quando stava per essere ucciso, ma io riuscii a impedirlo, però non feci lo stesso con Fra’ Eon, assassinato da Fra’ Clement, così un'altra anima andò da Mio Padre.

 

Ste. Alessandro  2C

torna su

 IN TRINCEA, DURANTE LA PRIMA GUERRA MONDIALE

Finalmente si è sciolta la neve…ormai da un anno stiamo combattendo questa guerra con pochi mezzi e poche armi contro il nemico e la natura ostile, senza ottenere risultati.

Mai avrei pensato che l’orrore si sarebbe impossessato di queste montagne che tanto belle e maestose s’innalzano verso il cielo e Dio.

Esse, che a molti fanno pensare al Paradiso, per noi sono l’Inferno; da lì il nemico ci massacra ogni volta che proviamo ad avvicinarci. Solo per guadagnare 100 m. decine di noi muoiono o rimangono feriti.

Qua, tranne il coraggio, manca tutto… pane, vestiti, medicine, e ciò spaventa quanto il nemico.

Oggi sono in arrivo dei rinforzi, 25 ragazzi appena usciti dal liceo che con entusiasmo affronteranno questo orrore. Io essendo il tenente di compagnia Candoli dovrò spiegare in fretta loro come ci si comporta in questo angolo di mondo, qua non bisogna avere fretta e ogni movimento deve essere ragionato; ne ho visti troppi di sbarbatelli che in nome dell’Italia e del Re sono diventati carne da macello subito dopo il primo assalto. Questi ragazzi daranno la possibilità ad alcuni “vecchi” di fare una breve licenza, prima non era possibile visto il nostro numero esiguo e le cattive condizioni climatiche.

Nella mia tenda in questi giorni sono passati molti soldati implorandomi di mettere una buona parola in modo che possano ottenere la licenza dal Capitano. Tra tutti, quello che mi ha commosso di più è stato il soldato Puddu. L’altra sera ero steso sulla mia branda, quando sentii una debole voce chiamare il mio nome :- Tenente Candoli, Tenente Candoli…- era il soldato Puddu. Lo invitai a parlare e con le lacrime agli occhi mi implorò dicendomi:- Tenente, lei sa che è un anno che sono quassù e sempre le ho obbedito e ho portato a termine più di cento assalti, uccidendo decine di nemici e mai ho avuto paura per la mia vita, ma ora le chiedo umilmente di poter tornare in Sardegna. In questo anno oltre alla morte di molti compagni quassù, tante altre cose sono successe, mia moglie ha partorito e prima di dover morire vorrei poter abbracciare mio figlio; poi mio padre, l’unico uomo della famiglia, non è più in grado di portare al pascolo il gregge e tutte le mie sorelle, mia mamma e mia moglie stanno patendo la fame; tanto arida è la mia terra, devo trovare un modo per non farli morire di fame…- A quel punto il soldato mi abbracciò e iniziò a piangere come un bambino. Io allora lo incoraggiai e gli dissi:- Ti capisco, caro Puddu, anch’io avrei voglia di tornare a casa, ma il mio ruolo mi impone di restare quassù…vedrai che il Capitano a un soldato come te la licenza non la negherà, vai e preparati per l’assalto notturno.

L’ assalto notturno dell’altro ieri è stato uno dei più violenti da quando è iniziata la guerra…dei 30 uomini che lo effettuarono solo 8 tornarono alla trincea.

Al mattino quando feci l’appello, vidi che il soldato Puddu non c’era, allora di corsa andai in infermeria e neanche lì lo trovai. Mi dissero che era morto sotto i colpi di una mitragliatrice e che il corpo non poteva essere recuperato. Diedi un pugno alla porta con tanta rabbia che mi ruppi due dita della mano; tornato lucido, pensai di chiedere la licenza al Capitano. La mia richiesta fu accettata; invece di tornare in Romagna andai a prendere la nave a Genova per giungere nel piccolo villaggio di Puddu, in Sardegna.

Lì feci conoscenza della sua famiglia e dopo aver raccontato il triste fatto consegnai loro tutto il mio denaro, dicendo che era del loro caro.

In quei giorni di licenza mi trattarono come un figlio o un fratello e quando tornai al fronte pensai spesso a loro.

Capii che è per brava gente come la famiglia Puddu che dobbiamo far vincere l’Italia, perché non continuino a passare una vita di fame e stenti!!!

 

                                                 Can. Benedetta  3F

LA PIETRA MAGICA

 

C’ era una volta un principe che viveva con la sorella in un paese in cui era molto amato.

Un giorno il principe si ammalò gravemente e mandò la sorella minore a cercare cure: -Sorella mia, salvami! Vai alla montagna, la più lontana da qui a trovare una pietra d’ ambra, molto nota per i suoi grandi poteri curativi e portamela il prima possibile-.

Durante il suo viaggio, alla ricerca dell’ ambra, la fanciulla incontrò una persona dall’ aspetto malefico che le chiese: -Signorina, faccia un’ offerta a un povero mendicante malato-. -Non mi faccia perdere tempo, ho già molto da fare per conto mio- rispose la sorella del principe, infuriata.

Al mendicante non piacque affatto essere stato considerato una perdita di tempo e si fece subito scuro in volto: decise d’inseguire la ragazza di nascosto per vedere dove andasse con tanta fretta. Proprio in quell’istante la fanciulla pensò di avere un’allucinazione, ma non fu così …. davanti a lei vide infatti un grossa pietra d’ ambra! La prese in mano e, capendo che per sua natura essa era molto fragile, la strinse delicatamente a sé.

Il mendicante s’ infuriò subito perché quella pietra doveva essere sua dal momento che  l’aveva cercata per tanti anni ed  era la sua unica speranza per guadagnare denaro! Scagliò un incantesimo contro la ragazza, che cadde di colpo a terra mollando la pietra preziosa che, velocemente, scivolò giù per il pendio della montagna.

Subito dopo la maledizione, la sorella del principe riaprì gli occhi ma si alzò proprio nel momento in cui la pietra si ruppe. La ragazza, disperata, iniziò ad inseguire il mendicante che purtroppo era già sfuggito alla sua vista. Niente da fare,  come se non bastasse la fanciulla sentì dire dagli abitanti del paese che quello era l’unico esemplare di pietra d’ambra rimasto sulla Terra, tutti gli altri erano stati rubati e mai più ritrovati. Così non le restò che tornare senza speranze al castello.

Il mendicante, dopo aver perso tutti i suoi beni si avviò verso il paese in cerca di fortuna. Lì si rese conto che regnava una grande tristezza e chiedendosi il  perché di tanta infelicità e desolazione sentì due  signori che dicevano: -Sai che il principe è gravemente malato? Sua sorella ha cercato di salvarlo con la rarissima ambra di montagna; non so bene cosa sia successo, so solo che la sorella del principe è amareggiata perché sembra che qualcuno le abbia impedito di prendere la pietra preziosa-.

Il mendicante scioccato per quello che aveva sentito si allontanò e confabulò tra sé e sé: - Cos’ho combinato?! Devo subito rimediare per farmi perdonare del pasticcio che ho causato… Non mi deve scoprire nessuno, altrimenti sono guai-.

Intanto la situazione del principe diventava sempre più critica e tutti i paesani erano disperati per la sua possibile perdita: -Non può andarsene, non può morire così giovane!- dicevano tutti.

Nella settimana successiva si sparse la voce di un banchetto, aperto a tutti, in onore del principe: tutti erano meravigliati e curiosi di come fosse la festa  e volevano vedere il sovrano il prima possibile per conoscere le sue condizioni, anche se nessuno sapeva chi aveva organizzato tutto ciò.

La sorella convinse il principe gravemente malato ad alzarsi e a recarsi insieme a tutti verso il luogo indicato. All’ entrata del banchetto c’era una porta tutta decorata a festa su cui c’era scritto “partecipate a questo ricevimento e il principe guarirà”.

Gli invitati arrivarono al banchetto dove c’erano tantissime delizie, ma la sorpresa più grande li aspettava in fondo alla sala: l’unica piccola pietra d’ ambra rimasta era proprio lì, il principe la prese subito in mano stringendola  incitato dai suoi familiari e da tutti i paesani.

In quel momento giunse il mendicante che raccontò al principe tutto ciò che era successo,  chiedendogli umilmente di perdonarlo.

Il principe rispose: -Ti perdono perché hai saputo ammettere le tue colpe, inoltre non potevi sapere che quella pietra era così importante  per me e grazie alla tua generosità  potrò al più presto tornare in salute-.

Il mendicante ringraziò il principe e subito si diede inizio ai festeggiamenti.

Tutti i paesani si ritrovano nel posto dove c’erano tante prelibatezze; essi ne mangiarono al banchetto e ne furono deliziati

 

                                                                                           Be. Nicole  1E

Il principe cuoco.

C’era una volta un re capriccioso e perfido che aveva ogni ben di Dio, ma non era mai contento e spendeva sempre i suoi soldi per divertirsi: comprava nuove carrozze, nuovi oggetti ma soprattutto nuove statue raffiguranti se stesso, perché amava molto la sua immagine.

Questo re prese in sposa una nobildonna che gli diede un figlio, ma sfortunatamente lei morì di parto lasciando il suo bambino nelle grinfie del marito. Il malvagio re non volle riconoscerlo perché aveva letto su un antico papiro una profezia che diceva: “Colui che nascerà dal grembo della regina sarà il successore del re quando avrà raggiunto l’età adulta. Ma nel caso di un figlio non accettato dal padre per guadagnarsi il trono dovrà combattere contro il re e ucciderlo”.

Allora il malefico re, per non rischiare di perdere il trono, avido com’era, affidò il bimbo ad una serva che lo allevò prendendosene cura. Gli insegnò l’arte culinaria, facendolo diventare un ottimo cuoco con il sorriso sempre stampato sul viso. Diventato grande, andò a lavorare al castello del re.

Passarono gli anni e un giorno al re fu servito un pasto a lui non gradito e così ordinò ad un servo di convocare il cuoco. Il povero cuoco arrivò tremando, ansioso di sapere cosa lo attendesse. Il re lo rimproverò per il pasto, ma, sapendo che era una persona per bene e affidabile gli diede anche un compito: ”Cuoco, se vuoi il mio perdono devi trovarmi una moglie entro l’alba, e mi raccomando che sia bella, giovane, ma soprattutto nubile”.

Allora il cuoco andò e vagò per mari e monti e prima dell’alba tornò con una bella giovane non maritata, ma terribilmente perfida. La giovane prese subito potere e cominciò a governare malvagiamente accanto al re. Era la versione femminile del sovrano.

Qualche tempo dopo il cuoco trovò un coniglio dalle caratteristiche un po’ strane: aveva le ali da pappagallo e parlava in modo molto saggio. Il coniglio parlante volò sulla spalla del cuoco e gli raccontò che lui era in realtà il figlio del re malvagio e che era stato affidato ad una serva quando il padre aveva letto la profezia in di lui su un vecchio papiro. Il cuoco non riusciva a crederci, era un principe! Ringraziò il coniglio per avergli rivelato la verità e si incamminò verso la stanza del re per sfidarlo ad un duello. Il re, infuriato con lui, sfoderò un’ ascia che apparteneva al ricco tesoro di famiglia e la sfida cominciò. Durò fino al tramonto. Il cuoco era in difficoltà e per poco non ci rimise la pelle, ma la fortuna era dalla sua parte. Infatti vinse e uccise il malefico re, suo padre. Prese la sua ascia e tutto il suo tesoro, poi rispedì la matrigna al suo paese e infine prese il posto del re e governò per sempre con lealtà e bontà.

E fu così che la profezia si avverò.

 

 MARTINA ERC.,MARGHERITA LIV.,ALICE GUI.,ALESSIA GIO.  FABIOLA MUR.      1E

LA CORONA E L’ANELLO MAGICO

Tanto tempo fa, in una foresta lontana vivevano due vecchietti, marito e moglie, sposati da molto tempo. Essi erano molto poveri e per mangiare erano costretti a cacciare e a cercare cibo nel bosco. Il vecchietto per fortuna era appassionato di caccia e riusciva sempre a portare qualcosa da cucinare alla moglie, indossava sempre un cappello di paglia e delle scarpe slabbrate ai piedi, sua moglie invece  aveva sempre lo stesso vestito strappato e poverina, così conciata, era proprio brutta, ma con un animo buono e gentile.  

 Un giorno il vecchio mentre cacciava nella foresta , vide, attraverso i rami di un albero,  un oggetto che luccicava perché colpito dai raggi del sole ;  dopo diversi tentativi riuscì a colpire un ramo e a far cadere l’oggetto scoprendo che era un corona d’oro. Subito corse a casa da sua moglie ed insieme decisero di nasconderla bene pensando poi il da farsi.   Passo così del tempo.

 Una mattina, la vecchietta intenta a raccogliere dei funghi, trovò nascosto nel terreno un anello d’oro molto sporco: subito capì che la fortuna stava girando dalla loro parte. Lo pulì e insieme decisero di vendere i due oggetti preziosi, però si misero a discutere perché la moglie voleva tenerli e il marito voleva invece venderli per diventare ricchi.

La mattina seguente si misero in cammino con la corona nascosta per bene in un sacco, andando alla ricerca di qualcuno che volesse comprare quell’ oggetto per poi diventare ricchi.

Dopo un po’ intravidero un piccolo villaggio,  ma purtroppo nessuno degli abitanti possedeva abbastanza soldi per comprare i loro beni; delusi tornarono a casa, ma  un ladro malintenzionato  li seguì e durante la notte riuscì a impossessarsi della corona.

 Quando la mattina i due vecchietti si svegliarono  erano disperati, si accorsero del furto; ma si ripresero e si misero subito sulle tracce del ladro.

 Dopo vari giorni, quando ormai erano allo stremo delle forze e stavano per arrendersi, videro in lontananza nel cielo, volare verso di loro, qualcosa di luccicante, era  la corona  ! Capirono che quello era veramente un oggetto magico; mentre tornavano a casa, però il ladro sbarrò loro la strada e li catturò portandoli nel suo rifugio in mezzo al bosco e li legò stretti costringendoli a dire dove avevano messo la corona;  però nemmeno loro sapevano che fine avesse fatto. Mentre il ladro andò alla ricerca, i due vecchietti riuscirono a liberasi perché le corde  improvvisamente si allentarono grazie alla magia fatta dalla corona e finalmente tornarono a casa.

Fiaba scritta da :

Lorenzo Erc., Alessandro Gre., Matteo Sil., Nicola Ver.

 

“IL CEPPO GHIGNANTE”

 

In un villaggio cittadino viveva Orfeo, un ragazzo forte e robusto con Alisea, la ragazza sua promessa sposa. Un giorno i due innamorati Orfeo e Alisea si incamminarono per il bosco Incantato per passeggiare in tranquillità.

Nel bosco scorreva il fiume Ebro, burrascoso e ricco di corrente, che tagliava il bosco e le sue acque invadevano la foresta. Orfeo, molto preoccupato, cominciò ad ammassare legna e terra sul fiume, ma la potente corrente li trascinò via. Un vortice d’acqua salì dal fiume e da esso uscì una strega molto brutta e ricurva sotto il peso degli anni.

La vecchia megera, calmissima, agitò la bacchetta leggermente e con questo gesto attirò Orfeo a sé, poi si smaterializzò con il ragazzo.

La strega lo portò nel suo castello “La Rocca Tetra” e lo incatenò ad una pietra: il ragazzo era dotato di uno straordinario potere; leggeva i sogni.

Alisea cercò Orfeo in lungo e in largo nell’Incantato Bosco.

La notte seguente un anziano signore, alto e magro, con capelli e barba argentei vide Alisea addormentata, la svegliò, e la portò nella sua grotta.

Qui parlò alla ragazza: “Se liberar Orfeo vorrai, in città mi seguirai a comprare una verga di pino”.

Il mago portò la ragazza in città, Delfi, la città greca alle cui porte vi era un negozietto con colonne in stile ionico.

Il negoziante, un gentile signore, chiese loro: “Desiderate signori?”

Disse il mago: “Mi serve una verga potente”.

L’uomo prese fuori da un astuccio di cartapesta una verga col manico d’osso e la diede al mago.

“Olmo?”, chiese lo stregone, “e all’interno capelli di un’anziana fattucchiera”; il venditore annuì e dopo che i due ebbero pagato, il negoziante li congedò.

Dall’altra parte della città vi era Rocca Tetra; i due raggiunsero il castello e con intelligenza ed astuzia vi entrarono. Con la verga, avente il potere di trasformare le persone in oro, il mago trasformò le guardie in lingotti e la servitù in monete.

Arrivati alla sala centrale Alisea interrogò la strega: “Perché hai rapito Orfeo?”

Rispose la fattucchiera: “Lui interpreta i sogni ed io volevo capire un sogno che avevo fatto la notte scorsa.”

Il mago indignato colpì la strega con la verga, ma lei coperta da potenti incantesimi assunse solo le sembianze di un ceppo innocuo.

Il mago corse nei sotterranei e liberò il giovane: tutti da quel momento vissero felici e contenti ma nelle notti d’inverno il ceppo ghigna demoniacamente.                                 

                  Con. Francesco  1D

                                                                                torna su

                                     

QUANDO AVEVO 13 ANNI..

Quando avevo 13 anni

ero felice,

il mio viso era sempre sorridente

non mi annoiavo mai.

Quando avevo 13 anni

ed ero con le amiche,

giocavamo, cantavamo e nessuno si fermava.

Quando avevo 13 anni

non capivo l’importanza della scuola e la mattina

era sempre una gara contro il tempo

Ora il mio viso è cupo,

privo di espressioni, scuro come il carbone.

Ora sono sola

senza nessuno con cui confidarmi.

Ora rimpiango

ciò che non ho potuto fare,

ciò che non sono riuscita ad imparare…

                         VA. GLORIA  e  GRA. MARTINA  3B

QUANDO AVEVO 13 ANNI

 

Quando avevo tredici anni

tutto era più semplice

anche se allora non l’avrei mai detto,

mi piaceva vivere di notte

ma non mi era concesso,

avevo talmente tante regole

che trasgredirle era un piacere.

 

Quando avevo tredici anni

non riuscivo a distinguere i sentimenti

erano troppi,

piombati su di me

troppo in fretta.

 

Quando avevo tredici anni

ero improvvisamente triste,

improvvisamente gioiosa,

improvvisamente arrabbiata.

 

Quando avevo tredici anni

Volevo essere più grande,

ma ora che sono troppo grande,

come tornerei ad avere tredici anni!!

 

                              Fra.Claudia 3°B

torna su

CARO AMICO

 

Amico mio grazie.

Grazie per ogni volta che mi hai aiutato.

Grazie per tutte le volte che mi hai consolato.

Tu mi sei sempre vicino;

se io fossi una mela

tu saresti il mio albero.

Se io fossi una spina

tu saresti la mia rosa.

Se io fossi sangue

tu saresti la mia vena.

Tu sei il mio bastone, il mio sostegno.

Amico mio grazie.

                                                 Michele Puč. 3B

 

 

 

LA PAZZIA DELL' AMORE

 

Amore che fai pazzie,

con quel tuo sorriso

che fa svenire.

Con quelle tue labbra

che son morbide come petali di rosa

e quei tuoi occhi di smeraldo

che brillano come il sole.

Amore sei come una coperta

che mi avvolge e mi riscaldi.

Quando ti vedo sono leggero

e come un angelo volo via con te.

 

                                                     Michele Puč. 3B

 torna su

A tredici anni...

 

A tredici anni

Siamo immersi nei nostri pensieri

sulla soglia dell’adolescenza,

i primi amori stanno affiorando

e noi siamo confusi, amareggiati...

 

A tredici anni

tutti vorremmo essere rockstar

attori, personaggi importanti

pensiamo che tutto sia possibile

Invece gli adulti

credono che questi sogni

 siano irraggiungibili.

Per questo  discutiamo

chiudiamo le porte del nostro cuore

e diventiamo fragili

come piume al vento

 

A tredici anni

siamo naufraghi

persi su un’isola deserta

che guardano il mare con occhi speranzosi

 

And. Carlotta

Cap. Gian Marco

 

 

SOLITUDINE

Silenzio

immensa solitudine.

In volo

per cieli infiniti.

Mille

albe e tramonti.

Il tempo

scorre e corre.

Inesorabile.

Amori infiniti.

E, sognando,

il cuore

ritrova la gioia

perduta.

        Burg. Lucrezia  3B

 

 

ACQUA

 

Fsshrrsh,

così sibili,ridi

 come una bambina,

corri rapida

per il pendio,

su te gli alberi

si specchiano,

l’erba che bagni,

 lasci.

Oh giovincella,

che ormai

non sei,

ora sei goffa,

e lenta

 vai per la valle,

ffsshrrs

 ancora,

ma non è il riso,

di una bimba,

il tuo è

 il pianto sommesso

di una vedova,

più non corri,

come bambino

arranchi lenta,

come un vecchio.

Sei ormai,

schiava.

I camini,

il grigio,

il libero giorno,

ti tolsero,

al grigio ubbidisci.

Un tempo,

eri limpida ,

scendendo

dal monte,

ora indossi

 il grigio colore,

del tuo padrone.

 

Poi vai via,

verso il mare immenso.

E’  salto nel buio,

tornerai limpida

o diventerai

più grigia che mai?.

 

Giovanni Maria Zon. 

 torna su

 

                                             L’acqua  (1)

 

Ecco, esce dal suo

Nascondiglio

Al sorgere del sole nasce

Incontrando un’altra goccia,

Si unisce

Diventando sempre più

Grossa sbatte

Vedendo il monte da cui

è nata si spaventa

si sente così piccola

la più piccola del mondo

 

 

Alessandra Gia.

torna su

L’acqua   (2)

 

Scivola e saltella

Come una gazzella

E da lontano

La beve anche un nano

 

L’acqua

Orgogliosa del suo successo

La bevono tutti

Anche i più brutti.

 

Giovagnoli Elena

 

 

                                               La danza delle nuvole

 

Ecco un lieve fruscio sulle grondaie

E un fragore fra le nuvole

Mi rattrista il cuore

E mi coglie la nostalgia

Accecante del sole.

 

E dal cielo immenso

Ricoperto da nubi

Una goccia brillante

Aprì le danze

Ed una dopo l’altra

Come creature leggiadre

Mille cristalli argentati

Iniziarono il ballo

 

Le professioniste

Legate al vento

Si mossero sinuosamente

Fino alla fine dello spettacolo

Facendo un regale inchino

al suolo

dove si chiuse il sipario.

 

 

                                     Alessandro Ste.

torna su

 

L’acqua del Po

 

Un lieve  scivolare,

in pendenza dal monte

mi trascina lentamente

nel viaggio verso il mare.

 

Nel mio letto, non sapevo

Di raggiungere la cascata

Rispecchiavo pura ed incontaminata

un uccello maestoso dirimpetto.

 

Ma una forza “animale”

mi spinse verso la cascata imponente

ed io impazientemente

sorpassai la mia rivale.

 

Ed arrivata ad un tratto calmo

nel mio letto insieme alle mie sorelline

l’acqua ci avvolse in un abbraccio di bollicine

quando un bambino ci prese nel su palmo.

Dalle sue mani scivolai

e lenta lenta mi misi

a superare i visi

di tanti e tanti marinai.

 

Ma alla fine  incerta

raggiunsi la voce

che mi portava alla foce

e pian piano arrivai  all’ “acqua aperta”.

 

         Melissa      Erica

torna su

 

                                L’acqua  (3)

 

L’acqua è una goccia che atterra in un prato

L’acqua è un letto di fiume calmato

L’acqua è un soffice manto innevato

L’acqua è un bene prezioso, ma talvolta ammalato

Per colpa dell’uomo distratto ed ingrato

L’acqua ci accompagna per tutta la vita

L’acqua è un’amica che non va mai tradita.

 

San. Camilla

 

 

Fino al mare

Dalla sorgente lei nasce

Velocemente lei cresce

E senza pensare

Arriva fino al mare

 

San. Camilla

torna su

                        L’acqua e la luna

 

Era sera,

il mare fermo come pietra;

e la luna, appena spuntata

lo usava per specchiarsi.

Poi un ragazzo inquieto

vedendo quel quadro

lancia un sasso

e la luna si spezza

in tanti frammenti

che si dissolvono.

Poi torna la quiete.

Indispettita, la luna

Torna a specchiarsi.

 

                                Giorgia Mon.

 

 

L’ACQUA  (4)

 

Da una sorgente m’alzai

                          Desiderosa di affrontare   

I mille pericoli costanti

 

Mi destai in un giorno fresco

                         Pronta a passeggiare

Sulle vie del mare

 

Incontrai gocce brune

Sporcate dal rumore

                           Impertinente delle persone.

 

La mia strada ormai è finita

Lascio la via della vita

 

Jessica Fra..

torna su

 

Incontro

L’acqua è come un bimbo,

che gioca a palla, un fruscio

di emozioni che scorre

su un lungo fiume d’acqua,

questa piccola goccia

scorre e scorre e

prima o poi

incontrerà quel bimbo.

 

Jessica Fra.  1C

torna su

 

 

GOCCIA D’ACQUA

 

Da una sorgente nacqui

Al sorgere del sole

Limpida felice giocosa

Con le mie amiche

Corro verso il mare

Sono molto solare

Dolce,

preziosa,

e anche un po’ vanitosa,

infatti

mi ritengo fortunata

ad essere arrivata

alla meta predestinata

 

 Lorenzo De. e Pietro Gra.

torna su

 

L'acqua è vita

Acqua siamo noi

dalle antiche sorgenti veniamo

fiumi siamo noi

se i ruscelli si danno una mano;

acqua siamo noi

se i torrenti si mettono insieme,

vita nuova c'è

se l'acqua è in mezzo a noi

                                                Matteo Gio.

torna su

1 C

La poesia è….

 

 

La poesia è un mare

dentro il quale giovani e anziani

si lasciano trasportare da un’onda

calma e tranquilla

per arrivare all’isola della realtà.

                       Greta Batti.

****************

 

La poesia è un insieme di parole

Che l’autore scrive su un foglio

Per far annoiare, divertire o interessare

Chi lo legge

La poesia è fantasia

                      Andrea Gor.

**********************

 

La poesia è un brano magico

che fa immaginare,

fantasticare anzi incantare

                    Giada Mac.

***********************

 

La poesia è un testo proveniente dal cuore,

uno scrigno magico

che contiene emozioni e sensazioni

                    Francesca Cecc.

*********************

 

La poesia è un cielo stellato

riempito di versi e strofe,

che trasmette numerose emozioni

                              Simona Ped. Mor.

*********************

 

Poeticus, poeticum, poesia

Oracolo

È un sogno

È la parte destra del cervello

 È liberty

La poesia è…poesia

                        Alfredo Flo.

 ************************

La poesia è la libertà

Nessuno può dirti che cosa scrivere

È l’insieme delle tue emozioni

Quando scrivi una poesia pensi di essere tra le nuvole,

d’essere un uccello che fa la sua prima trasvolata,

la sua prima mangiata.

La poesia è il tuo cuore che parla

               Giulia Fra.

************************

 

La poesia è un insieme

Di parole, versi e strofe che,

mescolandoli, danno un testo

fantasioso che può essere creato

da tutti.

               Gino Fran.

********************

 

Incantevole e rilassante

Morente o cantante

 La poesia è

Un pensiero proveniente

Dal cuore

           Mario Vale.

*********************

 

La poesia è un insieme di strofe, versetti e

Lettere. Per alcuni

è noiosa come

una prigione

per altri è la primavera.

Per me la

Poesia è allegria

            Cristina Fabb.

********************

 

La poesia è allegria

La poesia è fantasia

La poesia è amore

La poesia è un raro fiore

                      Beatrice Bug.

 **********************

La poesia canta colori

La poesia canta rumori

La poesia canta amori

La poesia canta odori

La poesia è musica, la poesia è canto

                         Martina Cel.

 ********************

La poesia è noia che mi annoia

Mattia Para

 *******************

La poesia è la casa, il museo,

il grattacielo delle emozioni.

L’unico luogo delle emozioni,

è il cuore

                          

 

Il serpente e l’agnello

 

Il serpente è sempre stato contro l’agnello: non sopportava nulla di quello che lui faceva, perché con la sua docilità riusciva ad ottenere tutto ciò che voleva, come essere amato e rispettato  da tutti gli animali della prateria; così pensò un piano cattivissimo per fargliela pagare.

Il gufo voleva che il serpente riflettesse sulle sue azioni:”Ehi, serpente, non vorrai far del male all’agnello, vero? Lui non se lo merita e tu non essere ancora una volta malvagio. Di cos’hai paura?”

Il serpente rispose:”Di niente, voglio solo che l’agnello paghi tutto ciò che mi ha fatto”.

Il serpente fece di testa sua: lasciò cadere l’agnello che si ruppe due zampe, ma pagò le sue azioni, perché tutti si rivoltarono contro di lui, lo cacciarono via dal prato in cui viveva e rimase solo.

Questa favola dimostra che la crudeltà fa solo male senza un po’ di saggezza e intelligenza.  

                                                                   Nicole Ben. 1°E

torna su

Il saggio gufo e il mulo testardo

Una notte un asino sognò un gufo che volava maestosamente e si mise in testa di voler volare come lui. Il giorno seguente andò dal vecchio e saggio gufo della foresta e gli chiese: "Gufo, insegnami a volare come te".

Il gufo gli rispose: "Tu, asino, non puoi volare, perché gli asini non riescono a volare, quindi non ti insegnerò".

L’asino arrabbiato con il gufo non gli diede ascolto e andò sulla montagna dove tutti gli uccelli imparavano a volare e così si buttò ingenuamente.

Fortunatamente si lanciò da un pendio piuttosto basso e quindi si ruppe soltanto una zampa.

Da quel giorno l’asino imparò che non si può fare ciò che non è nella propria natura.

Di Alice, Martina Er. e Alessia.

 

IL TOPO E L’ORSO

C’era una volta un orso alquanto vanitoso e ricco che mostrava tutta la sua bellezza appoggiato ad  un tronco.

Un giorno un topo di campagna gli si avvicinò e disse:Mi scusi signore,sto raccogliendo un po’di spiccioli per comprare del cibo ai miei poveri figli,visto che lei è grande e ricco,non è che potrebbe donarmi qualcosa?-L’ orso, indignato dalla proposta del topo rispose bruscamente:Io?Regalare dei soldi a un povero topo?Ahahah!Neanche per sogno,adesso vattene!-Il topo si allontanò triste mentre l’orso continuava a mostrare la sua bellezza ai passanti.

Poco tempo dopo,l’orso perse gran parte dei suoi beni,mentre il topo che aveva lavorato duramente,diventò ricco,e quando vide passare l’orso,povero com’era,gli diede un quarto dei suoi beni per dimostrare che  anche se lui era diventato ricco il suo atteggiamento  con gli altri non era cambiato,perché chi è più fortunato degli altri deve saper condividere l SU fortuna con tutti.

Di:Lucia,Giada e Rebecca

 

torna su

IL CONIGLIO E IL SUO ORTO

C’ era un coniglio che aveva davanti casa un grande orto.

Un giorno , gli arrivò un grosso ordine dal mercato del paese:

venti quintali di carote e cento caspi di insalata per il giorno seguente.

Il coniglio era disperato per la paura di non farcela.

Fortunatamente , arrivarono per caso i suoi amici che , vedendo il coniglio in difficoltà , si offrirono di aiutarlo chiamando rinforzi da tutto il vicinato.

Decine di conigli arrivarono presto e in pochissimo tempo raccolsero tutto.

La favola mostra che l’ unione fa la forza.

                                      Alessandro Gre.

LA GAZZELLA E L’ ORSO

Questa è la storia di due animali, una gazzella e un orso che, pur abitando insieme, non riuscivano a trovare un accordo su nulla;infatti se la gazzella voleva dormire, l’ orso voleva stare sveglio, se l’ orso voleva mangiare, la gazzella voleva giocare!

Un giorno l’orso, stanco di sopportarla, perché noiosa e prepotente, decise di sfidarla ad una gara di nuoto , sport nel quale lui primeggiava.

I giorni precedenti alla gara i due animali si allenarono continuamente.

La gazzella, però, scherniva l’orso dicendogli:-Ma dove pensi di andare?io sono molto più agile e veloce-; l’orso le rispondeva:-Adesso vedremo, ride bene chi ride ultimo!- e intanto continuava a nuotare.

Arrivò il giorno della gara.

All’alba la gazzella svegliò bruscamente l’ orso di buon ora e dopo aver fatto colazione andarono verso il fiume.

Giunti sul posto chiesero ad un gufo di fare da giudice e lui accettò. Si tuffarono e aspettarono il suo via.

Prima della partenza l’ orso disse sportivamente alla gazzella:-Buona fortuna, che vinca il migliore- e la gazzella rispose:-Non ne ho bisogno, vincerò senz’ altro io!-

3,2,1 VIAAAAAAAAAAAAAAAA………………….

Gli animali partirono velocemente, ma a un erto punto la gazzella fu attaccata da un coccodrillo che la divorò in un boccone!

L’ orso vinse la gara, ma nonostante questo era molto dispiaciuto perché aveva perso la sua amica- nemica;passò il resto dei suoi giorni a rimpiangere le sue liti con la gazzella.

La morale di questa storia è che anche se a volte è difficile convivere con altri, soli si sta peggio, quindi l’ amicizia è un bene importante e prezioso.

Martina Ber.

Margherita Liv.

Fabiola Mur.

 

 

HAIKU  2°C

 Gli haiku scritti dagli alunni della 2°C non sempre rispettano le regole di questa forma di poesia: va apprezzata l’immediatezza e la spontaneità con cui si sono messi in gioco.

Albero di Natale

Presepe incantato

Stella magica

Giorgia  Elena   Alessandra

Maria versa

Lacrime di dolore

Gesù è nato

Zon. Giovanni

La neve cade

La neve si scioglie

La neve non c’è più

Giorgia   Elena  Alessandra

 

Canto di famiglia

Il presepe illuminato

Gesù viene

St.  Alessandro

Tutti davanti al camino

Ad aspettare

La nascita del bambino

Zon. Giovanni

Lacrime di gioia

Bambini felici

Grazie al mondo

Andrea  Diego    Jacopo

Il Natale rinfranca

I nostri cuori

Felicità e allegria…

Non andrà mai via

Fra.  Jessica

Cuore d’oro

Felicità improvvisa

Lui è nato

Bia.  Melissa

 

Albero grande

Magia natalizia

Gesù è nato

Bia.  Melissa

Riuniti a tavola

Nella notte di Natale

A cantare

Sa. Camilla  - Fa. Erica

Breve notte d’inverno

Sopra gli abeti

Cristalli di neve

San.  Camilla  Fab.  Erica

 

Pino sempreverde

Dalla gioia dei bambini

 Viene decorato

Del.  Lorenzo

 

Neve soffice emolliente

Scende sui campi e sulle case

Imbiancando il paese

Zon. Giovanni

 

Pungente e magico

Rosso di bacche

Sconfigge la neve

Del.  Lorenzo

 

Vento d’inverno

Acceca lo sguardo

Mani di ghiaccio

Del. Lorenzo

 

Candido scende

Il Natale

Nella grande vallata

Ste.  Alessandro

Di luci si accende

Di decorazioni si riempie

Il buon Natale

porta alla gente

Sa. Camilla  - Fa. Erica

 

Tante luci di Natale

Vegliano

su te e me

Zon. Giovanni

 

Nella notte

Stelle felici

Circondano il presepe

Ste.  Alessandro

Sotto l’albero

Splendidi regali

Il sorriso di un bambino

Fri. Andre – Fri. Diego – Ra. Jacopo

 

Morbida neve

Ricopre la capanna

Il bambino sogna

Ste. Alessandro

 

Albero decorato

Statuine nel presepe

Case lucenti di attesa

Fri. Andre – Fri. Diego-  Ra. Jacopo

 

Nebbia

Un lenzuolo nero copre il cielo

Un laghetto splendente

Che nasce dal torrente

Fri. Andre – Fri.  Diego – Ra. Jacopo

A Natale

La cometa illumina

La retta via

Zon.  Giovanni

 

Vagiti leggeri

Di un nuovo nato

La terra è salva

Zon.  Giovanni

 

L’albero decorato

Si  guarda intorno

Innamorato

Mon.  Giorgia -  Gio.i  Elena – Gia. Alessandra

Inizi un sogno

Finiscano le guerre

Sia Natale

Zon. Giovanni

 

Malinconicamente

Di notte

Sotto le stelle

Lei piange suo marito

Mi.  Giacomo

 

Fredda notte

Camini accesi

Riscaldano il cuore

Mo. Giorgia  Gio. Elena

 Gia. Alessandra

Come foglie al vento

Sono leggeri

Gli anni nostri

Mon.i Giorgia – Gio.  Elena – Gia. Alessandra

 

Aghi di abete

Inviando auguri di bontà

Il presepe fa festa

Al nuovo arrivato

Zon. Giovanni

Inverno

Prato bianco

Alberi opachi

Neve lungo i viali

Fri.  Andrea – Fri.  Diego – Ra. Jacopo

Bianco Natale

Neve soffice

Copre le case

Tutto scompare

 Del. Lorenzo

Con le renne

E i suoi regali

Arriva fino a noi

Mo. Giorgia  Gio. Elena

 Gia. Alessandra

 

Regali

Aura familiare

Regali e festoni

Bellissime decorazioni

Fa. Erica

 

Neve

cuore grande

felicità alle stelle

neve che cade

Fra. Jessica

Candore bianco

Dolce neve

Felicità impaziente

Bia. Melissa

  

IL LUPO IMPAURITO

Tanto tempo fa in un regno  molto lontano viveva un lupo speciale di nome Jack che aveva un manto color bianco, ma  voi direte: un lupo bianco non è speciale…e invece si!!! Questo lupo speciale non era tutto tutto bianco, infatti aveva la coda di tutti i vivaci colori dell’arcobaleno. Purtroppo nel suo regno, che era cupo e triste, non era ammesso essere colorati . Ogni giorno il povero Jack impaurito era costretto a dipingersi sempre la coda con il fango per mascherare il suo arcobaleno, perché se lo avessero scoperto gli avrebbero tagliato la coda. 

 Un giorno il lupo decise  di andarsene: voleva scoprire cosa ci fosse oltre i confini del suo regno. Suo fratello Sam gli parlò di alberi come lecca lecca, case con forme e gusti di marshmallows, macchine dolci come caramelle, questo posto si chiamava: “DOLCILANDIA” . Jack fu così colpito dalle parole di Sam che decise di trovare a tutti i costi questo regno fantastico e si mise subito in cammino. Portò con sè cibo, acqua e la sua inseparabile spada multiuso. Questa  incredibile spada donata da suo nonno prima di morire aveva tante funzioni: bussola,spada, torcia, ma la cosa più strabiliante era l’ impugnatura, che conteneva una strana  boccetta che suo nonno in punto di morte gli raccomandò di usare solo in occasioni drastiche e prive di speranza.

 Passarono mesi prima che Jack potesse scorgere l’antenna parabolica di cioccolato, in quel momento sentì un brivido su tutto il corpo, era come se si sentisse a casa. Purtroppo però quella gioia finì perché a Jack venne in mente quel brutto giorno quando ancora cucciolo era rimasto da solo a casa: aveva scoperto tante caramelle che cominciò a mangiare. Quando addentò la sua preferita al limone gli si spezzò il suo primo dentino! Da quel giorno gli venne una fifa terribile per le caramelle così decise di tornare nel suo regno quando all’improvviso gli cadde qualcosa addosso, sapete cos’era? Era il pezzo di caramella al limone con cui Jack si era rotto il dente: il lupo non ci poteva credere, era strabiliato, ma allo stesso tempo impaurito. La cosa più strana era che la caramella si mise a parlare e gli disse:“Tu! Allora sei tu quel brutto lupaccio che ha addentato me e i miei amici, guarda come mi hai ridotta!” Il povero Jack si scusò immediatamente: “Scusi, non volevo farle nulla, non era mia intenzione” La caramella ribadì: ”Ora smetti! prendi la tua spada e uccidi tuo fratello, lui ti ha mentito! Non esiste “Dolcilandia”, quello che vedi è il frutto della tua immaginazione!” A Jack salì una rabbia inimmaginabile, prese la spada e si avviò con furia verso il suo regno.

I giorni passavano e mentre faceva ritorno a casa,  Jack continuava a pensare a quel bellissimo paese che non esisteva e che aveva sognato a lungo, al solo pensiero l’ira verso suo fratello cresceva sempre di più. Dopo tanti mesi di cammino, sempre più deluso e amareggiato arrivò al castello. Una brutta sorpresa lo aspettava, solo cenere su cenere. Infine vide suo fratello Sam disteso su una roccia. Jack si avvicinò piano piano e con un filo di voce Sam gli sussurrò: “ Scusa se ti ho mentito, ma l’ho fatto per salvarti…” e dopo queste parole chiuse gli occhi e morì.  Il lupo bianco con la coda arcobaleno rimase senza parole e capì che era il momento di usare quella boccetta, la prese dall’ impugnatura e ne fece cadere due gocce nella bocca del povero Sam, lui si risvegliò di colpo e Jack lo abbracciò fortissimo, così egli comprese quanto fosse stato leale suo fratello.                     

Pas. Giada, Car. Lucia e Gui.Rebecca

IL GIGANTE, LA FATA E LA STREGA

 

 

C’era una volta, in un’ isola lontana , un gigante addormentato che viveva

 in un isola tutta sua.

 Un bel giorno venne una minuscola fata che gli sussurrò – La strega

lontana vuole impadronirsi della tua isola!- I due si misero in viaggio per

 sconfiggere la lontana strega e la fata consigliò al gigante di prendere una

torcia infuocata, perché la malvagia strega aveva il terrore del fuoco.

Il viaggio fu molto lungo e ci vollero tanti giorni per arrivare nel luogo

dove abitava la perfida strega, ma comunque fu facile percorrere tutta quella strada perché trovarono sempre persone  gentili che offrivano loro tanto cibo per mantenersi in forza epoter proseguire.

Arrivati alla casa della strega , trovarono un gran banchetto. – Di sicuro

una trappola – disse la fata , e siccome erano sazi non abboccarono al

tranello. La fattucchiera, sempre più arrabbiata rapì la piccola maga .

Il gigante si era innamorato di lei , si scagliò contro la strega per salvarla.

Ci fu una violentissima battaglia perché anche se egli era enorme , la

Strega con la sua magia riusciva a contrastarlo. La strega infatti lo

rimpicciolì ma anche se ormai piccolo come la fata, lui riuscì a colpirla

con la torcia infuocata ferendola gravemente.

La fata e l’ex gigante che erano di animo buono non lasciarono morire la

strega ma la curarono.

Ella guarì , vide gli errori del suo operato , se ne pentì.

Da Luca Mar. e Elia Gian

 

L'amore, l'amicizia

L’amore è un sentimento indescrivibile, come posso cercare di esprimere l’inesprimibile? Sarebbe come cercare di descrivere un colore, impossibile! Solo provandolo veramente, o cercando almeno di vedere quell’amore che ogni persona porta dentro di sé si riesce a percepire uno spiraglio del sentimento più forte al mondo, che ti fa sentire la bellezza della vita, ti fa volare per rive sconosciute, per posti inizialmente invisibili. Ma allo stesso tempo ti fa soffrire, ti fa piangere, non ti fa dormire, ma ti fa crescere, ti rafforza e rafforza coloro a cui appartiene. È frequente la domanda: “Ma secondo te, è più importante l’amore o l’amicizia?”. Qualcuno potrebbe preferire l’amore perché ha avuto delusioni in amicizia, mentre altri l’amicizia, perché sono stati feriti dall’amore. Secondo me sono basilari entrambi, non bisogna per forza scegliere tra i due sentimenti, ma bisogna lottare per ottenerli. L’amicizia vera consola dalle delusioni in amore, ma l’amore dà emozioni che l’amicizia non potrà mai dare. L’amicizia nella maggior parte dei casi resta… Ma se ci si perde? Entrambi i sentimenti sono fragili o forti insieme. L’amico è colui che non ti giudica, ma la persona che ami, i sentimenti che provi quando sei vicino a lei, quando ti stupisce e quando ti fa sentire unico e speciale, sono insostituibili. La parola AMORE è ormai al centro di ogni discussione, questo significa che l’uomo ha tanto bisogno d’amare e cerca di trovare ogni soluzione non solo con la ragione, ma anche donando l’amore che rinchiude dentro il proprio cuore. Amore non è soltanto l’attrazione tra un uomo e una donna che fa si che i due si cercano per completarsi, ma esso è indirizzato a tutti gli aspetti della vita: alla poesia, alla cinematografia, alla musica, all’arte, alla natura, alla vita stessa! Insomma, c’è amore dovunque sia presente la gioia e il piacere.  Amare è anche immaginare un domani migliore. Colui che ama saprà andare oltre ogni pagina sbiadita, oscura, rovinata, andrà oltre le speranze, cercherà certezze. Definire l’amore è molto complicato. Una cosa su cui molte persone viaggiano, altre ci scherzano sopra e lo prendono alla leggera.  Ogni persona ama a suo modo e non lo dice a vuoto solo per far felice qualcuno. L’amore è un sentimento che va scomparendo e chi ancora riesce a provarlo veramente si può considerare una persona speciale. Amore e amicizia si assomigliano, ma l’amore è più gratificante, anche se più labile, sfuggente e ricco di sofferenze. In amicizia si gode della reciproca compagnia, ci si accetta per ciò che si è, senza pretese. C’è fiducia e rispetto. C’è comprensione, non c’è bisogno di recite, né si è inibiti, ma soprattutto si sta bene insieme! Quando c’è di mezzo l’amore, l’amato diventa il pensiero dominante e si è spinti a dare il massimo di sé. Io credo che l’amicizia tra maschio e femmina esista, seppur sia rarissima. L’amico maschio è diverso. Lui è complice, sa ascoltarmi e mi comprende. Mi vuole bene sempre. Per me lui è un dono speciale, mi completa. Il nostro è un sentimento sincero, vivo e profondo. Secondo me, entrambi i sentimenti sono troppo importanti, fondamentali per la vita, ma dovendo scegliere vorrei un amico, sì, che condivida con me sole e pioggia. E che mi ami.

           3°f

 

 

torna su